Intesa-MPS, intervista con Francesco Manacorda

La Reppublica

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1. Partiamo dal giudizio complessivo: l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, in concorrenza di fatto con il progetto Banco Bpm-Mps,  è una grande operazione industriale o soprattutto una mossa difensiva per chiudere il risiko italiano prima che lo facciano altri?

Era evidente già da prima che l’assetto del sistema bancario italiano era instabile, con la combinazione MPS-Mediobanca avviata a un lungo e incerto processo di integrazione e intanto vulnerabile alla scalata, Banco BPM che da anni cercava una sistemazione senza trovarla, Unicredit impegnata all’estero ma attenta anche a opportunità all’interno, e la stessa Intesa da troppo tempo alla finestra. Messina ha dichiarato che questo intervento era allo studio da tempo. Può diventare un grande progetto industriale, ma non lo è ancora. Dipenderà da come evolve – assumendo naturalmente che la scalata riesca, cosa per cui ci sono i presupposti.

2. Lei aveva definito anomala la scalata di Mps a Mediobanca, paragonandola alla scalata di una banca media americana a Goldman Sachs. Se ora Mediobanca finisse dentro Intesa, l’anomalia verrebbe sanata perché il compratore finale è un grande gruppo, o resterebbe il vizio d’origine dell’operazione? O, ancora, si creerebbe una concentrazione eccessiva nel Cib?

Certamente questa combinazione è meno anomala della precedente. Intesa ha le spalle ben più larghe di MPS. La sinergia fra la componente retail quella corprorate è più chiara di quanto fosse prima. Se capiamo bene questa operazione, dovremmo arrivare ad avere Intesa aumentata da circa la metà delle filiali di MPS, più la componente di corporate banking rappresentata da Mediobanca. Avremmo poi Unipol con una componente bancaria più forte ottenuta fondendo Bper con le filiali rimanenti di MPS. La prima di queste due realtà – chiamiamola “Intesa-plus” – è quella su cui va concentrata l’attenzione. Vedo due percorsi possibili. O Intesa-plus usa la sua nuova dimensione e articolazione per rafforzarsi all’interno del Paese (il che significa radicamento sui territori, difesa del risparmio italiano, sostegno ai titoli di stato, eccetera); oppure Intesa-plus è il primo passo per creare quel soggetto bancario universale di grande dimensione, competitivo in Europa e nel mondo, che il Rapporto Draghi e altri osservatori autorevoli hanno auspicato. Nel primo caso, si sarà persa una grande occasione. Ma per realizzare il secondo, Intesa ha ancora molto lavoro da fare. In questo scenario, il futuro di Generali può essere cruciale.

3. Intesa dice di poter risolvere il problema della concorrenza cedendo a Unipol/Bper 635 sportelli e il marchio Mps. Basta vendere filiali per preservare la concorrenza, o il punto vero è il potere complessivo del nuovo gruppo tra credito, wealth management, assicurazioni, Mediobanca e Generali?

Penso che le autorità della concorrenza valuteranno questo caso guardando alla struttura dell’offerta bancaria nei mercati locali e quindi misurando dimensione e distribuzione delle filiali. Penso anche che in questo momento ci sia consapevolezza in Europa sulla necessità di dare vita a soggetti bancari di grande dimensione capaci di finanziare le trasformazioni dell’economia europea e di competere con successo con i giganti bancari statunitensi e asiatici. Per queste ragioni, penso che un progetto industriale chiaro che muova in questa direzione, portato avanti da un management credibile come quello di Intesa, sarebbe visto in Europa con occhi favorevoli.

4. Lo schema Intesa-Unipol sembra produrre due effetti: Intesa prende la parte più strategica di Mps, compresa Mediobanca, mentre Unipol/Bper rileva una rete bancaria con il marchio Montepaschi. Questo è davvero un “terzo polo” o è piuttosto lo smembramento ordinato di Mps?

L’idea del terzo polo mi sembra al momento tramontata. La cosiddetta “Banca Monte dei Paschi” sarebbe poco più grande di Banco BPM oggi, come asset in bilancio e capitalizzazione. Quindi non tale da cambiare in modo significativo la geografia concorrenziale del nostro sistema.

5. Rispetto all’alternativa Banco Bpm-Mps, che avrebbe avuto l’ambizione di una crescita più “semi-organica” e di una fusione tra soggetti più vicini per dimensione, quale soluzione sarebbe stata più utile al sistema: una Mps integrata in un gigante come Intesa o una Mps usata per rafforzare un concorrente intermedio?

Indubbiamente la prima, ma solo a patto che la strada futura sia la seconda che ho appena delineato. L’alternativa di una combinazione MPS-Banco BPM sarebbe comunque nel futuro prevedibile irrilevante dal punto di vista del posizionamento europeo e globale del nostro sistema.

