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La mossa di UniCredit su Commerzbank prima, poi quella sul Banco Bpm dopo. Infine il Crédit Agricole. Cosa sta succedendo nel panorama bancario italiano?
Sono sviluppi potenzialmente molto positivi. Il sistema bancario si sta muovendo: l’aumento della redditività iniziato un paio di anni fa, con il ritorno dei tassi di interesse su livelli più equilibrati e sostenibili, ne ha creato le condizioni. L’Italia è al centro di questi movimenti, sia per l’interesse intrinseco del mercato italiano data l’abbondanza di risparmio, sia soprattutto perché le banche italiane hanno fatto un enorme lavoro di risanamento negli ultimi dieci anni, inizialmente sotto la spinta della nuova vigilanza europea e poi anche autonomamente. Per questo oggi le banche italiane possono essere protagoniste sia attive sia passive di aggregazioni che, se gestite bene, rafforzeranno il sistema italiano ed europeo. Tutto questo sollecita una maggiore responsabilità della politica, che deve evitare tentazioni protezionistiche, e dei regolatori, che devono saper cogliere quella che è un’occasione unica per rendere il sistema bancario europeo più forte e concorrenziale.
Gli attori in campo sono numerosi. Quali sarebbero i vantaggi per il sistema bancario italiano ad avere tre netti poli facenti parte dell’industria bancaria?
Non mi sembra che, quando si vanno a enumerare il soggetti bancari di dimensione importante che esistono o potrebbero esistere all’interno del sistema italiano, il numero tre abbia un particolare significato. Nella geografia dimensionale del nostro sistema troviamo due soggetti di grande dimensione con bilancio vicino ai 1000 miliardi, seguiti, a parte il colosso pubblico Cassa depositi/Bancoposta, da diversi istituti intermedi, attorno ai 100-200 miliardi di asset. Fra questi ci sono sia BPM sia, al di sotto di esso, Montepaschi. Alcuni di quegli istituti fanno parte di gruppi a controllo francese di grandissima dimensione come BNP e Credit Agricole. Questo ci dice due cose. L’ipotetico “terzo polo” costitutuito dalla eventuale combinazione di BPM e Montepaschi sarebbe comunque di dimensione molto ridotta rispetto alle due banche maggiori; quindi non cambierebbe in maniera sostanziale la geografia concorrenziale del nostro sistema. E inoltre, anche in assenza di tale combinazione, esistono comunque diverse banche che fanno concorrenza alle due maggiori nei segmenti retail e nelle aree economicamente più forti del Paese.
Quali i vantaggi per i consumatori domestici?
I consumatori domestici si avvantaggiano quando hanno a disposizione strumenti e servizi bancari di qualità, a costo ragionevole e a condizioni trasparenti. La concorrenza che ho appena descritto è lo strumento per arrivare a questo obiettivo.
Il governo italiano ha evocato l’utilizzo del Golden Power dopo la mossa di UniCredit su Bpm. Ritiene che sia uno scenario possibile?
Premetto che non sono un giurista, ma non mi pare che lo sia, sia perché la transazione Unicredit-BPM non convolge asset strategici dello stato italiano (a parte, in modo del tutto indiretto ed eventuale, Montepaschi), sia perché non ci sono soggetti esteri coinvolti. L’utilizzo di quel potere, come si desume dalla sua origine, ha una sua naturale motivazione nell’impedire che l’ingresso di investitori stranieri in settori strategici, da parte (aggiungerei) di soggetti esterni all’Unione Europea, possa entrare in contrasto con interessi strategici vitali dell’Italia. Tutte caratteristiche che questo caso non ha.
Qualora il Tesoro creasse – è una voce ricorrente negli ultimi giorni – le condizioni per una mossa su Bpm a sostegno della cosiddetta “italianità” su Bpm, come pensa che possa cambiare il quadro europeo e italiano? Si potrebbe creare un precedente problematico per l’EU?
Purtroppo il precedente è già stato creato dal governo tedesco, che si sta opponendo strenuamente all’ingresso di Unicredit in Commerzbank. Facendo secondo me un errore non solo perché smentisce orientamenti europeisti più volte espressi, ma soprattutto perché una combinazione di quel tipo farebbe bene anche al sistema tedesco, oltreché europeo. Fra le raccomandazioni del Rapporto Draghi c’è quella di favorire le aggregazioni bancarie fra paesi diversi, per aumentare l’integrazione – quindi la concorrenza – e rendere le banche europee più concorrenziali a livello globale. Per fare questo, Draghi ritiene che alle banche che operano in più paesi dell’area euro si debbano applicare regole esclusivamente europee. Opporsi a quelle aggregazioni sulla base di criteri di nazionalità rischia di rallentare il progresso del sistema in un momento in cui invece è urgente che l’Europa diventi più forte, anche nelle proprie banche, per affrontare un contesto internazionale sempre più difficile e per finanziare un volume crescente di investimenti.
