Le regole sui bilanci servono, anche al Pil dell’Italia. Parla Angeloni

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini


Leggi su Formiche >>

Di Gianluca Zapponini

Il varco è stato ormai aperto. Ursula von der Leyen ha mandato un messaggio sufficientemente chiaro a quei Paesi, Austria in testa, che sognano un ritorno delle vecchie regole di bilancio, non certo aggiornate alla pandemia e i suoi effetti catastrofici sull’economia. Quelle regole non possono tornare, non devono, perché il coronavirus ha stressato come non mai le finanze pubbliche.

Attenzione però, avverte  Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia: non sarà un tana libera tutti, delle regole su debito e deficit ci saranno sempre. Insomma, rigore forse no, ma vincoli sì. E chissà che le elezioni in Germania di fine settembre non siano in qualche modo decisive…

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen ha imposto la necessità di nuove regole europee, aggiornate alla pandemia. Possiamo considerare tramontata la stagione del vecchio Patto di Stabilità?

Non mi sembra che il discorso del presidente della Commissione Europea contenga indicazioni precise su questo, al di là dell’auspicio, forse ottimistico, che un accordo sarà raggiunto presto.

Eppure quanto udito ieri aveva tutta l’aria di una svolta…

Certamente non si tornerà alle procedure pre Covid, giudicate da tutti complicate e inefficaci. Ma una sorveglianza europea sui conti pubblici rimarrà e Paesi indebitati come l’Italia sono i primi a trarne vantaggio. Su questo punto, una parte del dibattito italiano è fuorviante.

Cosa intende dire?

Senza una cornice europea, di cui quella sorveglianza fa parte, l’Italia sarebbe sola a gestire i rischi del suo debito pubblico enorme contro future crisi di mercato, che non sono affatto improbabili. L’importante è che le nuove regole siano realistiche e vengano seguite.

Angeloni, però alcuni Paesi, come l’Austria, sognano un ritorno di Maastricht nella sua applicazione più pura. Non lo trova surreale alla luce dell’attuale situazione e del fatto che le principali economie del Continente, Francia, Germania e Italia, abbiano un deficit abbondantemente oltre i parametri?

Un ritorno a Maastricht potrebbe invece proprio essere la via. Quelle regole sono scritte nel trattato, quindi sono state condivise da tutti e richiedono unanimità per essere cambiate. Sono regole semplici, al contrario di tutte le sovrastrutture introdotte negli anni successivi. Un deficit del 3% porta, se il prodotto nazionale cresce del 3-4% a prezzi correnti con un’inflazione al 2%, che è l’obiettivo Bce, a un debito tendenziale attorno al 90% del Pil. Un obiettivo ragionevole per noi, escludendo nuove crisi, e coerente colla posizione degli altri Paesi.

Sta dicendo che il Trattato di Maastricht è tutt’altro che superato?

Sì, ma un passo avanti sarebbe escludere dal calcolo certe categorie di investimenti NgEu, su cui c’è un vaglio europeo. Se poi la crescita economica fosse maggiore, come si sperava ai tempi di Maastricht, si potrebbe fare anche meglio sul debito, senza sforzo. La strategia vincente per l’Italia in questa fase non è mettersi di traverso nel negoziato o porsi obiettivi irrealizzabili, ma ridurre il debito gradualmente rimanendo in linea con l’Europa.

Parliamo della Germania, baricentro d’Europa. Il 26 settembre finirà ufficialmente l’era di Angela Merkel. Che cosa dobbiamo aspettarci dal voto tedesco? Prevede qualche impatto di sorta sulla politica monetaria della Bce, ormai prossima a un piccolo ma primo disimpegno?

I sondaggi indicano come possibile un governo di centro-sinistra (Spd), con partecipazione dei Verdi e possibile innesto dei liberali. Tutti e tre questi partiti sono contrari a regole fiscali eccessivamente restrittive, tipo schwarze-null, pareggio di bilancio ma nessuno dei tre, credo, punterebbe a rinegoziare il trattato.

Prevede qualche impatto di sorta sulla politica monetaria della Bce, ormai prossima a un piccolo ma primo disimpegno, dopo il voto?

La prospettiva di una pace fiscale di lunga durata in Europa aprirebbe spazi anche per la Bce, oggi condannata a tassi negativi e a politiche di acquisto di titoli non più efficaci. Migliorerebbe il cosiddetto policy-mix, la combinazione delle politiche fiscale e monetaria, a tutto vantaggio dell’economia europea. Ma tutto questo per ora è fantasia: bisogna attendere il 26 settembre per capire quali saranno le combinazioni di governo possibili.

® Riproduzione riservata

La variante Delta è una minaccia, la Fed aspetterà a ritirare gli aiuti

La Stampa
Intervista di Fabrizio Goria

Leggi su La Stampa >>
Di Fabrizio Goria

Le armi in dotazione alle banche centrali sono spuntate, e si spera che le varianti del Covid-19 non costringano a rallentare il ritiro degli stimoli monetari. Questo perché quelli fiscali sono più efficaci. Ignazio Angeloni, già membro del Single resolution board (Srb) della Banca centrale europea (Bce), il consiglio di vigilanza di Francoforte, traccia un quadro chiaroscurale per i prossimi mesi. Che metterà a dura prova anche la Federal Reserve di Jerome Powell, che si riunisce oggi a Jackson Hole per il simposio annuale. Ma l’economista italiano, ora fellow all’Harvard Kennedy School, passa anche in giudizio l’Italia, che ha ritrovato una nuova credibilità internazionale attraverso l’esecutivo a trazione Mario Draghi.

