In una situazione che assomiglia sempre più a un remake della crisi energetica del 2022, le banche centrali, Riserva Federale americana e BCE in testa, si giocano tutta la reputazione che avevano acquisito negli ultimi anni riportanto l’inflazione sotto controllo con costi limitati per le economie. I rischi di sbagliare sono altissimi. Sarà cruciale saper prevedere e muovere i passi in tempo.
La Fed fronteggia la situazione più complessa. L’inquilino nella Casa Bianca, con ancora quasi tre anni di mandato davanti a sé, ha fatto della banca centrale il suo bersaglio preferito. Nella concezione politica del trumpismo, la visione unitaria dell’esecutivo non ammette autorità indipendenti. Il contrasto è quindi strutturale e gli attachi continueranno, usando ogni pretesto. L’obiettivo di inflazione non è stato raggiunto; non è colpa della banca centrale – piuttosto della crisi energetica e dei dazi commerciali – ma tant’è, il dato numerico vincola le scelte e rende la banca centrale più vulnerabile. Rischia di diventare capro espiatorio di una situazione che fa fatica a controllare, su un tema, il carovita, politicamente molto sensibile.
Come se non bastasse, la Fed è in mezzo a un controverso cambio al vertice. Il successore designato, il finanziere Kevin Warsh, promette rinnovamento in un’istituzione per certi versi antiquata. Ma per guadagnarsi la nomina si è venduto faustianamente l’anima, segnalando la volontà di abbassare i tassi di interesse. L’argomento portato – i guadagni di produttività derivanti dall’intelligenza artificiale – appare pretestuoso; quei guadagni sono aleatori e lontani mentre le pressioni inflazionistiche sono reali e presenti. Ma si tratta di giudizi in parte opinabili; le influenze multiple e contrastanti nell’economia generano incertezza e autorizzano diverse interpretazioni.
Il comitato che decide sui tassi di interesse (Federal Open Market Committee), sembra al momento contrario a qualunque ipotesi di allentamento monetario. Assumendo che il candidato venga confermato – l’audizione della settimana scorsa è stata tempestosa e il candidato non ha fugato le critiche di opportunismo e partigianeria che gli vengono rivolte – il suo compito si prospetta difficilissimo. I contrasti interni incidono negativamente sull’autorevolezza e indipendenza della banca centrale.
La situazione della Banca Centrale Europea è diversa. Prima dello scoppio della guerra aveva raggiunto il suo obiettivo di inflazione del 2% già da diversi mesi. Frontegga ora il dilemma classico di uno “shock di offerta” (ossia, una pressione al tempo stesso inflazionistica e recessiva): contenere l’inflazione o ritardare la risposta per smussare il rallentamento dell’economia reale?
In teoria, il dilemma non si pone: lo statuto ordina alla BCE di perseguire la stabilità dei prezzi, punto e basta. La pratica è più sfumata. Il concetto di “medio termine” insito nella formulazione dell’obiettivo concede margini di manovra. Data la crescita strutturale già debole dell’area dell’euro, una recessione, magari associata a un aumento dei divari fra i paesi dell’area (le analisi BCE mostrano che proprio questo è successo negli ultimi anni) potrebbe mettere nuovamente a rischio la coesione dell’euro, e con essa la stessa stabilità dei prezzi. Per l’istituzione di Francoforte, trovare l’equilibrio fra indipendenza e legittimazione ha comportato ripetutamente questo: bilanciare l’obiettivo di inflazione con il pragmatismo che consiste nell’includere nelle proprie deliberazioni un insieme più ampio di condizioni economiche.
A rendere complesso il quadro contribuisce il nodo della successione di Lagarde. Il suo mandato scade a fine 2027, ma indiscrezioni hanno ripetutamente ventilato la possibilità di un’uscita anticipata. I bookmakers sono all’opera e i candidati si mettono in luce: il Financial Times ha appena pubblicato un sondaggio che assegna voti a quelli principali. Poche cose mettono in dubbio la credibilità dei banchieri centrali più della disponibilità a considerare alternative di carriera, vera o presunta che essa sia. È da evitare, ma non si può escludere, che la questione successoria influenzi nei prossimi mesi anche le scelte in materia di tassi di interesse.
Nelle prossime scelte dovranno prevalere realismo e dati oggettivi. L’esperienza del periodo post-2022 mostra che uno shock energetico difficilmente ha effetti temporanei; le moderne catene del valore e la dinamica delle aspettative ne distribuiscono inevitabilmente gli effetti sulle altre componenti più persistenti dei prezzi. A quel punto l’inflazione diventa duratura e l’intervento della politica monetaria tardivo. Nessun dato induce a ritenere che l’esperienza del 2026 sia diversa. Se questo è lo scenario, per la banca centrale adeguare i tassi diventa inevitabile. Meglio capirlo in tempo.
© Riproduzione riservata

