Risposta di MPS all’offerta di Intesa

Adnkronos – Intervista con Jole Saggese

Leggi sul Adnkronos >>

La nuova fase del risiko vede un ulteriore passo avanti con la risposta di Siena all’offerta di Intesa. Ignazio Angeloni, già membro del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, tra i massimi esperti italiani di regolamentazione bancaria e consolidamento del settore, ha spiegato all’Adnkronos quali potrebbero essere adesso le prossime mosse di Intesa, Banco Bpm e Unicredit.

Angeloni, il cda di Mps ritiene l’offerta di Intesa non adeguata sotto il profilo del prezzo, delle sinergie e dei rischi dell’Antitrust. È d’accordo? 

“È una risposta che, in fondo, era prevedibile. La proposta di Intesa Sanpaolo comporta una profonda trasformazione di Mps: la banca verrebbe di fatto divisa in due, con circa metà delle filiali destinate a distribuire prodotti assicurativi di Unipol e la scomparsa dello storico marchio Mps, insieme al suo tradizionale legame con il territorio senese. È quindi naturale che il management e il Consiglio di amministrazione di Mps, impegnati a valorizzare proprio quel marchio e quel radicamento attraverso il nuovo piano industriale cerchino di evidenziarne tutti gli elementi di criticità. E’ oggettivo che esista un potenziale conflitto di interessi tra gli obiettivi perseguiti dall’offerta di Intesa e quelli del management e del Cda di Mps. La scadenza dell’offerta non è ancora nota, ma è verosimile che nei prossimi mesi le quotazioni azionarie subiscano oscillazioni anche significative. Di conseguenza, anche il valore dell’offerta potrebbe cambiare sensibilmente. Per questo motivo, le valutazioni formulate oggi devono essere considerate con una certa cautela: fotografano una situazione destinata, con ogni probabilità, a evolversi”.

Cosa farà Intesa?

“A me sembra poco probabile che Intesa reagisca immediatamente cambiando i parametri dell’offerta. Verosimilmente potranno esserci margini di flessibilità in seguito, ma oggi sembra prematuro inseguire richieste riferite a valutazioni tecniche che probabilmente cambieranno nelle prossime settimane”.

 Mps ha manifestato interesse ad approfondire l’ipotesi Banco Bpm. Che cosa si aspetta?

“È evidente che la prospettiva di una fusione ‘tra pari’ con Banco Bpm sia molto più attrattiva per il management e il Consiglio di amministrazione di Mps. Innanzitutto, perché vengono meno i due elementi più controversi della proposta di Intesa: il frazionamento della banca e la perdita della sua identità territoriale. C’è poi un’altra differenza sostanziale. Quella di Intesa è un’offerta vera e propria, mentre quella di Banco Bpm è, almeno per ora, un invito ad avviare un confronto per costruire insieme un’eventuale operazione. Mi aspetto quindi che nelle prossime settimane le due banche intensifichino il dialogo per verificare se questa ipotesi possa assumere contorni più concreti. Anche sotto questo profilo, dunque, la posizione espressa dal Cda di Mps non sorprende”.

Quanto potrà pesare il tema dell’Antitrust?

“Non sono in grado di prevedere quale sarà la valutazione dell’Autorità garante della concorrenza, che si avvarrà anche delle analisi tecniche della Banca d’Italia. Mi sembra però che la proposta di Intesa presenti già alcuni elementi di flessibilità che potrebbero essere utilizzati per rispondere a eventuali rilievi sul piano della concorrenza. Immagino, inoltre, che gli aspetti regolamentari e le possibili osservazioni delle autorità siano stati attentamente valutati già nella fase di elaborazione dell’offerta”.

Si aspetta nuovi colpi di scena? Che cosa potrebbe fare UniCredit?