Oggi si apre Jackson Hole. Cosa bisogna aspettarsi, dopo oltre un anno e mezzo di pandemia?

«Non mi aspetto grandi novità. La situazione dell’economia americana è troppo fluida; i contagi e i decessi del Covid hanno ricominciato a crescere dall’estate, e questo potrebbe portare a nuovi rallentamenti nell’economia. Powell di solito è molto prudente nelle sue scelte; secondo alcuni anche troppo. Darà indicazioni sul “tapering” (tempistica della riduzione degli acquisti di titoli) solo quando quelle incertezze saranno dissipate. Sullo sfondo va considerato anche il fatto che Powell deve essere riconfermato a breve, ed è personalmente debole, accusato com’è di essere poco indipendente e poco esperto di questioni monetarie. Lo stesso presidente Usa, che deve decidere se riconfermarlo, è fortemente indebolito dalla questione Afghanistan. Una situazione delicata su più fronti, che non consiglia mosse azzardate».

L’anno scorso avvenne la grande deviazione di Jerome Powell, con la Federal Reserve che tollererà fluttuazioni temporanee dell’inflazione. E proprio l’inflazione continua a essere al centro delle discussioni. A torto?

«Quell’annuncio fatto lo scorso anno diventa rilevante oggi: consente alla banca centrale di ritardare la restrizione monetaria per un certo periodo di tempo. Il fatto che l’inflazione sia molto alta (oltre il 5 per cento) non è quindi decisivo per le decisioni che la Fed prenderà a breve. Personalmente ritengo che una dinamica inflazionistica sostenuta e duratura non sia possibile, nelle nostre economie (quindi anche in Europa) senza una ripresa della dinamica salariale. La rincorsa dei salari ai prezzi fu la causa determinante della “grande inflazione” degli anni 70: non ne vedo le condizioni oggi. Le organizzazioni sindacali sono state indebolite in tutto il mondo dalla concorrenza del lavoro asiatico a basso costo e dall’automazione dei processi produttivi. Queste condizioni strutturali del mercato del lavoro possono cambiare, ma ci vorrà del tempo».

Si parla con sempre maggiore insistenza del tapering della Fed. Lei aspetterebbe ancora all’exit strategy o vede le condizioni (macro e sanitarie) in un miglioramento tale da giustificare un ritiro degli aiuti pandemici?

«L’impressione è che la politica ultra-accomodante abbia scarsa efficacia nello stimolare l’economia, e anzi possa essere addirittura controproducente in certe situazioni – per esempio, quando i tassi negativi penalizzano i bilanci delle banche e le inducono a restringere l’offerta di credito. Credo che le banche centrali condividano questa valutazione, anche se comprensibilmente esitano ad ammettere che le loro armi sono spuntate. La politica fiscale mantiene invece intatta la sua efficacia nelle fasi di depressione economica. Dunque, quando le incertezze causate dalle varianti si dissiperanno, il che potrebbe avvenire sperabilmente nei prossimi mesi, matureranno le condizioni per invertire le politiche espansive, a cominciare da quella monetaria».

A proposito di quanto detto poc’anzi, i tassi di diversi bond sovrani continuano a essere negativi, ma gli investitori continuano a comprarli: è un ecosistema sostenibile?

«Da economista, che cerca di usare il buon senso oltre alla teoria, rispondo di no. I tassi di interesse negativi alla lunga non possono favorire un processo di crescita dell’economia reale sostenuto e sostenibile».

Powell si trova comunque in una situazione non semplice. Come giudicare il suo mandato, e la risposta pandemica?

«Powell non ha una formazione economica e in particolare monetaria, e un alcuni momenti del suo mandato questo si è visto e ha costituito un fattore di debolezza. Ma è una persona di buon senso e prudente, che ascolta pareri diversi e ne tiene conto. Sono caratteristiche importanti per un presidente, che non decide da solo ma deve soprattutto fare una sintesi di punti di vista e considerazioni diverse. Va considerato anche che nel comitato che decide la politica monetaria americana (il Federal Open Market Committee) ci sono economisti di primissimo ordine, che indubbiamente hanno su Powell un’influenza importante».

Variante Delta, shortage nella supply chain globale, inflazione, infine le tensioni geopolitiche. Cosa deve intimorire, su ambo i lati dell’Atlantico, di più in vista dell’autunno?

«I rischi maggiori per la ripresa economica globale derivano a mio avviso da tre fattori: la situazione Covid (nel caso in cui intervengano delle nuove varianti difficilmente controllabili); il settore finanziario (leverage eccessivo delle grandi banche e sopravvalutazione del mercato azionario) e la situazione geo-strategica. In particolare la situazione in Afghanistan, gestita male dall’amministrazione USA, oltre a dare luogo a una dolorosissima crisi umanitaria, costituisce un fattore di rischio macroeconomico che prima non esisteva».

Sul fronte della politica monetaria, quale sarà l’eredità data dal Covid-19?

«La lezione più importante del Covid, dal punto di vista della politica economica, è che l’impatto economico della crisi pandemica può essere sì profondo e doloroso, ma viene superato rapidamente una volta che la situazione sanitaria si sia ristabilita. La pandemia lascerà, nell’economia, danni meno duraturi e meno gravi della crisi finanziaria precedente (i cui effetti sono ancora presenti sia in America sia in Europa). La politica economica (fiscale, monetaria, bancaria) deve quindi reagire rapidamente, ma anche essere pronta a ridurre rapidamente il sostegno quando le condizioni migliorano».