6. Banco Bpm-Mps avrebbe potuto creare un gruppo bancario più forte senza ridurre troppo la concorrenza? Oppure, al contrario, avrebbe rischiato di produrre un campione nazionale ancora troppo piccolo per competere davvero in Europa?

Nell’ipotesi, al momento piuttosto teorica, che la proposta di Banco BPM prevalga sull’offerta di Intesa, non credo si porrebbe un problema rilevante dal punto di vista della struttura del mercato retail. Non dimentichiamo che l’ipotetico soggetto MPS-Banco BPM competerebbe su mercati nei quali operano giganti come Unicredit e Intesa. Per contro quella combinazione, anche se di dimensione ragguardevole all’interno, non sarebbe comunque tale da impensierire i concorrenti al di fuori dei nostri confini.

7. L’operazione porterebbe dentro l’azionariato di Intesa soci come Delfin e Caltagirone, accanto alle fondazioni storiche. È una normale evoluzione del capitalismo finanziario italiano o il ritorno di un “salotto buono” più aggressivo, con nuovi equilibri di potere dentro la prima banca del Paese?

A me non sembra tanto normale che nell’azionariato di banche importanti siano presenti gruppi industriali così potenti e attivi nella volontà di influenzare lo scacchiere bancario, inevitabilmente a proprio vantaggio. È una cosa che va tenuta sotto controllo dal punto di vista prudenziale. Peraltro mi sembra che l’influenza di quei gruppi, pur tuttora importante, sia stata ridimensionata dalle ultime vicende.

8. Una convivenza tra il management di Intesa, le fondazioni, Delfin, Caltagirone e altri soci forti può funzionare in modo stabile? O il rischio è che dentro Intesa entri una dialettica azionaria molto più aggressiva di quella a cui il gruppo è abituato?

Che ci sarà più dibattito è probabile! Ritengo però che l’esperienza e la reputazione del management di Intesa siano tali da poter gestire efficacemente questa dialettica.

9. Il dossier Generali resta il cuore politico-finanziario della vicenda. Una grande banca come Intesa che eredita Mediobanca e una quota rilevante in Generali rafforza il sistema italiano in Europa, o rischia di ricreare intrecci tra banca, assicurazione e poteri azionari che l’Europa guarderebbe con diffidenza?

A mio modo di vedere indubbiamente lo rafforza. La questione è capire se una partecipazione in Generali del 16 per cento (contando sia la quota di Mediobanca sia gli ulteriori acquisti fatti recentemente da Intesa con strumenti derivati) sia sufficiente per realizzare tutte le sinergie fra la componente assicurativa e quella bancaria. Io ho dei dubbi in proposito. Penso che sarebbe auspicabile da questo punto di vista una combinazione più forte fra Generali e uno dei due grandi gruppi bancari del Paese. Intesa e Unicredit possono funzionare entrambi sotto questo profilo.  L’importante è realizzare la migliore combinazione possibile fra forza finanziaria (che deriva dalla dimensione), articolazione multiservizi e vocazione europea e globale.

10. Nelle stesse ore in cui si muove Intesa, Unicredit prova in ogni nodo a superare le resistenze di sistema tedesche su Commerzbank. Già prima era stato bloccato dall’Italia con il golden power su Banco Bpm. C’è una carenza di diplomazia da parte di Unicredit o un eccesso di interventismo da parte dei governi nazionali? E in questo secondo caso quali sono gli strumenti per superare le resistenze?

Unicredit negli ultimi anni si è mossa con coraggio, in Germania come in Italia. Ottenendo ben poca collaborazione dagli establishment politici, sia all’estero sia (meno comprensibilmente) all’interno. L’atteggiamenti tenuto negli ultimi mesi del governo tedesco è inqualificabile e ne rivela l’incapacità di gestire le componenti della società tedesca. Il percorso di Unicredit in Germania però continua e il mercato sembra premiarlo. Il 16 giugno sapremo se la scalata ha avuto successo.

11. Le banche italiane hanno utili molto elevati mentre l’economia cresce poco. In questa fase non sarebbe più prudente distribuire un po’ meno dividendi e usare più capitale per credito, investimenti tecnologici, imprese e famiglie?

Da un punto di vista degli equilibri generali, sia prudenziali sia macroeconomici, sono d’accordo. La decisione su come distribuire le risorse però spetta agli organi aziendali, in ultima analisi dagli azionisti stessi che sono oggettivamente interessati in questa decisione. Dal punto di vista prudenziale spetta alle autorità di vigilanza, in particolare alla BCE, mettere i paletti.

12. Se dovesse indicare un solo criterio ai regolatori — Bce, Antitrust, Bankitalia, governo — quale dovrebbe prevalere: la solidità del nuovo gruppo, la concorrenza per clienti e imprese, la contendibilità di Generali o la capacità dell’Italia di contare davvero nella finanza europea?