“Andrea Orcel è arrivato sostanzialmente al controllo di Commerzbank, ma deve ancora confrontarsi con la forte resistenza dell’establishment tedesco, sia all’interno della banca sia nel mondo politico ed economico. L’avversione nei confronti dell’ingresso di UniCredit resta infatti significativa. A mio avviso, una combinazione tra UniCredit e Commerzbank avrebbe un importante valore strategico, sia per il sistema bancario tedesco sia per quello europeo. Sarebbe ancora più convincente se UniCredit riuscisse, nel frattempo, a rafforzare ulteriormente la propria presenza anche in Italia. Per raggiungere questo obiettivo, però, Orcel dovrà svolgere un intenso lavoro diplomatico per rendere il progetto più accettabile agli interlocutori tedeschi”.

Riproduzione riservata ©

Intesa-MPS, intervista con Francesco Manacorda

La Reppublica

Leggi su la Repubblica >>

1. Partiamo dal giudizio complessivo: l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, in concorrenza di fatto con il progetto Banco Bpm-Mps,  è una grande operazione industriale o soprattutto una mossa difensiva per chiudere il risiko italiano prima che lo facciano altri?

Era evidente già da prima che l’assetto del sistema bancario italiano era instabile, con la combinazione MPS-Mediobanca avviata a un lungo e incerto processo di integrazione e intanto vulnerabile alla scalata, Banco BPM che da anni cercava una sistemazione senza trovarla, Unicredit impegnata all’estero ma attenta anche a opportunità all’interno, e la stessa Intesa da troppo tempo alla finestra. Messina ha dichiarato che questo intervento era allo studio da tempo. Può diventare un grande progetto industriale, ma non lo è ancora. Dipenderà da come evolve – assumendo naturalmente che la scalata riesca, cosa per cui ci sono i presupposti.

2. Lei aveva definito anomala la scalata di Mps a Mediobanca, paragonandola alla scalata di una banca media americana a Goldman Sachs. Se ora Mediobanca finisse dentro Intesa, l’anomalia verrebbe sanata perché il compratore finale è un grande gruppo, o resterebbe il vizio d’origine dell’operazione? O, ancora, si creerebbe una concentrazione eccessiva nel Cib?

Certamente questa combinazione è meno anomala della precedente. Intesa ha le spalle ben più larghe di MPS. La sinergia fra la componente retail quella corprorate è più chiara di quanto fosse prima. Se capiamo bene questa operazione, dovremmo arrivare ad avere Intesa aumentata da circa la metà delle filiali di MPS, più la componente di corporate banking rappresentata da Mediobanca. Avremmo poi Unipol con una componente bancaria più forte ottenuta fondendo Bper con le filiali rimanenti di MPS. La prima di queste due realtà – chiamiamola “Intesa-plus” – è quella su cui va concentrata l’attenzione. Vedo due percorsi possibili. O Intesa-plus usa la sua nuova dimensione e articolazione per rafforzarsi all’interno del Paese (il che significa radicamento sui territori, difesa del risparmio italiano, sostegno ai titoli di stato, eccetera); oppure Intesa-plus è il primo passo per creare quel soggetto bancario universale di grande dimensione, competitivo in Europa e nel mondo, che il Rapporto Draghi e altri osservatori autorevoli hanno auspicato. Nel primo caso, si sarà persa una grande occasione. Ma per realizzare il secondo, Intesa ha ancora molto lavoro da fare. In questo scenario, il futuro di Generali può essere cruciale.

3. Intesa dice di poter risolvere il problema della concorrenza cedendo a Unipol/Bper 635 sportelli e il marchio Mps. Basta vendere filiali per preservare la concorrenza, o il punto vero è il potere complessivo del nuovo gruppo tra credito, wealth management, assicurazioni, Mediobanca e Generali?

Penso che le autorità della concorrenza valuteranno questo caso guardando alla struttura dell’offerta bancaria nei mercati locali e quindi misurando dimensione e distribuzione delle filiali. Penso anche che in questo momento ci sia consapevolezza in Europa sulla necessità di dare vita a soggetti bancari di grande dimensione capaci di finanziare le trasformazioni dell’economia europea e di competere con successo con i giganti bancari statunitensi e asiatici. Per queste ragioni, penso che un progetto industriale chiaro che muova in questa direzione, portato avanti da un management credibile come quello di Intesa, sarebbe visto in Europa con occhi favorevoli.