C’è un capitolo che è diventato sempre più importante con la pandemia, ovvero la consapevolezza dell’emergenza climatica. Quanto sarà cruciale nelle future decisioni di politica monetaria?

«A mio avviso la relazione fra cambiamenti climatici e politica monetaria è stato esagerata nel dibattito corrente. La politica monetaria da sola può fare ben poco contro i cambiamenti climatici. Perché i rischi climatici recedano devono cambiare i comportamenti delle persone, i modelli di produzione e di consumo, e insieme ad essi le politiche dei governi. Il tutto a livello globale. La politica monetaria può aiutare in qualche misura questi cambiamenti, facilitandoli dal lato finanziario, ma non determinarli».

Guardiamo all’Italia per un istante. Dall’inizio dell’esecutivo Draghi sono passate una primavera e un’estate. Quali sono stati i risultati più positivi e quali sono le incognite di lungo periodo per il nostro Paese?

«L’Italia ha acquistato con il nuovo governo una credibilità e un’autorevolezza che prima non aveva. Questo è importante, ma è solo l’inizio del percorso. I problemi dell’Italia e degli italiani sono ancora tutti lì, da affrontare. Abbiamo un piano di azione (il Pnrr) e abbiamo ricevuto dall’Europa gli strumenti finanziari per realizzarlo. Ora dobbiamo dimostrare volontà, costanza, continuità di intenti e di azione su un arco di tempo pluriennale. Da italiano, mi auguro che in questo lasso di tempo il Paese possa beneficiare della maggiore continuità politica possibile».

Mps e Unicredit hanno riaperto la stagione delle fusioni bancarie. È un’opportunità per l’Italia e l’Europa o vede più rischi che benefici?

«Il caso Mps è molto particolare: si tratta di dare sistemazione a un soggetto bancario importante che da troppo tempo sopravvive con un modello di affari e una struttura dei costi insostenibili. La strategia delle fusioni in Italia è un tema più ampio. Essa deve dare luogo, a mio avviso, a due-tre grandi banche universali, più grandi delle attuali, diversificate funzionalmente e geograficamente, capaci di competere a livello europeo e globale. Se Mps/Unicredit porta un quella direzione, ben venga, ma a questo fine va privilegiata la robustezza della struttura che deriverà dalla fusione, non le nostalgie per un modello bancario Mps del passato che a volte si sentono riemergere».

E in Europa?

«Il tema del consolidamento bancario si pone non solo in Italia, ma per l’Europa nel suo complesso. L’economia europea deve essere sostenuta da grandi soggetti bancari, attivi internazionalmente in tutti i campi rilevanti – retail banking, pagamenti, asset management, consulenza e investment banking. Questo era un obiettivo dell’unione bancaria che, a quasi 10 anni dal suo avvio, nel giugno 2012, non è stato raggiunto. Rimane necessario per rafforzare l’Europa, economicamente e anche politicamente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

L’inflazione, la connection Fed-Bce e l’euro digitale. Parla Angeloni

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini


Leggi su Formiche >>

Di Gianluca Zapponini

Le politiche ultra-accomodanti delle grandi banche centrali, Federal Reserve e Bce in testa potrebbero avere i mesi contati, nonostante le rassicurazioni sul proseguo degli stimoli arrivati dal governatore della FedJerome Powell, ascoltato dal Congresso americano nella notte italiana. E nonostante la presidente della Bce, Christine Lagarde, si sia sforzata di ribadire il sostegno della banca centrale all’economia ancora alle prese con la pandemia, spegnendo le insinuazioni di chi vede nella revisione della guidance monetaria sul tavolo del board la prossima settimana, il preludio di un intervento sul costo del denaro. Ma c’è chi vede un cambio di passo.

Formiche.net ha chiesto una lettura della situazione a Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia. Con lui abbiamo discusso anche di l’euro digitale.

La prossima settimana la Bce riunirà il board per approvare le nuove linee strategiche. In primis, il nuovo target d’inflazione sarà il 2%, non più poco al di sotto del 2%. Ma c’è vi vede in questo passo la fine della politica ultra-accomodante e il preludio di una possibile stretta monetaria. Lei che lettura dà?

Lo spostamento dell’obiettivo di inflazione al 2% è una misura opportuna, quasi ovvia. La definizione precedente aveva creato confusione e facilitato decisioni errate in passato. Ma anche l’attuale definizione presenta problemi.

Quali?

Anzitutto, l’ampiezza della fascia di oscillazione attorno al 2% non è stata specificata. Questo non facilita decisioni future, comprese quelle da prendere nelle prossime settimane e mesi. Inoltre, l’inclusione nell’indice dell’inflazione del costo degli affitti residenziali è rimandata a un futuro lontano. Che succederà nel frattempo? Sembra poco plausibile che questa componente, di cui è già stata decisa l’inclusione, venga ignorata totalmente. Dalle informazioni disponibili, quei costi potrebbero determinare un innalzamento del tasso medio di inflazione attorno allo 0,4%. Lo spostamento dell’obiettivo al 2% non compensa interamente questo aumento, dunque un effetto restrittivo dall’insieme delle due misure potrebbe esserci. Questo sarebbe inopportuno, perché le nuove line strategiche non dovrebbero avere conseguenze per l’intonazione generale della politica monetaria.

