Il caso MPS – Mediobanca
Class CNBC – Intervista con Jole Saggese
Class CNBC – Intervista con Jole Saggese
Class CNBC – Intervista con Carla Signorile
La Stampa – Intervista con Fabrizio Goria
La mossa di UniCredit su Commerzbank prima, poi quella sul Banco Bpm dopo. Infine il Crédit Agricole. Cosa sta succedendo nel panorama bancario italiano?
Sono sviluppi potenzialmente molto positivi. Il sistema bancario si sta muovendo: l’aumento della redditività iniziato un paio di anni fa, con il ritorno dei tassi di interesse su livelli più equilibrati e sostenibili, ne ha creato le condizioni. L’Italia è al centro di questi movimenti, sia per l’interesse intrinseco del mercato italiano data l’abbondanza di risparmio, sia soprattutto perché le banche italiane hanno fatto un enorme lavoro di risanamento negli ultimi dieci anni, inizialmente sotto la spinta della nuova vigilanza europea e poi anche autonomamente. Per questo oggi le banche italiane possono essere protagoniste sia attive sia passive di aggregazioni che, se gestite bene, rafforzeranno il sistema italiano ed europeo. Tutto questo sollecita una maggiore responsabilità della politica, che deve evitare tentazioni protezionistiche, e dei regolatori, che devono saper cogliere quella che è un’occasione unica per rendere il sistema bancario europeo più forte e concorrenziale.
Gli attori in campo sono numerosi. Quali sarebbero i vantaggi per il sistema bancario italiano ad avere tre netti poli facenti parte dell’industria bancaria?
Non mi sembra che, quando si vanno a enumerare il soggetti bancari di dimensione importante che esistono o potrebbero esistere all’interno del sistema italiano, il numero tre abbia un particolare significato. Nella geografia dimensionale del nostro sistema troviamo due soggetti di grande dimensione con bilancio vicino ai 1000 miliardi, seguiti, a parte il colosso pubblico Cassa depositi/Bancoposta, da diversi istituti intermedi, attorno ai 100-200 miliardi di asset. Fra questi ci sono sia BPM sia, al di sotto di esso, Montepaschi. Alcuni di quegli istituti fanno parte di gruppi a controllo francese di grandissima dimensione come BNP e Credit Agricole. Questo ci dice due cose. L’ipotetico “terzo polo” costitutuito dalla eventuale combinazione di BPM e Montepaschi sarebbe comunque di dimensione molto ridotta rispetto alle due banche maggiori; quindi non cambierebbe in maniera sostanziale la geografia concorrenziale del nostro sistema. E inoltre, anche in assenza di tale combinazione, esistono comunque diverse banche che fanno concorrenza alle due maggiori nei segmenti retail e nelle aree economicamente più forti del Paese.
Quali i vantaggi per i consumatori domestici?
I consumatori domestici si avvantaggiano quando hanno a disposizione strumenti e servizi bancari di qualità, a costo ragionevole e a condizioni trasparenti. La concorrenza che ho appena descritto è lo strumento per arrivare a questo obiettivo.
Il governo italiano ha evocato l’utilizzo del Golden Power dopo la mossa di UniCredit su Bpm. Ritiene che sia uno scenario possibile?
Premetto che non sono un giurista, ma non mi pare che lo sia, sia perché la transazione Unicredit-BPM non convolge asset strategici dello stato italiano (a parte, in modo del tutto indiretto ed eventuale, Montepaschi), sia perché non ci sono soggetti esteri coinvolti. L’utilizzo di quel potere, come si desume dalla sua origine, ha una sua naturale motivazione nell’impedire che l’ingresso di investitori stranieri in settori strategici, da parte (aggiungerei) di soggetti esterni all’Unione Europea, possa entrare in contrasto con interessi strategici vitali dell’Italia. Tutte caratteristiche che questo caso non ha.
Qualora il Tesoro creasse – è una voce ricorrente negli ultimi giorni – le condizioni per una mossa su Bpm a sostegno della cosiddetta “italianità” su Bpm, come pensa che possa cambiare il quadro europeo e italiano? Si potrebbe creare un precedente problematico per l’EU?
