La terza via per Siena. Angeloni spiega la soluzione italiana per Mps

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini

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Di Gianluca Zapponini

C’è sempre una carta da pescare nel mazzo, il problema è capire quale sia la migliore. Per il Monte dei Paschi, dopo la rottura non certo indolore delle trattative tra Unicredit e l’azionista Tesoro, si aprono diverse strade, alcune in salita e piene di curve, altre decisamente più percorribili. Ieri dalla bocca del dg del Mef, Alessandro Riverasono arrivate le prima indicazioni precise sul futuro di Siena: ricapitalizzazione a mezzo mercato (3 miliardi, almeno), pulizia dei bilanci e rimessa della banca sul mercato, previa concessione di una proroga sostanziosa dall’Europa.

Poi, occorrerà trovare la famosa soluzione industriale. E qui i nodi potrebbero venire al pettine. Lo Stato, come messo in chiaro dallo stesso Rivera, non può rimanere azionista del Monte. Allora potrebbe farsi avanti un altro soggetto, magari Banco Bpm, le cui spalle non sono tuttavia larghe come quelle di Unicredit. Ancora, si potrebbe coinvolgere una grande banca straniera, verosimilmente francese, come Bnp Paribas o l’Agricole. Difficile però pensare a un benestare del governo, soprattutto con Lega e Fratelli d’Italia parte della compagine. Vicolo cieco? No.

Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce e gran conoscitore di Mario Draghi, nei giorni scorsi ha lanciato una sua proposta: un pool di banche italiane per rilevare la quota del Tesoro. Intervistato da Formiche.net, va oltre e spiega genesi e ratio di una soluzione dal sapore tutto sistemico.

Dopo la rottura tra Tesoro e Unicredit, il futuro di Mps appare quanto mai incerto. Lei ha proposto il coinvolgimento di alcune banche italiane che possano rilevare la quota di controllo del Mef. Perché dovrebbe funzionare?

Intendiamoci, neanche io considero quella proposta come l’ideale in senso assoluto, cioè se potessimo riscrivere la storia partendo da diversi anni fa. La vedo piuttosto come l’ultima chiamata per Mps, al punto in cui siamo arrivati, per evitare la prospettiva o di una soluzione peggiore, come la strategia stand alone o il coinvolgimento di una banca decisamente meno robusta, oppure della dissoluzione della banca con o senza il coinvolgimento dell’autorità di risoluzione Ue.

L’ultima ipotesi spaventa e non poco. La fine della banca più antica del mondo…

Quest’ultima ipotesi è quella che prevederebbe il manuale europeo per una banca che non riesce a reperire sul mercato capitale sufficiente. Non mi sembra però che il Sistema Italia, inteso come politica ma anche includendo una parte del settore finanziario, sia pronto a percorrere quest’ultima strada. Vedo piuttosto il rischio di quell’esito che gli americani chiamano calciare la lattina più avanti lungo la strada, ovvero, procrastinare ancora. Dopo quel che è successo nel 2017, procrastinare ancora è proibito.

Va bene, ma allora, come se ne esce?

Allora dico: con un’operazione collettiva, che non costerebbe troppo a nessuna delle banche coinvolte e che costerebbe al contribuente meno di quanto sarebbe costato il deal con Unicredit, possiamo chiudere la questione e mostrare anche ai partner europei che l’Italia è più coesa e decisa di quanto si creda. Questo penso sia nell’interesse a lungo termine di tutti. La condizione naturalmente è che partecipino tutte le banche principali. Nessuna, per esempio, dovrebbe chiamarsi fuori perché ha appena fatto una fusione, o perché ne sta progettando una. E che l’operazione sia davvero definitiva.

Questo significa che il nuovo Mps (un bell’ossimoro, per la banca più vecchia del mondo) dovrebbe avere numeri di bilancio eccellenti, essere parecchio più piccola e specializzata su prodotti e servizi importanti per il territorio di riferimento, e con un attivo interamente ripulito. Il che comporta una Asset Quality Review indipendente e rigorosa. Tutte cose che nel 2017 non sono state fatte.

Qualcuno ha tirato in ballo due grandi banche francesi. Ma il governo difficilmente darà il benestare. Lei che dice?

Sono assolutamente favorevole a un’ulteriore integrazione del settore bancario in Europa. Penso anzi che la legislazione europea dovrebbe essere modificata per favorire questo sviluppo. Nel caso specifico, però, mi sembra che questa prospettiva sia meno preferibile di un intervento italiano. Le banche francesi sono già presenti in modo significativo in Italia. Sarebbe bene inoltre che la soluzione non rischiasse di essere vista come un segnale di debolezza del nostro sistema, che deve ricorrere all’estero dopo vari tentativi non riusciti.

Torniamo alla sua proposta. Quando si pensa al soccorso di più banche verso un unico istituto (il caso Carige insegna), il pensiero ricorre subito al Fondo Interbancario. In cosa si differenzia la sua proposta da uno schema già visto in passato, quale quello del Fitd?

Mi ha preceduto solo di un attimo, avrei toccato questo punto proprio ora.

Poco male, allora. Prego.