La Federal Reserve, nelle scorse settimane, ha dato i primi, inequivocabili segnali circa un possibile inizio del tapering, complice un’inflazione americana piuttosto tonica. Quale è la differenza, se ve ne saranno, tra il futuro approccio monetario della Fed e della Bce?

La presidente Lagarde ha detto giustamente che Stati Uniti e area euro hanno dinamiche economiche diverse, quindi differenze nell’intonazione e nell’orientamento delle politiche monetarie si giustificano. A questo si aggiunge il fatto che le linee strategiche annunciate dalla Bce differiscono da quelle annunciate dalla Fed il 27 agosto dell’anno scorso, che prevedono un target di inflazione calcolato in media su un certo numero di anni. Ma anche se strategie e politiche monetarie differiscono, ciò che avviene negli Stati Uniti non è indifferente per noi.

Dunque cioè che accade a Washington impatterà anche sulle decisioni della Bce?

I tassi di interesse sul dollaro si trasmettono alla struttura dei tassi in euro, oltre il brevissimo termine, per la catena di effetti che transitano attraverso i mercati finanziari. Quindi se la Fed stringe la politica monetaria, anche solamente in via precauzionale per assicurarsi contro rischi di inflazione per ora remoti, movimenti dei tassi a lungo termine si vedranno anche da noi. E in parte si sono già visti.

Angeloni, in questi giorni si decide il futuro dell’euro digitale. La Bce ha sancito l’avvio di una fase esplorativa. Crede che l’Ue abbia davvero bisogno di una moneta virtuale con corso legale?

Nell’area dell’euro la creazione di una nuova moneta digitale non è una necessità impellente, questo credo sia evidente a tutti. Il sistema dei pagamenti funziona bene, sia al dettaglio sia all’ingrosso, sia in presenza sia online, sia a livello sia domestico sia – dopo la creazione della Sepa (l’area unica dei pagamenti in euro in cui cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni degli Stati membri effettuano operazioni di pagamento in euro verso un altro conto, ndr)–  fra paesi diversi che usano l’euro. Il sistema attuale offre all’utente un ampio ventaglio di strumenti sicuri, efficienti e a basso costo: carte di credito e di debito, smartphone app di vario tipo, bonifici online, oltre ai vecchi assegni (in declino in quanto poco pratici) e ovviamente al contante. E poi il settore privato (banche e non) negli ultimi anni ha saputo conciliare innovazione e sicurezza, sotto la vigilanza delle banche centrali.

Allora non l’Europa non ha bisogno di un euro digitale…

Ci stavo arrivando. Detto questo, è opportuno, anche se non urgente, che le banche centrali dell’area euro affinino la loro esperienza nel settore delle monete digitali per prepararsi all’eventualità non prossima che il contante sparisca totalmente o anche magari per offrire all’utente un’ulteriore alternativa, anche se personalmente non credo che le banche centrali riusciranno a competere in efficienza e sicurezza con gli strumenti di pagamento già esistenti che ho ricordato. Se la Bce in futuro emetterà un euro digitale dovrà stare attenta che questo non disintermedi le banche e non crei problemi per la stabilità finanziaria, rischi di cui peraltro la Bce è ben consapevole. Va detto anche, infine, che esistono nel sistema dei pagamenti globale alcuni comparti poco efficienti, per esempio quello che gestisce le rimesse dei lavoratori all’estero. Qui le banche centrali possono svolgere un’azione utile, soprattutto stimolando la concorrenza ma forse anche creando canali alternativi.

E se le dico Bitcoin, lei che risponde?

Che non includo in questo discorso le cosiddette criptomonete, tipo Bitcoin, che non sono monete in realtà ma strumenti speculativi ad alto rischio che dovrebbero essere maggiormente regolamentati.

® Riproduzione riservata

Fed e Bce pronte alla svolta, ma senza strappi. E l’inflazione… Parla Angeloni

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini

Leggi su Formiche >>
Di Gianluca Zapponini

Pazienza, ma a tempo determinato. La Federal Reserve si avvia, passo dopo passo, verso quella exit strategy temuta dai mercati: il progressivo disimpegno dalla politica monetaria accomodante, fatta di tassi sotto-zero e massicci acquisti di titoli pubblici. Colpa di un’inflazione balzata del 5% lo scorso maggio e che sembra aver rialzato la testa, iniziando una corsa alimentata dall’enorme aspettativa verso i piani pandemici da 5 mila miliardi che Joe Biden ha messo al (duro) esame del Congresso e da una crescita americana ben al di sopra delle attese. Qualcuno, come il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, comincia a crederci per davvero, prevedendo una crescita dei prezzi strutturale non transitoria.

E così la Fed di Jerome Powell, sta per cambiare passo. Proprio quello che le Borse di mezzo mondo temono, perché tassi più alti vuol dire denaro più costoso e dunque riduzione dell’afflusso nell’economia. Delle scelte future della Fed, ma non solo, Formiche.net ne ha parlato con Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia.

L’ultimo dato sull’inflazione americana ha destato non poche preoccupazioni. Per molti osservatori è una fiammata passeggera, da mettere in conto dopo un anno di pandemia. Per altri è l’inizio di un risveglio strutturale, diretta conseguenza dei piani pandemici dell’amministrazione Biden che immettono liquidità nell’economia e della crescita americana sopra le attese. Lei che idea si è fatto?