Purtroppo il precedente è già stato creato dal governo tedesco, che si sta opponendo strenuamente all’ingresso di Unicredit in Commerzbank. Facendo secondo me un errore non solo perché smentisce orientamenti europeisti più volte espressi, ma soprattutto perché una combinazione di quel tipo farebbe bene anche al sistema tedesco, oltreché europeo. Fra le raccomandazioni del Rapporto Draghi c’è quella di favorire le aggregazioni bancarie fra paesi diversi, per aumentare l’integrazione – quindi la concorrenza – e rendere le banche europee più concorrenziali a livello globale. Per fare questo, Draghi ritiene che alle banche che operano in più paesi dell’area euro si debbano applicare regole esclusivamente europee. Opporsi a quelle aggregazioni sulla base di criteri di nazionalità rischia di rallentare il progresso del sistema in un momento in cui invece è urgente che l’Europa diventi più forte, anche nelle proprie banche, per affrontare un contesto internazionale sempre più difficile e per finanziare un volume crescente di investimenti.
In molti osservatori guardano non solo alle implicazioni sull’universo bancario, ma anche sul fronte del risparmio gestito. Perché questo segmento è diventato così importante in questo frangente storico?
Il risparmio gestito è fortemente integrato con altri servizi bancari al dettaglio. In Europa, molti dei principali operatori del risparmio gestito sono controllati da banche. Esistono sinergie importanti fra le due attività. Non deve sorprendere quindi che alle proposte di combinazioni del settore banche abbiano implicazioni anche per l’altro settore.
I risparmi degli italiani spesso sono “parcheggiati” in asset molto liquidi e con poco rischio. Un consolidamento bancario potrebbe aiutare a liberare risorse utili anche per la crescita?
Penso di sì. Una sfida più importante per l’Europa nei prossimi tre-cinque anni è quella di avvicinare il risparmio a forme di investimento nei settori innovativi, più rischiosi a lungo termine. Anche di questo parla il Rapporto Draghi. Imprese giovani che possono non essere redditizie per un lungo tempo, e possono fallire, ma il cui eventuale successo porta ritorni altissimi agli investitori e all’economia nel suo complesso. Banche oltre una certa scala hanno possibilità di diversificazione superiori, che consentono di finanziare iniziative di questo genere. E possono anche contribuire a farlo fuori bilancio, promuovendo fondi per le start up e venture capital o attraverso forme di cartolarizzazione.
Una domanda non scontata: se guardiamo l’azionariato delle banche italiane c’è una folta presenza dei grandi fondi esteri, in prevalenza statunitensi. Come mai? Ci aiuti a far capire ai nostri lettori perché questo fenomeno continua da decenni?
I fondi statunitensi si muovono di norma su mercati in cui ci sono prospettive di grandi guadagni, o comunque un’elevata volatilità da cui si possono derivare ritorni elevati. Il mercato italiano negli ultimi dieci – quindici anni ha avuto a tratti questa caratteristica, anche a causa delle ristrutturazioni e della pulizia dei bilanci a cui ho fatto riferimento. Il mercato italiano è diventato più aperto e appetibile. Può darsi che questa sia una delle cause che contribuisce a spiegare in fenomeno.
Guardiamo all’Europa. I rapporti Draghi, Letta e Noyer hanno definito il percorso da seguire. La presidente della ECB, Christine Lagarde, ha più volte rimarcato come il consolidamento transfrontaliero sarebbe gradito a Francoforte. Lei cosa ne pensa?
Sono completamente d’accordo. In tempi non sospetti – ancor prima dell’inizio di quest’anno – avevo preparato un rapporto per il parlamento europeo in cui spiegavo che l’assenza di un vero mercato unico dei servizi bancari costituiva il principale fallimento dell’Unione Bancaria. Dicevo anche che questo è il momento giusto per tornare su quell’obiettivo e conseguirlo con una serie di modifiche nella legislazione bancaria europea. Fra queste la più importante è l’eliminazione delle norme che impediscono o scoraggiano la libera circolazione dei capitali all’interno dei gruppi bancari che operano in diversi paesi della zona ’euro. Il ragionamento si reggeva sul presupposto che l’aumento della redditività bancaria dal 2022 in avanti crea le condizioni Ie per una nuova ondata di aggregazioni, che questa volta poteva uscire dai ristretti confini dei singoli paesi e dare luogo a grandi realtà bancarie europee capaci di reggere la concorrenza delle banche USA. Era quindi necessario rivedere la legislazione europea, per certi verso antiquata, per trarre vantaggio da queste circostanze favorevoli. Quello che abbiamo visto succedere negli ultimi mesi avvalora quel ragionamento.
Una delle domande ricorrenti è: perché non vengono superati i confini nazionali quando si tratta di banche (e non solo…)? Come spiegare i vantaggi di avere più competitività nei confronti di Stati Uniti e Asia sul versante bancario?