In molti osservatori guardano non solo alle implicazioni sull’universo bancario, ma anche sul fronte del risparmio gestito. Perché questo segmento è diventato così importante in questo frangente storico?
Il risparmio gestito è fortemente integrato con altri servizi bancari al dettaglio. In Europa, molti dei principali operatori del risparmio gestito sono controllati da banche. Esistono sinergie importanti fra le due attività. Non deve sorprendere quindi che alle proposte di combinazioni del settore banche abbiano implicazioni anche per l’altro settore.
I risparmi degli italiani spesso sono “parcheggiati” in asset molto liquidi e con poco rischio. Un consolidamento bancario potrebbe aiutare a liberare risorse utili anche per la crescita?
Penso di sì. Una sfida più importante per l’Europa nei prossimi tre-cinque anni è quella di avvicinare il risparmio a forme di investimento nei settori innovativi, più rischiosi a lungo termine. Anche di questo parla il Rapporto Draghi. Imprese giovani che possono non essere redditizie per un lungo tempo, e possono fallire, ma il cui eventuale successo porta ritorni altissimi agli investitori e all’economia nel suo complesso. Banche oltre una certa scala hanno possibilità di diversificazione superiori, che consentono di finanziare iniziative di questo genere. E possono anche contribuire a farlo fuori bilancio, promuovendo fondi per le start up e venture capital o attraverso forme di cartolarizzazione.
Una domanda non scontata: se guardiamo l’azionariato delle banche italiane c’è una folta presenza dei grandi fondi esteri, in prevalenza statunitensi. Come mai? Ci aiuti a far capire ai nostri lettori perché questo fenomeno continua da decenni?
I fondi statunitensi si muovono di norma su mercati in cui ci sono prospettive di grandi guadagni, o comunque un’elevata volatilità da cui si possono derivare ritorni elevati. Il mercato italiano negli ultimi dieci – quindici anni ha avuto a tratti questa caratteristica, anche a causa delle ristrutturazioni e della pulizia dei bilanci a cui ho fatto riferimento. Il mercato italiano è diventato più aperto e appetibile. Può darsi che questa sia una delle cause che contribuisce a spiegare in fenomeno.
Guardiamo all’Europa. I rapporti Draghi, Letta e Noyer hanno definito il percorso da seguire. La presidente della ECB, Christine Lagarde, ha più volte rimarcato come il consolidamento transfrontaliero sarebbe gradito a Francoforte. Lei cosa ne pensa?
Sono completamente d’accordo. In tempi non sospetti – ancor prima dell’inizio di quest’anno – avevo preparato un rapporto per il parlamento europeo in cui spiegavo che l’assenza di un vero mercato unico dei servizi bancari costituiva il principale fallimento dell’Unione Bancaria. Dicevo anche che questo è il momento giusto per tornare su quell’obiettivo e conseguirlo con una serie di modifiche nella legislazione bancaria europea. Fra queste la più importante è l’eliminazione delle norme che impediscono o scoraggiano la libera circolazione dei capitali all’interno dei gruppi bancari che operano in diversi paesi della zona ’euro. Il ragionamento si reggeva sul presupposto che l’aumento della redditività bancaria dal 2022 in avanti crea le condizioni Ie per una nuova ondata di aggregazioni, che questa volta poteva uscire dai ristretti confini dei singoli paesi e dare luogo a grandi realtà bancarie europee capaci di reggere la concorrenza delle banche USA. Era quindi necessario rivedere la legislazione europea, per certi verso antiquata, per trarre vantaggio da queste circostanze favorevoli. Quello che abbiamo visto succedere negli ultimi mesi avvalora quel ragionamento.
Una delle domande ricorrenti è: perché non vengono superati i confini nazionali quando si tratta di banche (e non solo…)? Come spiegare i vantaggi di avere più competitività nei confronti di Stati Uniti e Asia sul versante bancario?
Come ho appena spiegato, la legislazione scoraggia l’apertura internazionale delle banche; la rende più costosa e inefficiente rispetto ad aggregazioni a livello nazionale. Sembra un paradosso, perchè la legislazione bancaria europea attuale (fatta di regolamenti e direttive recepite dalle legislazioni nazionali) è stata scritta una quindicina di anni fa proprio per preparare il terreno per l’Unione Bancaria. Ma è così, e la ragione sta nel fatto che il completo adeguamento alle regole del mercato unico è stato frenato dall’opposizione degli stati membri. L’Unione Bancaria è quindi una costruzione incompiuta, ma credo che oggi le circostanze siano più favorevoli a passi in avanti. L’obiettivo è avere un certo numero – diciamo almeno cinque, idealmente – “campioni bancari” europei, possibilmente di estrazione nazionale diversa, presenti in più paesi, in regime di concorrenza regolata fra loro, capaci di offrire a famiglie e imprese un menu completo di servizi e prodotti finanziari (bancari, assicurativi, di consulenza, ecc.). In alcuni di questi segmenti, soprattutto riferiti alle imprese, le banche americane non hanno rivali.
