Parla Ignazio Angeloni. L’Italia in crisi, tra Mes e scudo anti-spread

Il Foglio

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Milano. Ieri lo scarto tra i rendimenti di Btp e bund ha toccato 222 punti dopo la votazione in Senato (ha poi chiuso a 218). Lo spread è così tornato sotto pressione con la crisi di governo innescata dal M5s: per tutta la giornata gli investitori hanno intensificato le vendite di Btp e ceduto azioni a Piazza Affari, che ha subìto uno dei peggiori cali degli ultimi mesi (-3,4 per cento) nonostante l’Ue abbia rivisto al rialzo la stima sul pil dell’Italia al 2,9 per cento nel 2022. Milano è stata la peggiore borsa europea ma, a eccezione di Francoforte che ha beneficiato dell’ok della Commissione al piano di sostegno per il settore energetico, anche le altre piazze finanziarie hanno mostrato nervi tesi. La caduta del governo Draghi e la prospettiva di elezioni anticipate rischiano di provocare uno scossone nell’Eurozona ora che la corsa dell’inflazione, il cambio di passo della politica monetaria e la guerra in Ucraina hanno creato uno scenario d’incertezza.

A farne le spese è soprattutto l’Italia perché, come spiega al Foglio l’economista Ignazio Angeloni (European University Institute), già membro del consiglio di vigilanza della Bce, “il resto dell’Europa oggi è meno legato al nostro paese di quanto fosse qualche anno fa, perché i titoli di stato stanno largamente nei portafogli delle banche italiane e della Banca d’Italia. Oltrefrontiera ci sarebbero dei contraccolpi, ma gestibili. Saremmo noi a soffrire di più”. Sui mercati, però, la domanda che si fanno tutti è se la crisi politica italiana rischia di complicare gli sforzi della Bce per evitare il rischio di frammentazione dell’area euro, considerato che manca poco al board del 21 luglio da cui si attendono notizie sullo scudo anti spread oltre che l’inizio di aumento dei tassi. “E’ certo che qualunque sia la forma del nuovo strumento Bce, esso includerà condizioni che il paese beneficiario dovrà soddisfare. Ma un governo in uscita non è nelle condizioni di garantire che quelle condizioni saranno soddisfatte”, osserva Angeloni. C’è da dire che il rischio di frammentazione, come rileva un’analisi del gruppo Moneyfarm, è stato percepito in aumento sui mercati già con Macron che ha perso la maggioranza in Francia. “L’ennesima crisi politica potrebbe rappresentare un ulteriore duro colpo per le aspettative di crescita e per la fiducia non solo nella forza dell’economia europea, ma anche nel progetto Europa”, spiega la casa d’investimento. Ma alla fine l’Europa darà una mano all’Italia? “L’Europa e la Bce hanno già dato una robusta mano all’Italia con il Next Generation Eu e con i finanziamenti della banca centrale – prosegue Angeloni –. E credo che in Europa continui a esserci una diffusa disponibilità a essere solidali, specialmente in questi tempi di pandemia e di guerra. Ma questo richiede anche che ogni paese faccia la sua parte. La crisi di governo certamente non rafforza la fiducia che questo avvenga”. Quante possibilità ci sono che il 21 luglio la Bce faccia passi in avanti concreti sullo scudo anti spread considerate le perplessità della Bundesbank? “La Bce dovrà in qualche modo dare seguito all’impegno assunto. Ma uno strumento anti-frammentazione è difficile da progettare, specialmente in una fase in cui la politica monetaria diventa meno espansiva.

Tale strumento si pone al limite del suo mandato e forse oltre. Vi è il rischio di dispute legali, sia a livello europeo sia nazionale, in Germania soprattutto. Anche all’interno della Bce, ci sono diversi dubbi. Sicuramente non è un passaggio facile per la banca centrale”. Angeloni sostiene che per l’Italia oggi sarebbe conveniente rivolgersi al Mes per ottenere una linea precauzionale. Perché? “Metterebbe il paese al riparo più di quanto possa fare il nuovo strumento della Bce, tutto da costruire ed esposto a varie difficoltà. E le condizioni per ottenere tale linea sono già rispettate dal nostro paese. Ho anche ragione di ritenere che il Mes vedrebbe con favore questa richiesta e sarebbe disposto a facilitarne l’ottenimento. A quel punto si aprirebbe la strada per gli acquisti illimitati della Bce, nel quadro dell’Omt creato da Mario Draghi. Strumento solido giuridicamente che ha dimostrato di essere efficace senza neppure essere usato. Sarebbe una decisione d’anticipo, coraggiosa, lungimirante e probabilmente risolutiva”.