Come ho appena spiegato, la legislazione scoraggia l’apertura internazionale delle banche; la rende più costosa e inefficiente rispetto ad aggregazioni a livello nazionale. Sembra un paradosso, perchè la legislazione bancaria europea attuale (fatta di regolamenti e direttive recepite dalle legislazioni nazionali) è stata scritta una quindicina di anni fa proprio per preparare il terreno per l’Unione Bancaria. Ma è così, e la ragione sta nel fatto che il completo adeguamento alle regole del mercato unico è stato frenato dall’opposizione degli stati membri. L’Unione Bancaria è quindi una costruzione incompiuta, ma credo che oggi le circostanze siano più favorevoli a passi in avanti. L’obiettivo è avere un certo numero – diciamo almeno cinque, idealmente – “campioni bancari” europei, possibilmente di estrazione nazionale diversa, presenti in più paesi, in regime di concorrenza regolata fra loro, capaci di offrire a famiglie e imprese un menu completo di servizi e prodotti finanziari (bancari, assicurativi, di consulenza, ecc.). In alcuni di questi segmenti, soprattutto riferiti alle imprese, le banche americane non hanno rivali.
Da un punto di vista della vigilanza, sarebbe più facile supervisionare strutture così complesse (se assumiamo un M&A spinta)?
Non direi. Ogni tipo di banca ha i suoi problemi e le sue difficoltà dal punto di vista del regolatore. Le grandi banche havvo evidentemente il problema della dimensione, della compessità e del rischio sistemico che creano. In un mondo bancario più concentrato, due condizioni dovrebbero essere assicurate. La prima è che esista comunque un ecosistema di banche più piccole, nazionali e locali, capace di fare concorrenza alle grandi nei servizi retail alle famiglie. Questo per evitare che le grandi beneficino di un eccessivo potere di mercato che le porterebbe a rincarare troppo il costo dei loro servizi. La seconda condizione è che esista una politica macroprudenziale efficace, con un’autorità europea capace di controllare i vari requisiti di controllo del rischio sistemico, strutturali e anticiclici, che la legislazione europea prevede. Oggi questi strumenti esistono in teoria ma la BCE non ha tutti i poteri necessari per attivarli.
La presidente della Bce Christine Lagarde parlando allo European Banking Congress ha invocato, per la seconda volta in un anno, la creazione di una EU SEC. Soluzione corretta in questa fase?
L’idea di rafforzare I poteri dell’ESMA è nell’aria da tempo, come parte di una lista di interventi che va sotto il nome di “Mercato Unico dei Capitali”. L’idea è del tutto condivisibile ma difficile da realizzare, prova ne sia che dopo dieci anni (la proposta iniziale fu dal Presidente della Commisione Jen Claude Juncker nel 2014, se ricordo bene), il progetto è ancora sulla carta. A mio modo di vedere è meglio partire da quello che già esiste in parte, cioè l’Unione Bancaria, rafforzando quella e contando sul fatto che saranno le stesse banche a rafforzare i segmenti mancanti del mercato dei capitali estendendo le loro attività fuori bilancio.
Parliamo un istante della possibilità di un successo dell’operazione fra UniCredit e Commerzbank. Sulla carta sarebbe facile, perché il gruppo di Gae Aulenti ha già nel suo perimetro Hvb. Ci sono le ritrosie del governo tedesco, però. Ritrosie legittime o no?
Legittime in senso stretto sì: il governo tedesco non viola alcuna legge esprimendo il suo punto di vista. Ma inopportune, per le ragioni che ho già detto. Il quadro politico tedesco è comunque in evoluzione, come sappiamo. E in Germania si sentono anche voci autorevoli in favore di una maggiore apertura. Personalmente non ho affatto abbandoonato la speranza che quella combinazione di possa fare, in qualche forma, entro 12-18 mesi.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, parlando di banche, preoccupa? Se sì, perché?
La mia principale preoccupazione è indiretta, e sta nel rischio che se Trump attua il programma di cui ha parlato in campagna elettorale, con dazi gravosi sulle nostre esportazioni, questo possa portare la recessione in Europa. In quel caso le banche europee sarebbero colpite su due fronti, quello dell’economia reale e quello dei tassi di interesse. Dopo anni di difficoltà nei bilanci, aggravate dal “quantitative easing”, le banche europee hanno cominciato a rifiatare nel 2022, quando la BCE ha rialzato i tassi e i margini di intermediazione si sono riaperti. Ora che l’inflazione sta rientrando, se i timori di recessione come spero non si realizzano la banca centrale deve evitare l’errore di riportare i suoi tassi verso lo zero o quasi, come alcuni invece le suggeriscono di fare. In equilibrio, i tassi di interesse a breve termine devono restare positivi al netto dell’inflazione, per assicurare una sufficiente remunerazione del risparmio individuale e margini sostenibili per le banche. I dazi di Trump mettono a rischio questo scenario sostenibile.