L’ultimo che lei cita.

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Stablecoins, Sovereignty, and the Future of Europe’s Payment Landscape

European Payments Council

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The views expressed in this article are solely those of the author and should not be attributed to the European Payments Council.

As stablecoins move from the margins of crypto markets into the mainstream of global finance, Europe faces a pivotal moment. Their growth raises pressing questions about monetary sovereignty, financial stability, and the interplay between private digital assets and public digital money. Economist and policy expert Ignazio Angeloni discusses the promises and risks of stablecoins in the euro area, their regulatory challenges, and how they might coexist – or compete – with a future digital euro.

1 – Stablecoins are becoming more visible in financial markets. In your view and from a European policy perspective, what impact could they have on monetary sovereignty and financial stability?

Two dimensions must be considered when assessing the potential impact of stablecoins. One is the inherent nature of the instrument: a privately issued money-like asset backed by collateral. The other is the infrastructure on which they are issued, held and exchanged: the blockchain. The two features are linked but distinct. All stablecoins trade on distributed ledgers, but not all assets circulating on blockchains are stablecoins (tokenised deposits, for example, are not).

Of the two, the blockchain is the most interesting and promising innovation, in my view. Centralised settlement of monetary transactions is not always feasible or efficient. For example, absent a world central bank, cross-border payments cannot be settled on a single centralised ledger. 

The existing cross-border payments system is inefficient and risky due to its reliance on correspondent accounts among large international banks. Permissioned blockchains – overseen and supported by central banks – would make the international payment system safer and less costly. 

Monetary sovereignty in the euro area should not be at risk if the euro remains the sole accepted currency and if the ECB monetary policy instruments continue to work well. If EU legal tender legislation is sufficiently strong (which perhaps requires strengthening it further), dollar-denominated stablecoins should not be a concern. Authorities should monitor the development of euro-denominated ones, intervening if necessary to ensure that central bank money remains the cornerstone of the system.

2 – If stablecoins were to grow significantly in the euro area, what key risks should regulators pay close attention to?

Investor protection and financial stability are the two main regulatory concerns at present.
Like money market funds, stablecoins are potentially subject to confidence crises. Runs can lead to fire sales of collateral assets. From an investor protection standpoint, regulation must ensure that stablecoin holders are aware of those risks and that issuers are transparent regarding the quality of their collateral.

From a financial stability perspective, regulators must ensure that confidence is maintained and that asset sales, if they occur, are not transmitted to the rest of the system. Existing regulatory frameworks use several approaches to control these risks, but none of them, in my opinion, are strong enough to dispel financial stability concerns fully.

Three ways are available to control financial stability risks: redemption limits; collateral liquidity supervision and portfolio allocation rules. Each has strengths and limits:

  • Redemption limits act as circuit breakers when they are in place, but expectation of further limits can erode confidence and accelerate runs. 
     
  • Liquidity can never be fully ensured: all assets (but central bank deposits) are risky, and markets do not always function. 
     
  • Portfolio allocation rules do not prevent runs but can limit contagion to other segments – notably banks.

A combination of the three is likely to be needed.  Regulators should learn from experience and, when necessary, adjust their regulatory approach.

3 – How do you see the relationship between stablecoins and a digital euro? Could they play complementary roles?

The debate around central bank digital currencies (CBDCs) and the digital euro over the last several years has helped clarify a number of things. 

Most agree today that the existing domestic retail payment infrastructure (composed of payment cards, online platforms and handheld applications, all private, clearing on centralised ledgers and ultimately on central bank balance sheets) is already quite safe and efficient. Improving upon the status quo is certainly possible, but there is no compelling user-case argument for a new payment instrument issued and managed by the central bank. Such role would also put the central bank in conflict with its function as overseer of private payments.

By contrast, as already mentioned, improvements are possible in wholesale international payments. Here central banks could play a key role, and CBDCs and stablecoin could indeed be complementary. Permissioned blockchains among central banks, possibly including private institutions (banks and payment system providers), supported by lender-of-last-resort facilities, would give rise to a radically new international payment system, safer and less expensive for final users.

Improvements are possible in wholesale international payments. Permissioned blockchains among central banks would give rise to a radically new international payment system, safer and less expensive for final users.

For this scenario to materialise, a high degree of central bank cooperation is be needed. There is a strong tradition of cooperation among the main – not only Western – central banks. Progress requires that such cooperation is upheld and strengthened, even in the present politically fragmented international environment.

4 – Looking ahead, what factors will determine whether stablecoins become an important part of Europe’s payment systems in the coming years?