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La Bce ha perso tempo, ma a luglio… Ecco cosa prevede Angeloni

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Intervista di Gianluca Zapponini

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Di Gianluca Zapponini

Le parole sono importanti. Soprattutto quando si parla di politica monetaria. Se davvero la Banca centrale europea il prossimo 21 luglio, giorno della riunione del board, darà la sua prima stretta post-pandemica, dopo anni di politica ultra-accomodante, ebbene non si tratterà davvero di una stretta. Molto meglio, dice a Formiche.net Ignazio Angeloni – economista alla Harvard Kennedy School e, non un dettaglio, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce – parlare di rallentamento della fase espansiva.

Prima l’ex commissario Olli Rehn, poi i governatori Nagel e Knot. Sembra essere sempre più probabile un primo vero tightening da parte della Banca centrale europea. Il finale è dunque già scritto?

Non è una stretta, è un allentamento dell’espansione monetaria. Anche se il tasso-chiave della Bce dovesse salire a luglio di mezzo punto, come si sente ventilare in questi giorni, l’intonazione della politica monetaria in Europa resterebbe espansiva.

Mettendola in questo modo allora, come si confronta la Bce con quello che sta facendo la Fed negli Usa?

La Fed si sta portando verso una posizione equilibrata: né espansione né, per il momento, restrizione. Poi si vedrà. Il presidente Powell ha promesso un atterraggio morbido verso la stabilità dei prezzi, senza recessione. Il che gli impone di muovere rapidamente verso una posizione monetaria neutrale, senza poi stringere troppo ulteriormente. È l’impegno più importante e difficile che ha preso nella sua carriera. Dall’esito dipende quello che i libri di storia scriveranno di lui.

Angeloni, torniamo al mese di luglio. Se rallentamento sarà, avverrà a diversi mesi dall’intervento della Fed. Giudica questo lasso di tempo ragionevole e condivisibile o la Bce avrebbe dovuto agire prima?

Il punto non è essere avanti o indietro rispetto alla Fed, ma un altro. Nella seconda parte del 2021 la Bce ha perso l’occasione propizia per aggiustare la politica monetaria in senso meno espansivo, col minimo rischio. In quel momento la crescita europea era più forte del previsto, e già si capiva che le pressioni inflazionistiche erano più diffuse di quando il semplice aumento dei prezzi energetici comportasse.

E dunque?

Se si fosse mossa allora, la Bce avrebbe evitato di rimanere indietro, non tanto rispetto alla Fed, ma rispetto al proprio stesso ciclo monetario. Oggi, con la guerra e i venti di recessione che cominciano a spirare, la mossa è più difficile. Ma penso che la faranno lo stesso.

Rimane il grande problema, un’inflazione che in Europa viaggia su livelli mai così preoccupanti. C’è di mezzo la guerra e la crisi delle catene di approvvigionamento. Basterà una stretta monetaria a fermare l’inflazione o servirà un ritorno delle condizioni geopolitiche alla normalità?

Certamente non basterà questa mossa, che come abbiamo già visto stretta non è. Penso che l’inflazione europea abbia già una dinamica piuttosto radicata, insita nel fatto che alcuni beni non energetici – gli alimentari e anche alcuni servizi – crescono forte e trascinano dietro altri costi e prezzi. La Bce dovrà lavorare molto e bene per tenerla sotto controllo, e il lavoro non durerà poco.

Non è proprio una prospettiva felice…

Se i prezzi internazionali crollassero ai livelli precedenti, tutto sarebbe più facile, ma gli scenari attuali non fanno prevedere uno sviluppo di questo genere.

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Per Mps servono più sposi, uno non basta. La versione di Angeloni

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Intervista di Gianluca Zapponini


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Di Gianluca Zapponini

Non è più tempo di sfogliare la margherita, sul Monte dei Paschi è l’ora di lavorare seriamente a una soluzione che possa portare presto lo Stato fuori dalla banca più antica del mondo. Terminata la giostra parlamentare per il Mattarella-bis, al Tesoro, azionista di controllo (64%), si è riaperto il cantiere senese, a quasi tre mesi dal fallimento delle trattative con Unicredit.

Il prossimo 7 febbraio, il ceo Guido Bastianini presenterà al mercato i conti del 2021 e c’è chi giura che si tratterà di una sorta di redde rationem, dopo le indiscrezioni circolate in questi giorni che vorrebbero il Mef propenso a un ricambio al vertice, a valle di un passo indietro dello stesso numero uno di Mps. La sostanza però, non cambia. Ribaltoni o meno lo Stato da Siena deve uscire, spiega a Formiche.net Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce e da sempre in ottimi rapporti con Mario Draghi. 

Dopo il fallimento delle trattative con Unicredit, lo scorso novembre, lo Stato azionista è tornato al punto di partenza. Nell’attesa di una possibile-probabile proroga da parte dell’Europa, crede ancora nella bontà di un’operazione di sistema con più soggetti bancari coinvolti?

Non mi pare che la situazione sia cambiata molto da allora. Occorre lavorare per una soluzione concreta, sostenibile nel tempo, nella quale lo stato cessi quanto prima di essere azionista rilevante. Continuo a ritenere difficile che una singola banca italiana possa farsi carico da sola del problema Mps con buone probabilità di successo, a costo accettabile per lo Stato e senza mettere in pericolo se stessa, il che significa passare anche il vaglio della vigilanza Bce. C’è poi sempre la possibilità di una banca estera, ma al momento non mi sembrerebbe la soluzione ideale.