L’altra preoccupazione è che la nuova amministrazione rimuova alcuni pilastri della regolamentazione bancaria, rimuovendo salvaguardie messe in atto dopo la crisi finanziaria e andando anche oltre. Si sente parlare addirittura di abolizione della Federal Deposit Insurance Corporation, l’autorità creata dal Presidente Roosevelt nel 1933 per gestire le crisi bancarie dopo la Grande Repressione. Se gli Stati Uniti si muovessere in quella direzione creerebbero problemi anche in Europa e nel resto del mondo. Le probabilità di una nuova crisi finanziaria aumenterebbero.
La seconda è sulle possibilità che l’attuale quadro di risiko bancario sta creando. Secondo lei come si troverà il sistema bancario europeo fra due anni? Più solido di oggi o meno?
Sono convinto che ci siano tutte le condizioni per avere fra qualche anno un sistema bancario europeo più solido e più forte internazionalmente, con all’interno di esso banche italiane più credibili e autorevoli che in passato in grado di giocare un ruolo importante.
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Sky TG 24 – Intervista con Lorenzo Borga
Class CNBC – Intervista con Elisa Piazza
Class CNBC – Intervista con Carla Signorile
La Repubblica
MILANO — «Una piccola, cattiva notizia». Ignazio Angeloni, economista e già componente del Supervisory Board della Bce, commenta l’offerta pubblica di scambio (Ops) da 10 miliardi appena annunciata da Unicredit su Banco Bpm.
Come mai questa definizione?
«Il mio auspicio è che ci siano integrazioni nell’area dell’euro. Va in questo senso l’acquisizione di azioni Commerzbank da parte di Unicredit. L’Ops su Banco Bpm riduce le probabilità che si verifichi un’integrazione di respiro più internazionale. Per questo dico che è una cattiva notizia».
Ma perché piccola?
«Prima di tutto perché non è detto che l’operazione su Commerzbank sia tramontata. L’attuale governo tedesco, che la osteggia, ha i giorni contati. L’altra ragione è che una fusione domestica, anche se meno preferibile di una all’estero, va comunque nella direzione di rafforzare il sistema europeo. Che è la priorità in questo momento».
Unicredit ha precisato che l’operazione su Banco Bpm è indipendente dall’investimento in Commerzbank.
«Penso che per qualunque gruppo procedere con due fusioni di tali entità contemporaneamente non sia semplice. Non credo lo sia nemmeno per una banca forte e solida a livello sia patrimoniale sia manageriale come Unicredit».
Su Commerz potrebbe essere stata effettuata una valutazione circa l’ostilità della politica tedesca?
«Continuo a sperare che l’operazione vada in porto. La vera cattiva notizia, ribadita ancora di recente dal nuovo ministro delle Finanze Jörg Kukies, è che l’establishment tedesco sia così fortemente contrario. In questi termini, l’Ops su Banco Bpm potrebbe rappresentare una sorta di carta di riserva».
Anche il nostro governo si è espresso dopo la mossa su Banco Bpm: il ministro dell’Economia Giorgetti, tirando in ballo il golden power, ha detto che l’Ops è stata comunicata ma non concordata.
«Non commento le specifiche parole, ma ricordo che la reazione dell’Italia all’acquisizione di azioni di Commerzbank da parte di Unicredit era andata nella giusta direzione, perché aveva valutato l’operazione in un contesto di libero mercato».
L’offerta di Orcel su Bpm andrebbe a rafforzare uno dei due poli bancari esistenti anziché favorire la nascita del terzo. Ciò danneggia la concorrenza?
«Qualcuno pone questa questione, perché con una concentrazione su due poli potrebbe essere più facile imporre prezzi e commissioni maggiori. Tuttavia, questo problema può essere scongiurato garantendo, anche grazie al lavoro delle Vigilanze, l’esistenza di banche più piccole, sane e operanti in condizioni di economicità, che siano in grado di fare concorrenza anche ai gruppi più grandi nei prodotti rivolti alla clientela al dettaglio. Una situazione che negli Stati Uniti è realtà».