4. Lo schema Intesa-Unipol sembra produrre due effetti: Intesa prende la parte più strategica di Mps, compresa Mediobanca, mentre Unipol/Bper rileva una rete bancaria con il marchio Montepaschi. Questo è davvero un “terzo polo” o è piuttosto lo smembramento ordinato di Mps?

L’idea del terzo polo mi sembra al momento tramontata. La cosiddetta “Banca Monte dei Paschi” sarebbe poco più grande di Banco BPM oggi, come asset in bilancio e capitalizzazione. Quindi non tale da cambiare in modo significativo la geografia concorrenziale del nostro sistema.

5. Rispetto all’alternativa Banco Bpm-Mps, che avrebbe avuto l’ambizione di una crescita più “semi-organica” e di una fusione tra soggetti più vicini per dimensione, quale soluzione sarebbe stata più utile al sistema: una Mps integrata in un gigante come Intesa o una Mps usata per rafforzare un concorrente intermedio?

Indubbiamente la prima, ma solo a patto che la strada futura sia la seconda che ho appena delineato. L’alternativa di una combinazione MPS-Banco BPM sarebbe comunque nel futuro prevedibile irrilevante dal punto di vista del posizionamento europeo e globale del nostro sistema.

6. Banco Bpm-Mps avrebbe potuto creare un gruppo bancario più forte senza ridurre troppo la concorrenza? Oppure, al contrario, avrebbe rischiato di produrre un campione nazionale ancora troppo piccolo per competere davvero in Europa?

Nell’ipotesi, al momento piuttosto teorica, che la proposta di Banco BPM prevalga sull’offerta di Intesa, non credo si porrebbe un problema rilevante dal punto di vista della struttura del mercato retail. Non dimentichiamo che l’ipotetico soggetto MPS-Banco BPM competerebbe su mercati nei quali operano giganti come Unicredit e Intesa. Per contro quella combinazione, anche se di dimensione ragguardevole all’interno, non sarebbe comunque tale da impensierire i concorrenti al di fuori dei nostri confini.

7. L’operazione porterebbe dentro l’azionariato di Intesa soci come Delfin e Caltagirone, accanto alle fondazioni storiche. È una normale evoluzione del capitalismo finanziario italiano o il ritorno di un “salotto buono” più aggressivo, con nuovi equilibri di potere dentro la prima banca del Paese?

A me non sembra tanto normale che nell’azionariato di banche importanti siano presenti gruppi industriali così potenti e attivi nella volontà di influenzare lo scacchiere bancario, inevitabilmente a proprio vantaggio. È una cosa che va tenuta sotto controllo dal punto di vista prudenziale. Peraltro mi sembra che l’influenza di quei gruppi, pur tuttora importante, sia stata ridimensionata dalle ultime vicende.

8. Una convivenza tra il management di Intesa, le fondazioni, Delfin, Caltagirone e altri soci forti può funzionare in modo stabile? O il rischio è che dentro Intesa entri una dialettica azionaria molto più aggressiva di quella a cui il gruppo è abituato?

Che ci sarà più dibattito è probabile! Ritengo però che l’esperienza e la reputazione del management di Intesa siano tali da poter gestire efficacemente questa dialettica.

9. Il dossier Generali resta il cuore politico-finanziario della vicenda. Una grande banca come Intesa che eredita Mediobanca e una quota rilevante in Generali rafforza il sistema italiano in Europa, o rischia di ricreare intrecci tra banca, assicurazione e poteri azionari che l’Europa guarderebbe con diffidenza?