La mia idea non coinvolgerebbe in nessun modo il Fitd. Per due ragioni. La prima è che il Fondo dovrebbe occuparsi della protezione dei piccolo depositanti, non di finanziare e gestire salvataggi bancari. Il punto di riferimento per un’istituzione di questo tipo deve essere quella che opera negli Stati Uniti, la Federal Deposit Insurance Corporation, o Fdic, come ha sostenuto anche il governatore Visco. La Fdic non ricapitalizza banche, le liquida quando falliscono rimborsando i depositi sotto una certa soglia. L’altra ragione è proprio il fatto che gli esempi passati non hanno dato buona prova.

Ho la sensazione che si riferisca al caso di Banca Carige…

Il caso che lei ricorda è uno di essi. Si tratta di una banca che dopo molti anni si trova ancora in condizioni precarie. Non credo sia colpa essenzialmente del Fondo, piuttosto si tratta di un compito per cui non hanno risorse e strumenti adeguati. Ho invece ipotizzato una joint venture, nella quale le banche di comune accordo affiderebbero a un team di manager il compito di presentare un progetto in tempi brevi che soddisfi determinati requisiti di sostenibilità. La natura collettiva dell’operazione sarebbe garanzia che la soluzione non rifletta l’interesse particolare di nessuno, sospetto che qualcuno aveva avanzato nel caso di Unicredit. E che non pesi in modo eccessivo su nessuno.

E il Tesoro, che ruolo dovrebbe avere nella partita?

Credo sia consigliabile è che il Tesoro non partecipi al negoziato, fissando semmai solo alcune condizioni generali in partenza.

Angeloni, secondo molti osservatori e anche secondo lo stesso ministro Franco, Unicredit si sarebbe sottratta al confronto perché il Tesoro non era disposto a sostenere un aumento di capitale molto sostanzioso. Secondo lei non c’era davvero più spazio di manovra?

Non ho informazioni su come si è svolta la trattativa, al di là di quello che si è potuto leggere sui giornali. Non sono pertanto in grado di rispondere a questa domanda.

La pandemia avrà come primo effetto quello di aumentare il tasso di incagli presso le banche italiane. Chi perde il lavoro o ridimensiona l’attività, difficilmente riesce a rimborsare un prestito. Dobbiamo aspettarci altre crisi bancarie dal sapore sistemico?

Le condizioni del sistema bancario sono una delle grandi incognite della fase post-pandemia, di cui non conosciamo ancora la risposta. L’effetto ci sarà, non c’è dubbio, anche se personalmente spero e credo che sarà inferiore a quello che la Bce, con giusta cautela, aveva stimato nei mesi centrali della crisi del Covid. I tassi di crescita elevati che l’economia italiana sta registrando in questo momento fanno ben sperare. Nel caso in cui, una volta sollevata la coperta dei provvedimenti anti-pandemia si dovesse scoprire che la crisi lascia strascichi insostenibili in certe banche, si potrà ancora intervenire con sostegni, ma in maniera più selettiva.

C’è da stare abbastanza tranquilli, insomma.

Quello che io pavento piuttosto è un’altra cosa: cioè, che passata la pandemia ritornino i persistenti problemi irrisolti del nostro sistema bancario, che, dobbiamo riconoscere oggi con una certa delusione, neanche l’unione bancaria è riuscita a risolvere appieno negli anni pre-Covid. Anche per questa ragione, metterci dietro le spalle il nodo Mps sarebbe un passo avanti importante.

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Le regole sui bilanci servono, anche al Pil dell’Italia. Parla Angeloni

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Intervista di Gianluca Zapponini


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Di Gianluca Zapponini

Il varco è stato ormai aperto. Ursula von der Leyen ha mandato un messaggio sufficientemente chiaro a quei Paesi, Austria in testa, che sognano un ritorno delle vecchie regole di bilancio, non certo aggiornate alla pandemia e i suoi effetti catastrofici sull’economia. Quelle regole non possono tornare, non devono, perché il coronavirus ha stressato come non mai le finanze pubbliche.

Attenzione però, avverte  Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia: non sarà un tana libera tutti, delle regole su debito e deficit ci saranno sempre. Insomma, rigore forse no, ma vincoli sì. E chissà che le elezioni in Germania di fine settembre non siano in qualche modo decisive…

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen ha imposto la necessità di nuove regole europee, aggiornate alla pandemia. Possiamo considerare tramontata la stagione del vecchio Patto di Stabilità?

Non mi sembra che il discorso del presidente della Commissione Europea contenga indicazioni precise su questo, al di là dell’auspicio, forse ottimistico, che un accordo sarà raggiunto presto.

Eppure quanto udito ieri aveva tutta l’aria di una svolta…

Certamente non si tornerà alle procedure pre Covid, giudicate da tutti complicate e inefficaci. Ma una sorveglianza europea sui conti pubblici rimarrà e Paesi indebitati come l’Italia sono i primi a trarne vantaggio. Su questo punto, una parte del dibattito italiano è fuorviante.

Cosa intende dire?

Senza una cornice europea, di cui quella sorveglianza fa parte, l’Italia sarebbe sola a gestire i rischi del suo debito pubblico enorme contro future crisi di mercato, che non sono affatto improbabili. L’importante è che le nuove regole siano realistiche e vengano seguite.

Angeloni, però alcuni Paesi, come l’Austria, sognano un ritorno di Maastricht nella sua applicazione più pura. Non lo trova surreale alla luce dell’attuale situazione e del fatto che le principali economie del Continente, Francia, Germania e Italia, abbiano un deficit abbondantemente oltre i parametri?