Non penso che una nuova ondata inflazionistica, intesa come una dinamica sostenuta e durevole di aumento dei prezzi, diciamo una crescita dei prezzi al consumo fra il 5 e il 10 per cento all’anno, o più, che dura diversi anni, possa verificarsi nelle nostre economie avanzate (Europa, Stati Uniti, Giappone, eccetera) senza che ci siano alcune condizioni che al momento non sono presenti.

Quali condizioni?

La principale di queste condizioni è un mercato del lavoro forte e sindacalizzato, che dia luogo a meccanismi espliciti e/o impliciti di indicizzazione salariale. Queste condizioni erano presenti negli anni 70 ma sono venute meno quasi ovunque negli anni ’80 e ’90 e da allora non sono ritornate. Senza questi meccanismi l’inflazione cosiddetta da domanda, come quella che stiamo avendo post-Covid, oppure da costi importati, che si verifica quando il cambio si deprezza o quando il prezzo del petrolio aumenta, tende ad esaurirsi dopo il primo impatto, perché mancano gli effetti di ritorno. Alcuni studiosi autorevoli, fra cui l’economista inglese Charles Goodhart, ritengono che le condizioni per un ritorno a un mercato del lavoro forte e sindacalizzato nelle economie occidentali stiano maturando, a causa delle tendenze demografiche globali. È Una tesi abbastanza convincente ma ci vorranno anni prima che si verifichi, e gli esiti sono comunque incerti.

Gli occhi del mondo sono da tempo puntati sulla Fed, che presto o tardi potrebbe varare una stretta monetaria per raffreddare l’economia e frenare l’afflusso di denaro con tassi più alti. Volendo fare una previsione, è lecito attendersi una prima stretta nella seconda metà del 2021?

Personalmente penso di sì, il mutamento di indirizzo della Fed si verificherà quest’anno. D’altra parte la Fed ha già annunciato il cambiamento della sua politica di acquisti di titoli per l’estate. Non si tratterà inizialmente di una restrizione, ma di un ribilanciamento del tono della politica monetaria, da fortemente espansiva a meno espansiva o normale. La sequenza prevede che il rientro dal QE preceda l’aumento dei tassi, e così avverrà.

Una cattiva notizia…

Diciamo che questo non impedisce che la riduzione del ritmo degli acquisti di titoli si ripercuota subito sulla struttura dei tassi a lunga (pari alla media aritmetica dei vari tassi a breve, ndr), che è quello che conta per l’intonazione della politica monetaria e le ripercussioni a livello globale, inclusa l’Europa.

Anche l’Europa potrebbe presto o tardi fare i conti con un rialzo dei prezzi, su cui incide anche l’aumento delle materie prime. La Bce ha confermato pochi giorni fa la sua politica accomodante, incluso il programma di stimoli. Non è ancora tempo di ritirata?

La presidente Lagarde ha detto giovedì scorso che non è ancora tempo di attuare o prevedere un’inversione della politica monetaria, perché la situazione congiunturale europea è diversa da quella americana. Ha aggiunto che questa valutazione è condivisa da tutti i membri del Consiglio della Bce. Credo che questa valutazione sia corretta per il momento, nel senso che tiene conto delle incertezze ancora presenti nel quadro europeo: vaccinazioni, possibili varianti del virus e ulteriori contagi, ripresa della domanda e riduzione della tendenza al risparmio precauzionale, eccetera. Si vogliono anche evitare errori di prematura inversione della manovra dei tassi, che la Bce ha già fatto in passato. Ma se le cose vanno come ora ci si attende, questa fase transitoria verrà superata abbastanza presto.

E poi, che cosa accadrà?

Allora verrà il momento di valutare tempi e modi dell’inversione monetaria che, come negli Stati Uniti, prevede che la riduzione degli acquisti di titoli preceda l’aumento dei tassi. E anche qui, non sarà una restrizione, ma un ribilanciamento verso un’intonazione meno espansiva. Va anche tenuto presente che la Bce annuncerà in autunno la revisione della sua strategia. L’inversione ciclica della politica monetaria dovrà inserirsi nella nuova strategia e auspicabilmente le due cose dovranno essere coerenti e simultanee.

Chiudiamo sull’Italia. Roma ha un rapporto debito/Pil vicino al 160%. Quando verranno meno gli stimoli monetari e il programma di acquisto Pepp, come potrà il Paese affrontare da solo la navigazione?

La cosa in effetti preoccupa. Prevale un ottimismo in Italia che sembra non tenere conto ancora delle implicazioni future del forte aumento del debito. A questo bisogna aggiungere la condizione delle banche all’uscita dalla pandemia, che ancora non conosciamo. Una decina di anni fa, proprio l’interazione fra rischio bancario e rischio di finanza pubblica fu il motore che scatenò in alcuni paesi la crisi dell’euro.

Qualche precauzione? Prevenire è meglio che curare…

Il modo di evitare questi rischi passa attraverso politiche sia nazionali sia europee. In Italia, sarebbe bene impostare da ora un piano ambizioso e credibile di rientro dal debito, che comprenda una restrizione delle spese correnti al netto degli interessi parallela all’aumento degli investimenti. I documenti governativi recenti (Pnrr e Def) non dedicano sufficiente attenzione a questo aspetto.