A mio modo di vedere indubbiamente lo rafforza. La questione è capire se una partecipazione in Generali del 16 per cento (contando sia la quota di Mediobanca sia gli ulteriori acquisti fatti recentemente da Intesa con strumenti derivati) sia sufficiente per realizzare tutte le sinergie fra la componente assicurativa e quella bancaria. Io ho dei dubbi in proposito. Penso che sarebbe auspicabile da questo punto di vista una combinazione più forte fra Generali e uno dei due grandi gruppi bancari del Paese. Intesa e Unicredit possono funzionare entrambi sotto questo profilo.  L’importante è realizzare la migliore combinazione possibile fra forza finanziaria (che deriva dalla dimensione), articolazione multiservizi e vocazione europea e globale.

10. Nelle stesse ore in cui si muove Intesa, Unicredit prova in ogni nodo a superare le resistenze di sistema tedesche su Commerzbank. Già prima era stato bloccato dall’Italia con il golden power su Banco Bpm. C’è una carenza di diplomazia da parte di Unicredit o un eccesso di interventismo da parte dei governi nazionali? E in questo secondo caso quali sono gli strumenti per superare le resistenze?

Unicredit negli ultimi anni si è mossa con coraggio, in Germania come in Italia. Ottenendo ben poca collaborazione dagli establishment politici, sia all’estero sia (meno comprensibilmente) all’interno. L’atteggiamenti tenuto negli ultimi mesi del governo tedesco è inqualificabile e ne rivela l’incapacità di gestire le componenti della società tedesca. Il percorso di Unicredit in Germania però continua e il mercato sembra premiarlo. Il 16 giugno sapremo se la scalata ha avuto successo.

11. Le banche italiane hanno utili molto elevati mentre l’economia cresce poco. In questa fase non sarebbe più prudente distribuire un po’ meno dividendi e usare più capitale per credito, investimenti tecnologici, imprese e famiglie?

Da un punto di vista degli equilibri generali, sia prudenziali sia macroeconomici, sono d’accordo. La decisione su come distribuire le risorse però spetta agli organi aziendali, in ultima analisi dagli azionisti stessi che sono oggettivamente interessati in questa decisione. Dal punto di vista prudenziale spetta alle autorità di vigilanza, in particolare alla BCE, mettere i paletti.

12. Se dovesse indicare un solo criterio ai regolatori — Bce, Antitrust, Bankitalia, governo — quale dovrebbe prevalere: la solidità del nuovo gruppo, la concorrenza per clienti e imprese, la contendibilità di Generali o la capacità dell’Italia di contare davvero nella finanza europea?

L’ultimo che lei cita.

Riproduzione riservata ©

Stablecoins, Sovereignty, and the Future of Europe’s Payment Landscape

European Payments Council

Available here >>

The views expressed in this article are solely those of the author and should not be attributed to the European Payments Council.

As stablecoins move from the margins of crypto markets into the mainstream of global finance, Europe faces a pivotal moment. Their growth raises pressing questions about monetary sovereignty, financial stability, and the interplay between private digital assets and public digital money. Economist and policy expert Ignazio Angeloni discusses the promises and risks of stablecoins in the euro area, their regulatory challenges, and how they might coexist – or compete – with a future digital euro.

1 – Stablecoins are becoming more visible in financial markets. In your view and from a European policy perspective, what impact could they have on monetary sovereignty and financial stability?

Two dimensions must be considered when assessing the potential impact of stablecoins. One is the inherent nature of the instrument: a privately issued money-like asset backed by collateral. The other is the infrastructure on which they are issued, held and exchanged: the blockchain. The two features are linked but distinct. All stablecoins trade on distributed ledgers, but not all assets circulating on blockchains are stablecoins (tokenised deposits, for example, are not).

Of the two, the blockchain is the most interesting and promising innovation, in my view. Centralised settlement of monetary transactions is not always feasible or efficient. For example, absent a world central bank, cross-border payments cannot be settled on a single centralised ledger. 

The existing cross-border payments system is inefficient and risky due to its reliance on correspondent accounts among large international banks. Permissioned blockchains – overseen and supported by central banks – would make the international payment system safer and less costly. 

