1. Partiamo dal giudizio complessivo: l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, in concorrenza di fatto con il progetto Banco Bpm-Mps, è una grande operazione industriale o soprattutto una mossa difensiva per chiudere il risiko italiano prima che lo facciano altri?
Era evidente già da prima che l’assetto del sistema bancario italiano era instabile, con la combinazione MPS-Mediobanca avviata a un lungo e incerto processo di integrazione e intanto vulnerabile alla scalata, Banco BPM che da anni cercava una sistemazione senza trovarla, Unicredit impegnata all’estero ma attenta anche a opportunità all’interno, e la stessa Intesa da troppo tempo alla finestra. Messina ha dichiarato che questo intervento era allo studio da tempo. Può diventare un grande progetto industriale, ma non lo è ancora. Dipenderà da come evolve – assumendo naturalmente che la scalata riesca, cosa per cui ci sono i presupposti.
2. Lei aveva definito anomala la scalata di Mps a Mediobanca, paragonandola alla scalata di una banca media americana a Goldman Sachs. Se ora Mediobanca finisse dentro Intesa, l’anomalia verrebbe sanata perché il compratore finale è un grande gruppo, o resterebbe il vizio d’origine dell’operazione? O, ancora, si creerebbe una concentrazione eccessiva nel Cib?
Certamente questa combinazione è meno anomala della precedente. Intesa ha le spalle ben più larghe di MPS. La sinergia fra la componente retail quella corprorate è più chiara di quanto fosse prima. Se capiamo bene questa operazione, dovremmo arrivare ad avere Intesa aumentata da circa la metà delle filiali di MPS, più la componente di corporate banking rappresentata da Mediobanca. Avremmo poi Unipol con una componente bancaria più forte ottenuta fondendo Bper con le filiali rimanenti di MPS. La prima di queste due realtà – chiamiamola “Intesa-plus” – è quella su cui va concentrata l’attenzione. Vedo due percorsi possibili. O Intesa-plus usa la sua nuova dimensione e articolazione per rafforzarsi all’interno del Paese (il che significa radicamento sui territori, difesa del risparmio italiano, sostegno ai titoli di stato, eccetera); oppure Intesa-plus è il primo passo per creare quel soggetto bancario universale di grande dimensione, competitivo in Europa e nel mondo, che il Rapporto Draghi e altri osservatori autorevoli hanno auspicato. Nel primo caso, si sarà persa una grande occasione. Ma per realizzare il secondo, Intesa ha ancora molto lavoro da fare. In questo scenario, il futuro di Generali può essere cruciale.
3. Intesa dice di poter risolvere il problema della concorrenza cedendo a Unipol/Bper 635 sportelli e il marchio Mps. Basta vendere filiali per preservare la concorrenza, o il punto vero è il potere complessivo del nuovo gruppo tra credito, wealth management, assicurazioni, Mediobanca e Generali?
Penso che le autorità della concorrenza valuteranno questo caso guardando alla struttura dell’offerta bancaria nei mercati locali e quindi misurando dimensione e distribuzione delle filiali. Penso anche che in questo momento ci sia consapevolezza in Europa sulla necessità di dare vita a soggetti bancari di grande dimensione capaci di finanziare le trasformazioni dell’economia europea e di competere con successo con i giganti bancari statunitensi e asiatici. Per queste ragioni, penso che un progetto industriale chiaro che muova in questa direzione, portato avanti da un management credibile come quello di Intesa, sarebbe visto in Europa con occhi favorevoli.
4. Lo schema Intesa-Unipol sembra produrre due effetti: Intesa prende la parte più strategica di Mps, compresa Mediobanca, mentre Unipol/Bper rileva una rete bancaria con il marchio Montepaschi. Questo è davvero un “terzo polo” o è piuttosto lo smembramento ordinato di Mps?
L’idea del terzo polo mi sembra al momento tramontata. La cosiddetta “Banca Monte dei Paschi” sarebbe poco più grande di Banco BPM oggi, come asset in bilancio e capitalizzazione. Quindi non tale da cambiare in modo significativo la geografia concorrenziale del nostro sistema.
5. Rispetto all’alternativa Banco Bpm-Mps, che avrebbe avuto l’ambizione di una crescita più “semi-organica” e di una fusione tra soggetti più vicini per dimensione, quale soluzione sarebbe stata più utile al sistema: una Mps integrata in un gigante come Intesa o una Mps usata per rafforzare un concorrente intermedio?
Indubbiamente la prima, ma solo a patto che la strada futura sia la seconda che ho appena delineato. L’alternativa di una combinazione MPS-Banco BPM sarebbe comunque nel futuro prevedibile irrilevante dal punto di vista del posizionamento europeo e globale del nostro sistema.