® Riproduzione riservata

Dentro il metodo Draghi

Milano Finanza
Intervista di Luisa Leone

Leggi su Milano Finanza >>

Il metodo Draghi applicato all’Italia significherà pragmatismo e grande attenzione alle priorità strategiche, grazie anche alla collaborazione di una squadra di fiducia. Così in questa intervista Ignazio Angeloni, che con il premier incaricato ha collaborato per anni alla Bce.

Domanda. Dottor Angeloni, se dovesse riassumere un «Metodo Draghi» cosa direbbe?

Risposta. Direi che è improntato a un gran pragmatismo, con la caratteristica dell’essere completamente concentrato sugli obiettivi da raggiungere. E poi grande attenzione nello scegliere le persone più qualificate e in grado di aiutare concretamente nel raggiungere gli obiettivi. Delega molto ma chiede anche molto a chi è chiamato a collaborare. In sintesi, gioco di squadra, pragmatismo e focalizzazione sugli obiettivi.

D. Come potrebbe tradursi il “metodo Draghi” applicato all’Italia?

R. Molto dipenderà dall’orizzonte temporale dell’esecutivo. Credo che gli obiettivi saranno quelli che è necessario e possibile raggiungere, o anche solo intraprendere, in questo arco di tempo.

D. Quali?

R. Anzitutto, governare l’uscita dal lockdown, organizzare le vaccinazioni accelerandole il più possibile, riscrivere o modificare in larga parte il Recovery, focalizzandolo su riforme e investimenti, gestire la fine del blocco dei licenziamenti. Senza dimenticare la scuola, una vera priorità il ritorno degli studenti in classe. E poi, a fine anno, l’uscita da quota 100. Tutte cose con scadenze imminenti, poche settimane o pochi mesi.

D. Già si parla anche della riforma della Pa, del fisco, della giustizia. Molta carne al fuoco…

R. Si tratta di temi cruciali ma che richiedono una certa elaborazione, non vorrei che si caricasse questo esecutivo di troppe aspettative. Di certo il premier non avrà difficoltà a individuare le priorità e a metterle in relazione ai tempi necessari per affrontarle. Immagino che si concentrerà su obiettivi da raggiungere e raggiungibili.

D. Mario Draghi è sempre stato un tecnico ma gli si attribuiscono doti da fine politico, concorda?

R. Assolutamente si, ha doti in tantissimi campi, anche in quello politico. Fatico comunque a capire la distinzione, molto presente nel dibattito italiano, fra tecnici e politici: chi fa politica monetaria o economica entra in questioni redistributive che sono politiche. E anche solo per rendere efficace un programma di politica monetaria, specialmente in Europa, è necessario confrontarsi con soggetti politici, a cominciare dal governo tedesco, con cui Draghi ha dovuto interagire nei suoi anni alla guida della Bce. Il presidente incaricato possiede attitudini anche politiche fuori dal comune, che si manifestano nel capire cosa è possibile realizzare e cosa, anche se magari auspicabile, non è raggiungibile.

D. Le inevitabili contrapposizioni di una maggioranza tanto ampia potranno metterlo in difficoltà?

R. Il fatto che ci sia stato, all’inizio di questa avventura, un consenso apparentemente quasi unanime mi sembra un fatto positivo, direi propulsivo. Uno dei problemi dell’Italia, vista dall’estero, è che per lunghi anni non c’è stato sufficiente consenso politico e sociale per attuare le riforme. Non voglio dire che non ci saranno difficoltà quando si passerà alla pratica, ma una caratteristica del personaggio è la capacità di aggirare gli ostacoli che possono creare divisioni, magari soprassedendo su alcune questioni e procedendo su quel che si può. Ma sui punti determinanti del programma di governo certamente sarà lui a decidere, è quello che prevede la Costituzione e lui indubbiamente lo farà.

D. Il premier incaricato aveva parlato, prima di essere chiamato alla guida del governo, della necessità di evitare che denari pubblici finiscano a sostenere aziende zombie, comunque destinate a fallire, come si traduce in pratica questo ragionamento?

R. Pensando in particolare al Recovery, ci dovrebbe essere maggiore enfasi su investimenti che creino potenziale produttivo, anche infrastrutturale, che rinnovino il capitale pubblico che si è deteriorato negli anni, realizzando anche la complementarietà tra investimenti e riforme. Comunque dubito che le molte imprese che sopravvivevano o addirittura prosperavano prima dello scoppio della pandemia diventeranno zombie per il solo effetto Covid. Alcune aziende e soprattutto banche dovranno fondersi o ristrutturarsi, ma chi era avviato verso la modernizzazione prima del Covid continuerà a esserlo.

D. Come vede il settore bancario in questa crisi? Serviranno interventi?

R. Il sistema ha fatto dal 2014, soprattutto dopo l’avvio della Vigilanza unica, passi avanti notevoli sia sotto il profilo della capitalizzazione che della pulizia dei bilanci. Diverse banche si sono rimesse in carreggiata, altre sono ancora in una fase di transizione ma ben avviata. Vedo la necessità di intervenire sulla struttura dimensionale del sistema soprattutto nella fascia media e medio piccola, con fusioni o ristrutturazioni significative. Interventi che possono essere facilitati dal fatto che la Commissione europea in questa fase è più aperta sul tema degli aiuti di Stato.