I think the jury is still open, not only on whether stablecoins will be important in Europe, but more generally on whether they are bound to become a central feature of the global financial system. With a market capitalisation amounting to just over 300 billion US dollars worldwide (a small number) such outcome is far from assured at present.

A comparison of the growth of money market funds (MMFs) after 1979-80 (when they started growing in the US due to the legal prohibition on banks to pay interest on deposits) with stablecoins after 2020 – adjusted for inflation – suggests MMFs grew much more quickly in their initial years, even though banking regulations were subsequently loosened by repealing Regulation Q. The popularity of stablecoins in recent years benefitted from circumstances – the crypto boom during Covid and the political support at the onset of the second Trump administration – which were in many ways special. 

All in all, I think that stablecoins still have to prove their worth in global financial markets.

Europe is likely to be a follower, adapting to how international trends will develop.

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Il posto di Lisa Cook alla Fed è cruciale, gli effetti saranno dirompenti

La Repubblica – Intervista con Eugenio Occorsio

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I mercati hanno reagito male ma credo che gli effetti negativi di questa manovra non siano stati ancora percepiti appieno». Ignazio Angeloni, economista e banchiere, PhD alla University of Pennsylvania, a lungo direttore per la stabilità finanziaria della Bce e membro del suo consiglio di vigilanza, oggi “senior fellow” in Bocconi, è convinto che alla lunga le conseguenze del licenziamento di Lisa Cook «potrebbero essere ancor più dirompenti di quelli del Liberation Day, che in fondo si è rivelato il primo passo di un processo negoziale che è ancora in corso.

Invece stavolta?

L’assoggettamento della banca centrale Usa al potere politico (a questo potere politico, aggiungo, privo di senso delle istituzioni e noncurante della storia che ci sta dietro) è una svolta netta che avrà conseguenze in tutto il mondo.

Quali possono essere le prossime mosse di Trump?

I membri del board della Fed sono 7: contando i due che già si sono espressi per un ribasso dei tassi, il neonominato Stephen Miran (sostenitore che sia il momento di porre fine all’indipendenza della Fed) e l’eventuale sostituto di Cook, già ci sarebbe una maggioranza per il controllo del bilancio e dello staff. Per le votazioni sui tassi si aggiungono a rotazione cinque dei dieci presidenti della Fed regionali: tutti dovranno essere rinnovati in febbraio e approvati dalla maggioranza del Board. Ecco perché la questione di Cook è cruciale. Se viene sostituita entro febbraio, i sostenitori di Trump possono arrivare a controllare la politica monetaria USA.

Ma qual è la situazione legislativa, com’è possibile una trappola di queste dimensioni?

Negli Usa le difese costituzionali e legislative della banca centrale sono sempre state deboli. La costituzione è stata scritta prima della nascita della Fed, e le leggi successive non sono riuscite a creare un quadro chiaro. Si parla genericamente di “giusta causa” per il licenziamento di un membro del board, ma serve una pronuncia decisa e forte della Corte Suprema, i tempi ci sarebbero ma le certezze molto meno. In Europa i presidi intorno alla Bce sono più forti, ma prepariamoci a effetti- imitazione: talune forze politiche sarebbero (anzi, saranno) tentate di imboccare la stessa strada.

Nelle stesse ore, insinuandosi anche qui in un quadro legale incerto, Trump sta cercando di creare un sistema di “partecipazioni statali”: prima UsSteel, ora Intel. E dopo?

Come ha scritto sul Wall Street Journal il politologo Greg Ip, gli Usa di Trump stanno abbandonando la linea del libero mercato e imboccando quella del capitalismo di Stato stile Xi Jinping. Con l’aggiunta specifica di promuovere a dismisura gli interessi della famiglia Trump. Ma quello che è sempre stato vero ovunque e’ vero anche negli Stati Uniti: il capitalismo di stato alla fine non porta crescita, fa solo crescere le clientele scoraggiando concorrenza e innovazione. Nella stessa direzione spinge anche la guerra che Trump sta conducendo contro le istituzioni accademiche.

La battaglia sui dazi sembra ad un punto fermo. Come ne esce l’Europa?

Non condivido le opinioni negative che sono state espresse da molti osservatori in Italia sulla linea seguita da von der Leyen. A mio parere l’Europa finora ha gestito questa partita abbastanza bene date le circostanze. L’ostilità di Trump contro l’Ue fin dall’inizio era molto forte, e il 15% spuntato è comunque meglio della tariffa imposta al Canada e a molti altri paesi storicamente alleati degli americani. Io penso e spero che la pressione ad alzare le tariffe si attenuerà nel tempo, magari almeno con esenzioni e attenuazioni di vario genere. Ora bisogna vedere che cosa implica l’ultima sparata sulla tassazione e la regolamentazione del digitale: ogni giorno si apre un nuovo fronte.

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