6. Banco Bpm-Mps avrebbe potuto creare un gruppo bancario più forte senza ridurre troppo la concorrenza? Oppure, al contrario, avrebbe rischiato di produrre un campione nazionale ancora troppo piccolo per competere davvero in Europa?
Nell’ipotesi, al momento piuttosto teorica, che la proposta di Banco BPM prevalga sull’offerta di Intesa, non credo si porrebbe un problema rilevante dal punto di vista della struttura del mercato retail. Non dimentichiamo che l’ipotetico soggetto MPS-Banco BPM competerebbe su mercati nei quali operano giganti come Unicredit e Intesa. Per contro quella combinazione, anche se di dimensione ragguardevole all’interno, non sarebbe comunque tale da impensierire i concorrenti al di fuori dei nostri confini.
7. L’operazione porterebbe dentro l’azionariato di Intesa soci come Delfin e Caltagirone, accanto alle fondazioni storiche. È una normale evoluzione del capitalismo finanziario italiano o il ritorno di un “salotto buono” più aggressivo, con nuovi equilibri di potere dentro la prima banca del Paese?
A me non sembra tanto normale che nell’azionariato di banche importanti siano presenti gruppi industriali così potenti e attivi nella volontà di influenzare lo scacchiere bancario, inevitabilmente a proprio vantaggio. È una cosa che va tenuta sotto controllo dal punto di vista prudenziale. Peraltro mi sembra che l’influenza di quei gruppi, pur tuttora importante, sia stata ridimensionata dalle ultime vicende.
8. Una convivenza tra il management di Intesa, le fondazioni, Delfin, Caltagirone e altri soci forti può funzionare in modo stabile? O il rischio è che dentro Intesa entri una dialettica azionaria molto più aggressiva di quella a cui il gruppo è abituato?
Che ci sarà più dibattito è probabile! Ritengo però che l’esperienza e la reputazione del management di Intesa siano tali da poter gestire efficacemente questa dialettica.
9. Il dossier Generali resta il cuore politico-finanziario della vicenda. Una grande banca come Intesa che eredita Mediobanca e una quota rilevante in Generali rafforza il sistema italiano in Europa, o rischia di ricreare intrecci tra banca, assicurazione e poteri azionari che l’Europa guarderebbe con diffidenza?
A mio modo di vedere indubbiamente lo rafforza. La questione è capire se una partecipazione in Generali del 16 per cento (contando sia la quota di Mediobanca sia gli ulteriori acquisti fatti recentemente da Intesa con strumenti derivati) sia sufficiente per realizzare tutte le sinergie fra la componente assicurativa e quella bancaria. Io ho dei dubbi in proposito. Penso che sarebbe auspicabile da questo punto di vista una combinazione più forte fra Generali e uno dei due grandi gruppi bancari del Paese. Intesa e Unicredit possono funzionare entrambi sotto questo profilo. L’importante è realizzare la migliore combinazione possibile fra forza finanziaria (che deriva dalla dimensione), articolazione multiservizi e vocazione europea e globale.
10. Nelle stesse ore in cui si muove Intesa, Unicredit prova in ogni nodo a superare le resistenze di sistema tedesche su Commerzbank. Già prima era stato bloccato dall’Italia con il golden power su Banco Bpm. C’è una carenza di diplomazia da parte di Unicredit o un eccesso di interventismo da parte dei governi nazionali? E in questo secondo caso quali sono gli strumenti per superare le resistenze?
Unicredit negli ultimi anni si è mossa con coraggio, in Germania come in Italia. Ottenendo ben poca collaborazione dagli establishment politici, sia all’estero sia (meno comprensibilmente) all’interno. L’atteggiamenti tenuto negli ultimi mesi del governo tedesco è inqualificabile e ne rivela l’incapacità di gestire le componenti della società tedesca. Il percorso di Unicredit in Germania però continua e il mercato sembra premiarlo. Il 16 giugno sapremo se la scalata ha avuto successo.
11. Le banche italiane hanno utili molto elevati mentre l’economia cresce poco. In questa fase non sarebbe più prudente distribuire un po’ meno dividendi e usare più capitale per credito, investimenti tecnologici, imprese e famiglie?
Da un punto di vista degli equilibri generali, sia prudenziali sia macroeconomici, sono d’accordo. La decisione su come distribuire le risorse però spetta agli organi aziendali, in ultima analisi dagli azionisti stessi che sono oggettivamente interessati in questa decisione. Dal punto di vista prudenziale spetta alle autorità di vigilanza, in particolare alla BCE, mettere i paletti.
12. Se dovesse indicare un solo criterio ai regolatori — Bce, Antitrust, Bankitalia, governo — quale dovrebbe prevalere: la solidità del nuovo gruppo, la concorrenza per clienti e imprese, la contendibilità di Generali o la capacità dell’Italia di contare davvero nella finanza europea?
L’ultimo che lei cita.
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