D. E la bad bank pubblica?

R. Non credo che una bad bank europea sia oggi realizzabile, è passato troppo tempo e oggi i problemi all’interno dell’Europa sono troppo diversificati. Quanto a quella nazionale c’è una riflessione da fare: perché a eccezione della Spagna nessun Paese l’ha creata? Io credo che sia perché si teme l’effetto stigma, è come riconoscere implicitamente che il settore bancario nazionale ha un problema. In Italia vari istituti si sono rimessi a posto da soli, quindi il tema potrebbe non essere così d’attualità. Anche se non escluderei che in certe aree si possano creare progetti che coinvolgano più banche in questa direzione.

D. Crede che Draghi interverrà sul settore bancario?

R. Ho la sensazione che le priorità siano altre; non credo che l’attenzione immediata sarà concentrata sulle banche. Oggi tutti ci aspettiamo un forte incremento degli npl ma ancora questo incremento non si è visto, anzi gli ultimi dati Abi evidenziano una ulteriore riduzione a dicembre. La crisi del credito è paventata ma ancora non si è palesata, perciò non sappiamo quali saranno le dimensioni e i tempi bisognerà aspettare almeno le semestrali per capire quando e per quanto bisognerà intervenire.

D. Quali sono ai suoi occhi le macropriorità per il Paese oggi?

R. A parte le questioni immediate di sanità e Recovery, infrastrutture per il territorio e capitale pubblico, lavoro, la scuola, assicurare il futuro dei giovani, fisco, giustizia e pubblica amministrazione.

D. Un programma troppo vasto per questo esecutivo?

R. È un programma da cominciare il prima possibile ma da portare avanti nel tempo. In relazione al suo orizzonte temporale, l’esecutivo potrà avviarlo positivamente ma non potrà necessariamente portarlo tutto a termine.

D. Si è parlato anche di Lei come possibile membro dell’esecutivo, sarebbe disponibile?

R. Non ho sentito nulla a questo riguardo e non lo credo possibile.

® Riproduzione riservata

Dovrà rivedere il piano di rilancio e prendere il Mes: alla sanità serve

Il Messaggero
Intervista di Rosario Dimito

Di Rosario Dimito

Parto dalle parole del presidente Mattarella prima che convocasse albo Draghi al Quirinale: anche a causa della pandemia, i tempi necessari per fare le elezioni avrebbero creato altri problemi». Quali? «Di sicurezza sanitaria che non possiamo permetterci adesso, quindi la via d’uscita è stata quella di chiamare una personalità di altissimo profilo. Questa la soluzione ottimale in questo momento delicato e critico per il Paese. A mio avviso è il primo segnale positivo che questa scelta ha dato e segnala alla comunità europea e internazionale che nel momento di crisi l’Italia fa le scelte giuste. Secondo segnale è che lo lascino lavorare». Ignazio Angeloni, economista, ha lavorato al fianco del neo premier per sette anni in Bce, fino a marzo 2019, dopo averlo conosciuto a Washington nel 1984. Ricorda quando nel 2012 Draghi gli affidò l’incarico di costruire la Vigilanza bancaria Bce. Ora l’economista è ancora in coolling-off, non può assumere altri incarichi istituzionali: è ricercatore ad Harvard e insegna all’università di Francoforte dove risiede.

In questa intervista al Messaggero, Angeloni affronta i temi chiave che il nuovo premier si troverà ad affrontare.

Quali le decisioni dei primi 100 giorni?

«Bisogna gestire l’uscita cauta graduale dalle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, perchè il paese fatica. Al tempo stesso occorre gestire e accelerare le vaccinazioni in modo da mettere in sicurezza la salute. Whatever it takes disse Draghi a luglio 2012 per salvare l’euro, ora bisogna fare qualsiasi cosa per vaccinare quanto prima gli italiani e immunizzarli».

Tutto qui e poi? 

«No, a marzo scade il blocco dei licenziamenti, quindi gestire la transizione, procedere con i trasferimenti, le riconversioni, assicurare i ristori a chi resta temporaneamente disoccupato. Per fortuna in questo momento i fondi non sono un problema. Con il sostegno della Ue e i vincoli rimossi alla politica di bilancio. A fine anno scade quota 100, bisogna decidere come assicurare nel tempo un regime pensionistico equo e sostenibile, dando certezza alle persone ed evitando situazioni di passaggio inique e dolorose. Per operare su questi fronti Draghi deve contare su una maggioranza stabile almeno per un anno».

Il Recovery fund, secondo lei, va cambiato? Come?

«Il modello presentato il 13 gennaio si articola in sei direttive, condivisibili, manca completamente il dettaglio operativo, per ognuno di questi grandi capitoli: secondo me è necessario specificare i progetti. Un esempio? Rete idrica, specificare che nella particolare provincia essa va rifatta perché ha un tasso di perdita enorme, indicando obiettivi, risorse materiali e umane, tempi, fasi di verifica in corso d’opera. A questo va aggiunta la governante del piano di resilienza, i responsabili dei singoli progetti che li realizzano.

Pensa sia meglio un governo dei tecnici, oppure un governo politico?

«Non mi esprimo su questo, Draghi è stato incaricato, faccian1s7)1avorare e diamogli fiducia, deve trovare sostegno parlamentare».

Il Mes è stato uno dei nodi del Conte bis: va utilizzato?

«Assolutamente sì, va preso, il settore sanitario deve essere potenziato, ha subito tagli significativi negli ultimi anni, va riformato per tener conto delle sfide future, le pandemie sono un rischio e questo rischio crescerà, 36 miliardi senza condizioni sono quello che serve per realizzare questo progetto».