Un ritorno a Maastricht potrebbe invece proprio essere la via. Quelle regole sono scritte nel trattato, quindi sono state condivise da tutti e richiedono unanimità per essere cambiate. Sono regole semplici, al contrario di tutte le sovrastrutture introdotte negli anni successivi. Un deficit del 3% porta, se il prodotto nazionale cresce del 3-4% a prezzi correnti con un’inflazione al 2%, che è l’obiettivo Bce, a un debito tendenziale attorno al 90% del Pil. Un obiettivo ragionevole per noi, escludendo nuove crisi, e coerente colla posizione degli altri Paesi.

Sta dicendo che il Trattato di Maastricht è tutt’altro che superato?

Sì, ma un passo avanti sarebbe escludere dal calcolo certe categorie di investimenti NgEu, su cui c’è un vaglio europeo. Se poi la crescita economica fosse maggiore, come si sperava ai tempi di Maastricht, si potrebbe fare anche meglio sul debito, senza sforzo. La strategia vincente per l’Italia in questa fase non è mettersi di traverso nel negoziato o porsi obiettivi irrealizzabili, ma ridurre il debito gradualmente rimanendo in linea con l’Europa.

Parliamo della Germania, baricentro d’Europa. Il 26 settembre finirà ufficialmente l’era di Angela Merkel. Che cosa dobbiamo aspettarci dal voto tedesco? Prevede qualche impatto di sorta sulla politica monetaria della Bce, ormai prossima a un piccolo ma primo disimpegno?

I sondaggi indicano come possibile un governo di centro-sinistra (Spd), con partecipazione dei Verdi e possibile innesto dei liberali. Tutti e tre questi partiti sono contrari a regole fiscali eccessivamente restrittive, tipo schwarze-null, pareggio di bilancio ma nessuno dei tre, credo, punterebbe a rinegoziare il trattato.

Prevede qualche impatto di sorta sulla politica monetaria della Bce, ormai prossima a un piccolo ma primo disimpegno, dopo il voto?

La prospettiva di una pace fiscale di lunga durata in Europa aprirebbe spazi anche per la Bce, oggi condannata a tassi negativi e a politiche di acquisto di titoli non più efficaci. Migliorerebbe il cosiddetto policy-mix, la combinazione delle politiche fiscale e monetaria, a tutto vantaggio dell’economia europea. Ma tutto questo per ora è fantasia: bisogna attendere il 26 settembre per capire quali saranno le combinazioni di governo possibili.

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La variante Delta è una minaccia, la Fed aspetterà a ritirare gli aiuti

La Stampa
Intervista di Fabrizio Goria

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Di Fabrizio Goria

Le armi in dotazione alle banche centrali sono spuntate, e si spera che le varianti del Covid-19 non costringano a rallentare il ritiro degli stimoli monetari. Questo perché quelli fiscali sono più efficaci. Ignazio Angeloni, già membro del Single resolution board (Srb) della Banca centrale europea (Bce), il consiglio di vigilanza di Francoforte, traccia un quadro chiaroscurale per i prossimi mesi. Che metterà a dura prova anche la Federal Reserve di Jerome Powell, che si riunisce oggi a Jackson Hole per il simposio annuale. Ma l’economista italiano, ora fellow all’Harvard Kennedy School, passa anche in giudizio l’Italia, che ha ritrovato una nuova credibilità internazionale attraverso l’esecutivo a trazione Mario Draghi.

Oggi si apre Jackson Hole. Cosa bisogna aspettarsi, dopo oltre un anno e mezzo di pandemia?

«Non mi aspetto grandi novità. La situazione dell’economia americana è troppo fluida; i contagi e i decessi del Covid hanno ricominciato a crescere dall’estate, e questo potrebbe portare a nuovi rallentamenti nell’economia. Powell di solito è molto prudente nelle sue scelte; secondo alcuni anche troppo. Darà indicazioni sul “tapering” (tempistica della riduzione degli acquisti di titoli) solo quando quelle incertezze saranno dissipate. Sullo sfondo va considerato anche il fatto che Powell deve essere riconfermato a breve, ed è personalmente debole, accusato com’è di essere poco indipendente e poco esperto di questioni monetarie. Lo stesso presidente Usa, che deve decidere se riconfermarlo, è fortemente indebolito dalla questione Afghanistan. Una situazione delicata su più fronti, che non consiglia mosse azzardate».

L’anno scorso avvenne la grande deviazione di Jerome Powell, con la Federal Reserve che tollererà fluttuazioni temporanee dell’inflazione. E proprio l’inflazione continua a essere al centro delle discussioni. A torto?

«Quell’annuncio fatto lo scorso anno diventa rilevante oggi: consente alla banca centrale di ritardare la restrizione monetaria per un certo periodo di tempo. Il fatto che l’inflazione sia molto alta (oltre il 5 per cento) non è quindi decisivo per le decisioni che la Fed prenderà a breve. Personalmente ritengo che una dinamica inflazionistica sostenuta e duratura non sia possibile, nelle nostre economie (quindi anche in Europa) senza una ripresa della dinamica salariale. La rincorsa dei salari ai prezzi fu la causa determinante della “grande inflazione” degli anni 70: non ne vedo le condizioni oggi. Le organizzazioni sindacali sono state indebolite in tutto il mondo dalla concorrenza del lavoro asiatico a basso costo e dall’automazione dei processi produttivi. Queste condizioni strutturali del mercato del lavoro possono cambiare, ma ci vorrà del tempo».