Da un punto di vista della vigilanza, sarebbe più facile supervisionare strutture così complesse (se assumiamo un M&A spinta)?
Non direi. Ogni tipo di banca ha i suoi problemi e le sue difficoltà dal punto di vista del regolatore. Le grandi banche havvo evidentemente il problema della dimensione, della compessità e del rischio sistemico che creano. In un mondo bancario più concentrato, due condizioni dovrebbero essere assicurate. La prima è che esista comunque un ecosistema di banche più piccole, nazionali e locali, capace di fare concorrenza alle grandi nei servizi retail alle famiglie. Questo per evitare che le grandi beneficino di un eccessivo potere di mercato che le porterebbe a rincarare troppo il costo dei loro servizi. La seconda condizione è che esista una politica macroprudenziale efficace, con un’autorità europea capace di controllare i vari requisiti di controllo del rischio sistemico, strutturali e anticiclici, che la legislazione europea prevede. Oggi questi strumenti esistono in teoria ma la BCE non ha tutti i poteri necessari per attivarli.
La presidente della Bce Christine Lagarde parlando allo European Banking Congress ha invocato, per la seconda volta in un anno, la creazione di una EU SEC. Soluzione corretta in questa fase?
L’idea di rafforzare I poteri dell’ESMA è nell’aria da tempo, come parte di una lista di interventi che va sotto il nome di “Mercato Unico dei Capitali”. L’idea è del tutto condivisibile ma difficile da realizzare, prova ne sia che dopo dieci anni (la proposta iniziale fu dal Presidente della Commisione Jen Claude Juncker nel 2014, se ricordo bene), il progetto è ancora sulla carta. A mio modo di vedere è meglio partire da quello che già esiste in parte, cioè l’Unione Bancaria, rafforzando quella e contando sul fatto che saranno le stesse banche a rafforzare i segmenti mancanti del mercato dei capitali estendendo le loro attività fuori bilancio.
Parliamo un istante della possibilità di un successo dell’operazione fra UniCredit e Commerzbank. Sulla carta sarebbe facile, perché il gruppo di Gae Aulenti ha già nel suo perimetro Hvb. Ci sono le ritrosie del governo tedesco, però. Ritrosie legittime o no?
Legittime in senso stretto sì: il governo tedesco non viola alcuna legge esprimendo il suo punto di vista. Ma inopportune, per le ragioni che ho già detto. Il quadro politico tedesco è comunque in evoluzione, come sappiamo. E in Germania si sentono anche voci autorevoli in favore di una maggiore apertura. Personalmente non ho affatto abbandoonato la speranza che quella combinazione di possa fare, in qualche forma, entro 12-18 mesi.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, parlando di banche, preoccupa? Se sì, perché?
La mia principale preoccupazione è indiretta, e sta nel rischio che se Trump attua il programma di cui ha parlato in campagna elettorale, con dazi gravosi sulle nostre esportazioni, questo possa portare la recessione in Europa. In quel caso le banche europee sarebbero colpite su due fronti, quello dell’economia reale e quello dei tassi di interesse. Dopo anni di difficoltà nei bilanci, aggravate dal “quantitative easing”, le banche europee hanno cominciato a rifiatare nel 2022, quando la BCE ha rialzato i tassi e i margini di intermediazione si sono riaperti. Ora che l’inflazione sta rientrando, se i timori di recessione come spero non si realizzano la banca centrale deve evitare l’errore di riportare i suoi tassi verso lo zero o quasi, come alcuni invece le suggeriscono di fare. In equilibrio, i tassi di interesse a breve termine devono restare positivi al netto dell’inflazione, per assicurare una sufficiente remunerazione del risparmio individuale e margini sostenibili per le banche. I dazi di Trump mettono a rischio questo scenario sostenibile.
L’altra preoccupazione è che la nuova amministrazione rimuova alcuni pilastri della regolamentazione bancaria, rimuovendo salvaguardie messe in atto dopo la crisi finanziaria e andando anche oltre. Si sente parlare addirittura di abolizione della Federal Deposit Insurance Corporation, l’autorità creata dal Presidente Roosevelt nel 1933 per gestire le crisi bancarie dopo la Grande Repressione. Se gli Stati Uniti si muovessere in quella direzione creerebbero problemi anche in Europa e nel resto del mondo. Le probabilità di una nuova crisi finanziaria aumenterebbero.
La seconda è sulle possibilità che l’attuale quadro di risiko bancario sta creando. Secondo lei come si troverà il sistema bancario europeo fra due anni? Più solido di oggi o meno?
Sono convinto che ci siano tutte le condizioni per avere fra qualche anno un sistema bancario europeo più solido e più forte internazionalmente, con all’interno di esso banche italiane più credibili e autorevoli che in passato in grado di giocare un ruolo importante.
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