Cosa devono fare la Vigilanza europea e gli organi della Ue per favorire il ruolo delle banche oggi chiamate a sostenere pmi e famiglie?

«La Vigilanza Bce ha usato la flessibilità necessaria, sia quella che la regolamentazione richiede anche quella che di cui dispone in autonomia. Ha dato spazio alle banche allentando i requisiti di capitale, alleggerendo vincoli e consentendo che esse potessero sostenere l’economia. Ora bisogna monitorare attentamente i loro bilanci: gli effetti della pandemia sui erediti deteriorati non si sono ancora visti. Secondo gli ultimi dati, gli Npl stanno scendendo. L’ondata non si è ancora manifestata, ne vedremo gli impatti con le semestrali, allora capiremo gli ordini di grandezza e i necessari aggiustamenti di capitale. La Vigilanza Ue ha fatto una verifica Srep statica mantenendo per ora invariati i requisiti. Andrà valutato l’effetto della crisi sulla redditività: i margini si sono ridotti, le perdite su crediti richiederanno accantonamenti. Per contro la domanda di credito è cresciuta, può esservi una compensazione tramite l’aumento di volumi prestati».

® Riproduzione riservata

Mattarella ha scelto il migliore. Parla Angeloni, uno degli uomini più vicini a Draghi

Formiche
Intervista di Gianluca Zapponini

Leggi su Formiche >>
Di Gianluca Zapponini

Forse hanno davvero ragione in Goldman Sachs quando sostengono che Mario Draghi non solo è la migliore risorsa italiana, ma è anche l’ultima a disposizione. E allora, c’è davvero poco da inventarsi, serve il più ampio sostegno possibile a un uomo che, piaccia o no, ha salvato non solo l’euro ma l’Europa stessa.

Anche perché, fa notare a Formiche.net Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia, altro anello di congiunzione con il padre del Whatever it takes, lo stesso Sergio Mattarella ha invitato caldamente i partiti fornire il massimo consenso possibile a Draghi.

Angeloni, il Quirinale ha deciso di puntare tutto su Mario Draghi. Un nome di quelli pesanti…

La scelta di Mattarella è stata esemplare, frutto di una chiarezza assoluta. Le ragioni che hanno spinto il Colle a scegliere Draghi sono inattaccabili. Così come è inattaccabile lo stesso Draghi, la migliore risorsa che abbiamo a disposizione. E questo non lo pensano, come abbiamo visto, solo i mercati, ma anche tutta l’Europa e la comunità internazionale.

Quale è il messaggio che arriva all’esterno dal Quirinale?

Che l’Italia, nei momenti di difficoltà, sa tirare fuori gli uomini migliori di cui dispone.

Draghi spesso è stato dipinto come un uomo della Provvidenza. Lei crede che riuscirà a imporre una sua linea e una sua politica economica per superare questo momento così drammatico?

Questo dipende dalla politica e dalla capacità di dialogo dei partiti. Però qui conta solo una cosa: bisogna lasciare lavorare Draghi, perché in tutte le posizioni in cui si è trovato ha dimostrato una capacità di manovra e di decisione unica. Draghi deve poter lavorare in pace, con un sostegno stabile e per almeno un anno. Anche perché le sfide dei prossimi mesi non sono poche, anzi.

La vittoria finale contro la pandemia…

Si, ma non solo. C’è la necessità di portare fuori il Paese dalle sabbie mobili della recessione e soprattutto da accelerare la campagna di vaccinazione. Per questo bisogna usare tutti i mezzi finanziari e logistici di cui disponiamo. Ancora, c’è il mercato del lavoro, la fine del blocco dei licenziamenti e anche la questione pensionistica, evitando se possibile nuovi scaloni. Tutte cose che Draghi, se godrà del tempo e del sostegno necessario, sarà in grado di fare. Lo ripeto, va lasciato lavorare.

Il clima delle prime ore le ispira fiducia, Angeloni?

Non lo so, presto per dirlo. Però credo che già dai primissimi giorni capiremo chi tra i partiti in Parlamento è disposto a dare sostegno e tempo a Draghi. Mattarella ha dato la scossa, ora spetta alla politica fare le sue scelte.

I mercati hanno già dato la loro fiducia a Draghi, lo si è visto fin dalla mattinata. Buon segno visto che il debito italiano si regge anche sulla loro fiducia, non crede?

Assolutamente. Però non credo che l’Italia nei prossimi mesi avrà un problema debito. Semmai lo avrà nei prossimi anni. I tassi sono bassi e le banche centrali comprano, adesso. Ma il debito è sempre debito e prima o poi quei soldi vanno restituiti. Per questo la fiducia dei mercati è essenziale e va mantenuta, ma non con l’austerity, bensì spendendo bene le risorse che abbiamo e che soprattutto otteniamo.

Chissà perché mi viene in mente il Recovery Plan. Il governo Conte è caduto proprio su quello.

Certo, è proprio da quello che dobbiamo partire. Serve un documento concreto, dettagliato e sicuro, anche dal punto di vista della governance. La bozza che abbiamo visto nelle settimane scorse va bene nelle idee ma è assolutamente carente nei dettagli e nella governance. Anche qui Draghi è l’uomo giusto, anche perché ha una capacità non comune: scegliere le persone e lasciarle lavorare. Lo ha dimostrato anche quando era al Tesoro. Per questo bisogna lasciarlo lavorare. Me lo auguro con tutto il cuore.