Si parla con sempre maggiore insistenza del tapering della Fed. Lei aspetterebbe ancora all’exit strategy o vede le condizioni (macro e sanitarie) in un miglioramento tale da giustificare un ritiro degli aiuti pandemici?

«L’impressione è che la politica ultra-accomodante abbia scarsa efficacia nello stimolare l’economia, e anzi possa essere addirittura controproducente in certe situazioni – per esempio, quando i tassi negativi penalizzano i bilanci delle banche e le inducono a restringere l’offerta di credito. Credo che le banche centrali condividano questa valutazione, anche se comprensibilmente esitano ad ammettere che le loro armi sono spuntate. La politica fiscale mantiene invece intatta la sua efficacia nelle fasi di depressione economica. Dunque, quando le incertezze causate dalle varianti si dissiperanno, il che potrebbe avvenire sperabilmente nei prossimi mesi, matureranno le condizioni per invertire le politiche espansive, a cominciare da quella monetaria».

A proposito di quanto detto poc’anzi, i tassi di diversi bond sovrani continuano a essere negativi, ma gli investitori continuano a comprarli: è un ecosistema sostenibile?

«Da economista, che cerca di usare il buon senso oltre alla teoria, rispondo di no. I tassi di interesse negativi alla lunga non possono favorire un processo di crescita dell’economia reale sostenuto e sostenibile».

Powell si trova comunque in una situazione non semplice. Come giudicare il suo mandato, e la risposta pandemica?

«Powell non ha una formazione economica e in particolare monetaria, e un alcuni momenti del suo mandato questo si è visto e ha costituito un fattore di debolezza. Ma è una persona di buon senso e prudente, che ascolta pareri diversi e ne tiene conto. Sono caratteristiche importanti per un presidente, che non decide da solo ma deve soprattutto fare una sintesi di punti di vista e considerazioni diverse. Va considerato anche che nel comitato che decide la politica monetaria americana (il Federal Open Market Committee) ci sono economisti di primissimo ordine, che indubbiamente hanno su Powell un’influenza importante».

Variante Delta, shortage nella supply chain globale, inflazione, infine le tensioni geopolitiche. Cosa deve intimorire, su ambo i lati dell’Atlantico, di più in vista dell’autunno?

«I rischi maggiori per la ripresa economica globale derivano a mio avviso da tre fattori: la situazione Covid (nel caso in cui intervengano delle nuove varianti difficilmente controllabili); il settore finanziario (leverage eccessivo delle grandi banche e sopravvalutazione del mercato azionario) e la situazione geo-strategica. In particolare la situazione in Afghanistan, gestita male dall’amministrazione USA, oltre a dare luogo a una dolorosissima crisi umanitaria, costituisce un fattore di rischio macroeconomico che prima non esisteva».

Sul fronte della politica monetaria, quale sarà l’eredità data dal Covid-19?

«La lezione più importante del Covid, dal punto di vista della politica economica, è che l’impatto economico della crisi pandemica può essere sì profondo e doloroso, ma viene superato rapidamente una volta che la situazione sanitaria si sia ristabilita. La pandemia lascerà, nell’economia, danni meno duraturi e meno gravi della crisi finanziaria precedente (i cui effetti sono ancora presenti sia in America sia in Europa). La politica economica (fiscale, monetaria, bancaria) deve quindi reagire rapidamente, ma anche essere pronta a ridurre rapidamente il sostegno quando le condizioni migliorano».

C’è un capitolo che è diventato sempre più importante con la pandemia, ovvero la consapevolezza dell’emergenza climatica. Quanto sarà cruciale nelle future decisioni di politica monetaria?

«A mio avviso la relazione fra cambiamenti climatici e politica monetaria è stato esagerata nel dibattito corrente. La politica monetaria da sola può fare ben poco contro i cambiamenti climatici. Perché i rischi climatici recedano devono cambiare i comportamenti delle persone, i modelli di produzione e di consumo, e insieme ad essi le politiche dei governi. Il tutto a livello globale. La politica monetaria può aiutare in qualche misura questi cambiamenti, facilitandoli dal lato finanziario, ma non determinarli».

Guardiamo all’Italia per un istante. Dall’inizio dell’esecutivo Draghi sono passate una primavera e un’estate. Quali sono stati i risultati più positivi e quali sono le incognite di lungo periodo per il nostro Paese?

«L’Italia ha acquistato con il nuovo governo una credibilità e un’autorevolezza che prima non aveva. Questo è importante, ma è solo l’inizio del percorso. I problemi dell’Italia e degli italiani sono ancora tutti lì, da affrontare. Abbiamo un piano di azione (il Pnrr) e abbiamo ricevuto dall’Europa gli strumenti finanziari per realizzarlo. Ora dobbiamo dimostrare volontà, costanza, continuità di intenti e di azione su un arco di tempo pluriennale. Da italiano, mi auguro che in questo lasso di tempo il Paese possa beneficiare della maggiore continuità politica possibile».

Mps e Unicredit hanno riaperto la stagione delle fusioni bancarie. È un’opportunità per l’Italia e l’Europa o vede più rischi che benefici?