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Class CNBC – Intervista con Irene Elisei
Il Foglio
L’acquisto del 9 per cento di Commerzbank da parte di Unicredit e la possibilità di una scalata e di una fusione tra i due istituti, rappresenta più di un’operazione finanziaria. E’ una sfida alla Germania, al suo europeismo e alla sua convinzione nel sostenere l’unione bancaria e la creazione di un mercato dei capitali comune. Per quanto non fosse questo il proposito dell’ad di Unicredit, Andrea Orcel, il quale ieri ha detto avere semplicemente colto l’opportunità offerta dallo proprio dallo stato tedesco che ha messo sul mercato una tranche di Commerzbank, la sua mossa ha provocato in Germania, ma non solo, una reazione che va ben al di là di un affare privato tra banche. Basta leggere i giornali tedeschi per verificare quanto sia diffuso nell’opinione pubblica il rammarico per la possibile fine di un’icona dell’economia nazionale. E poi ci sono i sindacati che hanno promesso barricate per fermare l’eventuale opa che consentirebbe a Unicredit di impadronirsi del secondo istituto del paese.
“In effetti, in Germania si colgono due reazioni – dice al Foglio Ignazio Angeloni, economista già membro del supervisory board della Bce – Una favorevole o comunque di apertura, da parte di esperti indipendenti. Una decisamente contraria, tradizionale, dei sindacati. Ritengo che quest’ultima alla fine sarà meno influente di quanto possa sembrare all’inizio”.
Angeloni è autore della proposta di integrazione bancaria europea discussa dal Parlamento di Strasburgo e che è stata ripresa da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività nel capitolo in cui indica la frammentazione del sistema bancario come uno dei punti deboli dell’Europa. Posizione che in Germania trova seguaci tra gli economisti, i quali concordano sul fatto che l’operazione di Unicredit si inserisce in quadro di consolidamento europeo che potrebbe anche migliorare le condizioni di accesso al credito da parte delle imprese. In questo contesto è poco chiara la posizione del governo di Olaf Scholz dal quale, tra l’altro, sono trapelata lamentele per non essere stato “avvisato” prima da Unicredit, che, invece, avrebbe informato per tempo il governo Meloni delle sue intenzioni.
Se alla fine la Germania dovesse arroccarsi, non rischierebbe di apparire in qualche modo ostile all’Europa unita anche sotto il profilo finanziario o del mercato dei capitali?
”Non solo rischia di apparire, già appare così a tutti – replica Angeloni – E’ la grande debolezza di quel paese, che diventa anche debolezza dell’Europa che da quel paese dipende. Ma ripeto, quel conservatorismo tedesco alla fine è meno influente di quanto sembri. Rallenta i processi necessari ma non li blocca”.
La Germania sta anche attraversando una crisi economica, con la produzione industriale in netto calo e la prospettiva di una recessione se la politica monetaria della Bce continuerà ad essere tutto sommato restrittiva. Riuscirà a superare questo momento difficile?
“Sì, ma non in tempi brevi. I problemi strutturali non si risolvono con la moneta facile. O restano come sono o si aggravano. Mi riferisco a un sistema politico e sociale che, come quello tedesco, è tutto sommato statico e ha mostrato grandi difficoltà a riavviare il mercato del lavoro post pandemia. La gente non torna al lavoro, aspetta solo di ricevere i sussidi”.
Ad ogni modo sarebbe un paradosso che fosse proprio la Germania a rallentare il percorso verso l’unione bancaria che, come evidenzia Angeloni in un nuovo paper (Ginevra 2024) svolto con un gruppo di studiosi dal think tank Cepr e pubblicato in questi giorni, è l’unico modo per proteggere l’Eurozona dagli choc finanziari.
Ma tornando a Unicredit, è vero che la sua iniziativa potrebbe innescare un risiko bancario a livello continentale?
“E’ un piccolo passo che va nella giusta direzione”.
Piccolo?
“Dico così perché Il resto del pacchetto di Commerzbank sarà messo in vendita tra mesi se tutto va bene e poi perché Commerzbank e Unicredit hanno un profilo largamente simile. Se Unicredit si fondesse, per esempio, con una grande realtà assicurativa e di allocazione del risparmio, di dimensione globale, sarebbe diverso. Ma se avvenisse, la fusione tra Unicredit e Commerzbank, sarebbe comunque un’operazione importante”.
Dal canto suo, l’ad Orcel sembra non far caso al polverone “politico” sollevato con la sua strategia di espansione, che definisce “flessibile”, che vuol dire che la fusione è un’opzione ma che bisogna capire “se tutti si vogliono impegnare a creare qualcosa di più del valore che può essere generato da Commerzbank da sola”. La palla passa in campo tedesco.
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Class CNBC – Intervista con Carla Signorile