Monetary sovereignty in the euro area should not be at risk if the euro remains the sole accepted currency and if the ECB monetary policy instruments continue to work well. If EU legal tender legislation is sufficiently strong (which perhaps requires strengthening it further), dollar-denominated stablecoins should not be a concern. Authorities should monitor the development of euro-denominated ones, intervening if necessary to ensure that central bank money remains the cornerstone of the system.

2 – If stablecoins were to grow significantly in the euro area, what key risks should regulators pay close attention to?

Investor protection and financial stability are the two main regulatory concerns at present.
Like money market funds, stablecoins are potentially subject to confidence crises. Runs can lead to fire sales of collateral assets. From an investor protection standpoint, regulation must ensure that stablecoin holders are aware of those risks and that issuers are transparent regarding the quality of their collateral.

From a financial stability perspective, regulators must ensure that confidence is maintained and that asset sales, if they occur, are not transmitted to the rest of the system. Existing regulatory frameworks use several approaches to control these risks, but none of them, in my opinion, are strong enough to dispel financial stability concerns fully.

Three ways are available to control financial stability risks: redemption limits; collateral liquidity supervision and portfolio allocation rules. Each has strengths and limits:

  • Redemption limits act as circuit breakers when they are in place, but expectation of further limits can erode confidence and accelerate runs. 
     
  • Liquidity can never be fully ensured: all assets (but central bank deposits) are risky, and markets do not always function. 
     
  • Portfolio allocation rules do not prevent runs but can limit contagion to other segments – notably banks.

A combination of the three is likely to be needed.  Regulators should learn from experience and, when necessary, adjust their regulatory approach.

3 – How do you see the relationship between stablecoins and a digital euro? Could they play complementary roles?

The debate around central bank digital currencies (CBDCs) and the digital euro over the last several years has helped clarify a number of things. 

Most agree today that the existing domestic retail payment infrastructure (composed of payment cards, online platforms and handheld applications, all private, clearing on centralised ledgers and ultimately on central bank balance sheets) is already quite safe and efficient. Improving upon the status quo is certainly possible, but there is no compelling user-case argument for a new payment instrument issued and managed by the central bank. Such role would also put the central bank in conflict with its function as overseer of private payments.

By contrast, as already mentioned, improvements are possible in wholesale international payments. Here central banks could play a key role, and CBDCs and stablecoin could indeed be complementary. Permissioned blockchains among central banks, possibly including private institutions (banks and payment system providers), supported by lender-of-last-resort facilities, would give rise to a radically new international payment system, safer and less expensive for final users.

Improvements are possible in wholesale international payments. Permissioned blockchains among central banks would give rise to a radically new international payment system, safer and less expensive for final users.

For this scenario to materialise, a high degree of central bank cooperation is be needed. There is a strong tradition of cooperation among the main – not only Western – central banks. Progress requires that such cooperation is upheld and strengthened, even in the present politically fragmented international environment.

4 – Looking ahead, what factors will determine whether stablecoins become an important part of Europe’s payment systems in the coming years?

I think the jury is still open, not only on whether stablecoins will be important in Europe, but more generally on whether they are bound to become a central feature of the global financial system. With a market capitalisation amounting to just over 300 billion US dollars worldwide (a small number) such outcome is far from assured at present.

A comparison of the growth of money market funds (MMFs) after 1979-80 (when they started growing in the US due to the legal prohibition on banks to pay interest on deposits) with stablecoins after 2020 – adjusted for inflation – suggests MMFs grew much more quickly in their initial years, even though banking regulations were subsequently loosened by repealing Regulation Q. The popularity of stablecoins in recent years benefitted from circumstances – the crypto boom during Covid and the political support at the onset of the second Trump administration – which were in many ways special. 

All in all, I think that stablecoins still have to prove their worth in global financial markets.

Europe is likely to be a follower, adapting to how international trends will develop.

Copyright (c)