«Il caso Mps è molto particolare: si tratta di dare sistemazione a un soggetto bancario importante che da troppo tempo sopravvive con un modello di affari e una struttura dei costi insostenibili. La strategia delle fusioni in Italia è un tema più ampio. Essa deve dare luogo, a mio avviso, a due-tre grandi banche universali, più grandi delle attuali, diversificate funzionalmente e geograficamente, capaci di competere a livello europeo e globale. Se Mps/Unicredit porta un quella direzione, ben venga, ma a questo fine va privilegiata la robustezza della struttura che deriverà dalla fusione, non le nostalgie per un modello bancario Mps del passato che a volte si sentono riemergere».

E in Europa?

«Il tema del consolidamento bancario si pone non solo in Italia, ma per l’Europa nel suo complesso. L’economia europea deve essere sostenuta da grandi soggetti bancari, attivi internazionalmente in tutti i campi rilevanti – retail banking, pagamenti, asset management, consulenza e investment banking. Questo era un obiettivo dell’unione bancaria che, a quasi 10 anni dal suo avvio, nel giugno 2012, non è stato raggiunto. Rimane necessario per rafforzare l’Europa, economicamente e anche politicamente».

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L’inflazione, la connection Fed-Bce e l’euro digitale. Parla Angeloni

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini


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Di Gianluca Zapponini

Le politiche ultra-accomodanti delle grandi banche centrali, Federal Reserve e Bce in testa potrebbero avere i mesi contati, nonostante le rassicurazioni sul proseguo degli stimoli arrivati dal governatore della FedJerome Powell, ascoltato dal Congresso americano nella notte italiana. E nonostante la presidente della Bce, Christine Lagarde, si sia sforzata di ribadire il sostegno della banca centrale all’economia ancora alle prese con la pandemia, spegnendo le insinuazioni di chi vede nella revisione della guidance monetaria sul tavolo del board la prossima settimana, il preludio di un intervento sul costo del denaro. Ma c’è chi vede un cambio di passo.

Formiche.net ha chiesto una lettura della situazione a Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia. Con lui abbiamo discusso anche di l’euro digitale.

La prossima settimana la Bce riunirà il board per approvare le nuove linee strategiche. In primis, il nuovo target d’inflazione sarà il 2%, non più poco al di sotto del 2%. Ma c’è vi vede in questo passo la fine della politica ultra-accomodante e il preludio di una possibile stretta monetaria. Lei che lettura dà?

Lo spostamento dell’obiettivo di inflazione al 2% è una misura opportuna, quasi ovvia. La definizione precedente aveva creato confusione e facilitato decisioni errate in passato. Ma anche l’attuale definizione presenta problemi.

Quali?

Anzitutto, l’ampiezza della fascia di oscillazione attorno al 2% non è stata specificata. Questo non facilita decisioni future, comprese quelle da prendere nelle prossime settimane e mesi. Inoltre, l’inclusione nell’indice dell’inflazione del costo degli affitti residenziali è rimandata a un futuro lontano. Che succederà nel frattempo? Sembra poco plausibile che questa componente, di cui è già stata decisa l’inclusione, venga ignorata totalmente. Dalle informazioni disponibili, quei costi potrebbero determinare un innalzamento del tasso medio di inflazione attorno allo 0,4%. Lo spostamento dell’obiettivo al 2% non compensa interamente questo aumento, dunque un effetto restrittivo dall’insieme delle due misure potrebbe esserci. Questo sarebbe inopportuno, perché le nuove line strategiche non dovrebbero avere conseguenze per l’intonazione generale della politica monetaria.

La Federal Reserve, nelle scorse settimane, ha dato i primi, inequivocabili segnali circa un possibile inizio del tapering, complice un’inflazione americana piuttosto tonica. Quale è la differenza, se ve ne saranno, tra il futuro approccio monetario della Fed e della Bce?

La presidente Lagarde ha detto giustamente che Stati Uniti e area euro hanno dinamiche economiche diverse, quindi differenze nell’intonazione e nell’orientamento delle politiche monetarie si giustificano. A questo si aggiunge il fatto che le linee strategiche annunciate dalla Bce differiscono da quelle annunciate dalla Fed il 27 agosto dell’anno scorso, che prevedono un target di inflazione calcolato in media su un certo numero di anni. Ma anche se strategie e politiche monetarie differiscono, ciò che avviene negli Stati Uniti non è indifferente per noi.

Dunque cioè che accade a Washington impatterà anche sulle decisioni della Bce?

I tassi di interesse sul dollaro si trasmettono alla struttura dei tassi in euro, oltre il brevissimo termine, per la catena di effetti che transitano attraverso i mercati finanziari. Quindi se la Fed stringe la politica monetaria, anche solamente in via precauzionale per assicurarsi contro rischi di inflazione per ora remoti, movimenti dei tassi a lungo termine si vedranno anche da noi. E in parte si sono già visti.

Angeloni, in questi giorni si decide il futuro dell’euro digitale. La Bce ha sancito l’avvio di una fase esplorativa. Crede che l’Ue abbia davvero bisogno di una moneta virtuale con corso legale?

Nell’area dell’euro la creazione di una nuova moneta digitale non è una necessità impellente, questo credo sia evidente a tutti. Il sistema dei pagamenti funziona bene, sia al dettaglio sia all’ingrosso, sia in presenza sia online, sia a livello sia domestico sia – dopo la creazione della Sepa (l’area unica dei pagamenti in euro in cui cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni degli Stati membri effettuano operazioni di pagamento in euro verso un altro conto, ndr)–  fra paesi diversi che usano l’euro. Il sistema attuale offre all’utente un ampio ventaglio di strumenti sicuri, efficienti e a basso costo: carte di credito e di debito, smartphone app di vario tipo, bonifici online, oltre ai vecchi assegni (in declino in quanto poco pratici) e ovviamente al contante. E poi il settore privato (banche e non) negli ultimi anni ha saputo conciliare innovazione e sicurezza, sotto la vigilanza delle banche centrali.

Allora non l’Europa non ha bisogno di un euro digitale…

Ci stavo arrivando. Detto questo, è opportuno, anche se non urgente, che le banche centrali dell’area euro affinino la loro esperienza nel settore delle monete digitali per prepararsi all’eventualità non prossima che il contante sparisca totalmente o anche magari per offrire all’utente un’ulteriore alternativa, anche se personalmente non credo che le banche centrali riusciranno a competere in efficienza e sicurezza con gli strumenti di pagamento già esistenti che ho ricordato. Se la Bce in futuro emetterà un euro digitale dovrà stare attenta che questo non disintermedi le banche e non crei problemi per la stabilità finanziaria, rischi di cui peraltro la Bce è ben consapevole. Va detto anche, infine, che esistono nel sistema dei pagamenti globale alcuni comparti poco efficienti, per esempio quello che gestisce le rimesse dei lavoratori all’estero. Qui le banche centrali possono svolgere un’azione utile, soprattutto stimolando la concorrenza ma forse anche creando canali alternativi.

E se le dico Bitcoin, lei che risponde?

Che non includo in questo discorso le cosiddette criptomonete, tipo Bitcoin, che non sono monete in realtà ma strumenti speculativi ad alto rischio che dovrebbero essere maggiormente regolamentati.

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Fed e Bce pronte alla svolta, ma senza strappi. E l’inflazione… Parla Angeloni

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini

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Di Gianluca Zapponini

Pazienza, ma a tempo determinato. La Federal Reserve si avvia, passo dopo passo, verso quella exit strategy temuta dai mercati: il progressivo disimpegno dalla politica monetaria accomodante, fatta di tassi sotto-zero e massicci acquisti di titoli pubblici. Colpa di un’inflazione balzata del 5% lo scorso maggio e che sembra aver rialzato la testa, iniziando una corsa alimentata dall’enorme aspettativa verso i piani pandemici da 5 mila miliardi che Joe Biden ha messo al (duro) esame del Congresso e da una crescita americana ben al di sopra delle attese. Qualcuno, come il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, comincia a crederci per davvero, prevedendo una crescita dei prezzi strutturale non transitoria.

E così la Fed di Jerome Powell, sta per cambiare passo. Proprio quello che le Borse di mezzo mondo temono, perché tassi più alti vuol dire denaro più costoso e dunque riduzione dell’afflusso nell’economia. Delle scelte future della Fed, ma non solo, Formiche.net ne ha parlato con Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia.

L’ultimo dato sull’inflazione americana ha destato non poche preoccupazioni. Per molti osservatori è una fiammata passeggera, da mettere in conto dopo un anno di pandemia. Per altri è l’inizio di un risveglio strutturale, diretta conseguenza dei piani pandemici dell’amministrazione Biden che immettono liquidità nell’economia e della crescita americana sopra le attese. Lei che idea si è fatto?

Non penso che una nuova ondata inflazionistica, intesa come una dinamica sostenuta e durevole di aumento dei prezzi, diciamo una crescita dei prezzi al consumo fra il 5 e il 10 per cento all’anno, o più, che dura diversi anni, possa verificarsi nelle nostre economie avanzate (Europa, Stati Uniti, Giappone, eccetera) senza che ci siano alcune condizioni che al momento non sono presenti.

Quali condizioni?

La principale di queste condizioni è un mercato del lavoro forte e sindacalizzato, che dia luogo a meccanismi espliciti e/o impliciti di indicizzazione salariale. Queste condizioni erano presenti negli anni 70 ma sono venute meno quasi ovunque negli anni ’80 e ’90 e da allora non sono ritornate. Senza questi meccanismi l’inflazione cosiddetta da domanda, come quella che stiamo avendo post-Covid, oppure da costi importati, che si verifica quando il cambio si deprezza o quando il prezzo del petrolio aumenta, tende ad esaurirsi dopo il primo impatto, perché mancano gli effetti di ritorno. Alcuni studiosi autorevoli, fra cui l’economista inglese Charles Goodhart, ritengono che le condizioni per un ritorno a un mercato del lavoro forte e sindacalizzato nelle economie occidentali stiano maturando, a causa delle tendenze demografiche globali. È Una tesi abbastanza convincente ma ci vorranno anni prima che si verifichi, e gli esiti sono comunque incerti.

Gli occhi del mondo sono da tempo puntati sulla Fed, che presto o tardi potrebbe varare una stretta monetaria per raffreddare l’economia e frenare l’afflusso di denaro con tassi più alti. Volendo fare una previsione, è lecito attendersi una prima stretta nella seconda metà del 2021?

Personalmente penso di sì, il mutamento di indirizzo della Fed si verificherà quest’anno. D’altra parte la Fed ha già annunciato il cambiamento della sua politica di acquisti di titoli per l’estate. Non si tratterà inizialmente di una restrizione, ma di un ribilanciamento del tono della politica monetaria, da fortemente espansiva a meno espansiva o normale. La sequenza prevede che il rientro dal QE preceda l’aumento dei tassi, e così avverrà.

Una cattiva notizia…

Diciamo che questo non impedisce che la riduzione del ritmo degli acquisti di titoli si ripercuota subito sulla struttura dei tassi a lunga (pari alla media aritmetica dei vari tassi a breve, ndr), che è quello che conta per l’intonazione della politica monetaria e le ripercussioni a livello globale, inclusa l’Europa.

Anche l’Europa potrebbe presto o tardi fare i conti con un rialzo dei prezzi, su cui incide anche l’aumento delle materie prime. La Bce ha confermato pochi giorni fa la sua politica accomodante, incluso il programma di stimoli. Non è ancora tempo di ritirata?

La presidente Lagarde ha detto giovedì scorso che non è ancora tempo di attuare o prevedere un’inversione della politica monetaria, perché la situazione congiunturale europea è diversa da quella americana. Ha aggiunto che questa valutazione è condivisa da tutti i membri del Consiglio della Bce. Credo che questa valutazione sia corretta per il momento, nel senso che tiene conto delle incertezze ancora presenti nel quadro europeo: vaccinazioni, possibili varianti del virus e ulteriori contagi, ripresa della domanda e riduzione della tendenza al risparmio precauzionale, eccetera. Si vogliono anche evitare errori di prematura inversione della manovra dei tassi, che la Bce ha già fatto in passato. Ma se le cose vanno come ora ci si attende, questa fase transitoria verrà superata abbastanza presto.

E poi, che cosa accadrà?

Allora verrà il momento di valutare tempi e modi dell’inversione monetaria che, come negli Stati Uniti, prevede che la riduzione degli acquisti di titoli preceda l’aumento dei tassi. E anche qui, non sarà una restrizione, ma un ribilanciamento verso un’intonazione meno espansiva. Va anche tenuto presente che la Bce annuncerà in autunno la revisione della sua strategia. L’inversione ciclica della politica monetaria dovrà inserirsi nella nuova strategia e auspicabilmente le due cose dovranno essere coerenti e simultanee.

Chiudiamo sull’Italia. Roma ha un rapporto debito/Pil vicino al 160%. Quando verranno meno gli stimoli monetari e il programma di acquisto Pepp, come potrà il Paese affrontare da solo la navigazione?

La cosa in effetti preoccupa. Prevale un ottimismo in Italia che sembra non tenere conto ancora delle implicazioni future del forte aumento del debito. A questo bisogna aggiungere la condizione delle banche all’uscita dalla pandemia, che ancora non conosciamo. Una decina di anni fa, proprio l’interazione fra rischio bancario e rischio di finanza pubblica fu il motore che scatenò in alcuni paesi la crisi dell’euro.

Qualche precauzione? Prevenire è meglio che curare…

Il modo di evitare questi rischi passa attraverso politiche sia nazionali sia europee. In Italia, sarebbe bene impostare da ora un piano ambizioso e credibile di rientro dal debito, che comprenda una restrizione delle spese correnti al netto degli interessi parallela all’aumento degli investimenti. I documenti governativi recenti (Pnrr e Def) non dedicano sufficiente attenzione a questo aspetto.

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Dentro il metodo Draghi

Milano Finanza
Intervista di Luisa Leone

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Il metodo Draghi applicato all’Italia significherà pragmatismo e grande attenzione alle priorità strategiche, grazie anche alla collaborazione di una squadra di fiducia. Così in questa intervista Ignazio Angeloni, che con il premier incaricato ha collaborato per anni alla Bce.

Domanda. Dottor Angeloni, se dovesse riassumere un «Metodo Draghi» cosa direbbe?

Risposta. Direi che è improntato a un gran pragmatismo, con la caratteristica dell’essere completamente concentrato sugli obiettivi da raggiungere. E poi grande attenzione nello scegliere le persone più qualificate e in grado di aiutare concretamente nel raggiungere gli obiettivi. Delega molto ma chiede anche molto a chi è chiamato a collaborare. In sintesi, gioco di squadra, pragmatismo e focalizzazione sugli obiettivi.

D. Come potrebbe tradursi il “metodo Draghi” applicato all’Italia?

R. Molto dipenderà dall’orizzonte temporale dell’esecutivo. Credo che gli obiettivi saranno quelli che è necessario e possibile raggiungere, o anche solo intraprendere, in questo arco di tempo.

D. Quali?

R. Anzitutto, governare l’uscita dal lockdown, organizzare le vaccinazioni accelerandole il più possibile, riscrivere o modificare in larga parte il Recovery, focalizzandolo su riforme e investimenti, gestire la fine del blocco dei licenziamenti. Senza dimenticare la scuola, una vera priorità il ritorno degli studenti in classe. E poi, a fine anno, l’uscita da quota 100. Tutte cose con scadenze imminenti, poche settimane o pochi mesi.

D. Già si parla anche della riforma della Pa, del fisco, della giustizia. Molta carne al fuoco…

R. Si tratta di temi cruciali ma che richiedono una certa elaborazione, non vorrei che si caricasse questo esecutivo di troppe aspettative. Di certo il premier non avrà difficoltà a individuare le priorità e a metterle in relazione ai tempi necessari per affrontarle. Immagino che si concentrerà su obiettivi da raggiungere e raggiungibili.

D. Mario Draghi è sempre stato un tecnico ma gli si attribuiscono doti da fine politico, concorda?

R. Assolutamente si, ha doti in tantissimi campi, anche in quello politico. Fatico comunque a capire la distinzione, molto presente nel dibattito italiano, fra tecnici e politici: chi fa politica monetaria o economica entra in questioni redistributive che sono politiche. E anche solo per rendere efficace un programma di politica monetaria, specialmente in Europa, è necessario confrontarsi con soggetti politici, a cominciare dal governo tedesco, con cui Draghi ha dovuto interagire nei suoi anni alla guida della Bce. Il presidente incaricato possiede attitudini anche politiche fuori dal comune, che si manifestano nel capire cosa è possibile realizzare e cosa, anche se magari auspicabile, non è raggiungibile.

D. Le inevitabili contrapposizioni di una maggioranza tanto ampia potranno metterlo in difficoltà?

R. Il fatto che ci sia stato, all’inizio di questa avventura, un consenso apparentemente quasi unanime mi sembra un fatto positivo, direi propulsivo. Uno dei problemi dell’Italia, vista dall’estero, è che per lunghi anni non c’è stato sufficiente consenso politico e sociale per attuare le riforme. Non voglio dire che non ci saranno difficoltà quando si passerà alla pratica, ma una caratteristica del personaggio è la capacità di aggirare gli ostacoli che possono creare divisioni, magari soprassedendo su alcune questioni e procedendo su quel che si può. Ma sui punti determinanti del programma di governo certamente sarà lui a decidere, è quello che prevede la Costituzione e lui indubbiamente lo farà.

D. Il premier incaricato aveva parlato, prima di essere chiamato alla guida del governo, della necessità di evitare che denari pubblici finiscano a sostenere aziende zombie, comunque destinate a fallire, come si traduce in pratica questo ragionamento?

R. Pensando in particolare al Recovery, ci dovrebbe essere maggiore enfasi su investimenti che creino potenziale produttivo, anche infrastrutturale, che rinnovino il capitale pubblico che si è deteriorato negli anni, realizzando anche la complementarietà tra investimenti e riforme. Comunque dubito che le molte imprese che sopravvivevano o addirittura prosperavano prima dello scoppio della pandemia diventeranno zombie per il solo effetto Covid. Alcune aziende e soprattutto banche dovranno fondersi o ristrutturarsi, ma chi era avviato verso la modernizzazione prima del Covid continuerà a esserlo.

D. Come vede il settore bancario in questa crisi? Serviranno interventi?

R. Il sistema ha fatto dal 2014, soprattutto dopo l’avvio della Vigilanza unica, passi avanti notevoli sia sotto il profilo della capitalizzazione che della pulizia dei bilanci. Diverse banche si sono rimesse in carreggiata, altre sono ancora in una fase di transizione ma ben avviata. Vedo la necessità di intervenire sulla struttura dimensionale del sistema soprattutto nella fascia media e medio piccola, con fusioni o ristrutturazioni significative. Interventi che possono essere facilitati dal fatto che la Commissione europea in questa fase è più aperta sul tema degli aiuti di Stato.

D. E la bad bank pubblica?

R. Non credo che una bad bank europea sia oggi realizzabile, è passato troppo tempo e oggi i problemi all’interno dell’Europa sono troppo diversificati. Quanto a quella nazionale c’è una riflessione da fare: perché a eccezione della Spagna nessun Paese l’ha creata? Io credo che sia perché si teme l’effetto stigma, è come riconoscere implicitamente che il settore bancario nazionale ha un problema. In Italia vari istituti si sono rimessi a posto da soli, quindi il tema potrebbe non essere così d’attualità. Anche se non escluderei che in certe aree si possano creare progetti che coinvolgano più banche in questa direzione.

D. Crede che Draghi interverrà sul settore bancario?

R. Ho la sensazione che le priorità siano altre; non credo che l’attenzione immediata sarà concentrata sulle banche. Oggi tutti ci aspettiamo un forte incremento degli npl ma ancora questo incremento non si è visto, anzi gli ultimi dati Abi evidenziano una ulteriore riduzione a dicembre. La crisi del credito è paventata ma ancora non si è palesata, perciò non sappiamo quali saranno le dimensioni e i tempi bisognerà aspettare almeno le semestrali per capire quando e per quanto bisognerà intervenire.

D. Quali sono ai suoi occhi le macropriorità per il Paese oggi?

R. A parte le questioni immediate di sanità e Recovery, infrastrutture per il territorio e capitale pubblico, lavoro, la scuola, assicurare il futuro dei giovani, fisco, giustizia e pubblica amministrazione.

D. Un programma troppo vasto per questo esecutivo?

R. È un programma da cominciare il prima possibile ma da portare avanti nel tempo. In relazione al suo orizzonte temporale, l’esecutivo potrà avviarlo positivamente ma non potrà necessariamente portarlo tutto a termine.

D. Si è parlato anche di Lei come possibile membro dell’esecutivo, sarebbe disponibile?

R. Non ho sentito nulla a questo riguardo e non lo credo possibile.

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