Allora c’è poca da fare, serve il coinvolgimento di più soggetti…

Rimane l’opzione di una joint venture, che però dovrebbe essere accompagnata da una ristrutturazione con concrete prospettive industriali. Il soggetto pubblico potrebbe cercare di promuovere una soluzione di questo genere, sopportandone una parte dei costi. Ma né esso, né il Fondo che assicura i depositi bancari in Italia, dovrebbero farsi carico di attuare il progetto industriale.

Angeloni, in questi giorni si è parlato molto di una possibile discontinuità al vertice di Mps. Poche settimane dopo il piano industriale e con una possibile privatizzazione in vista, è preferibile la continuità o il contrario? E non crede che un’operazione di questo calibro debba e possa basarsi sulla fiducia azionista-manager?

Su questo non ho un’opinione specifica. Non penso che le difficoltà di Mps dipendano dalla guida operativa e del resto la banca ha già avuto parecchi cambiamenti al vertice negli ultimi anni. Naturalmente, se si delineasse un’operazione privata, per esempio come quella a cui ho appena accennato, i nuovi azionisti deciderebbero anche la posizione di vertice. Come avviene sempre in questi casi.

Allarghiamo il discorso. Due anni di pandemia hanno cambiato parte della nostra economia e forse anche di certa finanza. Come ne esce il sistema bancario italiano che, almeno per ora, sembra aver retto all’urto?

Abbastanza bene, direi. Le banche maggiori, Intesa certamente, ma non solo, hanno fatto un percorso di risanamento e rafforzamento prevalentemente per linee interne che ha dato frutti e che continua. Si intravede anche una tendenza, opportuna, a sviluppare linee di attività complementari, come la gestione del risparmio e i prodotti assicurativi. La ripresa economica, poi, aiuta il rafforzamento del sistema bancario. L’aumento dei tassi di interesse che si è avviato aiuterà ulteriormente, consentendo di riaprire i margini di intermediazione.

Eppure le sfide non mancano…

La sfida che il sistema ha oggi di fronte riguarda la rimozione dei sostegni e delle garanzie legate all’emergenza Covid. Non credo che sia nell’interesse delle stesse banche, quelle più forti soprattutto, ritardare troppo l’uscita dai provvedimenti di salvaguardia. È meglio invece che essa inizi quanto prima, pur essendo attenta e graduale.

Capitolo politica monetaria. La Federal Reserve ha cambiato passo negli Usa e non certo oggi. Al contrario la Bce ostenta ancora calma sui tassi, nonostante un’inflazione piuttosto marcata che persino Francoforte ora non può ignorare. Come spiega questa tranquillità di fondo?

Penso che la Bce si ricrederà e aggiusterà il tiro. In parte questo si è già visto nella conferenza stampa di ieri della presidente Lagarde. Va superata la situazione, imposta dall’emergenza ma oggi non più necessaria né desiderabile, di tassi di interesse a breve termine sotto lo zero. A mio parere sarebbe più urgente che la Bce rialzasse i tassi, piuttosto che concludere prima il programma di acquisto di titoli.

E questa inversione di azioni, prima i tassi poi la fine degli stimoli, che benefici apporterebbe?

Tali acquisti possono anzi servire, temporaneamente, per attutire eventuali contraccolpi che l’aumento dei tassi potrebbe comportare. A mio parere la banca centrale dovrebbe riesaminare alla luce degli ultimi sviluppi la sua impostazione strategica complessiva, annunciata l’estate scorsa in condizioni assai diverse da quelle di oggi.

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La terza via per Siena. Angeloni spiega la soluzione italiana per Mps

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Intervista di Gianluca Zapponini

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Di Gianluca Zapponini

C’è sempre una carta da pescare nel mazzo, il problema è capire quale sia la migliore. Per il Monte dei Paschi, dopo la rottura non certo indolore delle trattative tra Unicredit e l’azionista Tesoro, si aprono diverse strade, alcune in salita e piene di curve, altre decisamente più percorribili. Ieri dalla bocca del dg del Mef, Alessandro Riverasono arrivate le prima indicazioni precise sul futuro di Siena: ricapitalizzazione a mezzo mercato (3 miliardi, almeno), pulizia dei bilanci e rimessa della banca sul mercato, previa concessione di una proroga sostanziosa dall’Europa.

Poi, occorrerà trovare la famosa soluzione industriale. E qui i nodi potrebbero venire al pettine. Lo Stato, come messo in chiaro dallo stesso Rivera, non può rimanere azionista del Monte. Allora potrebbe farsi avanti un altro soggetto, magari Banco Bpm, le cui spalle non sono tuttavia larghe come quelle di Unicredit. Ancora, si potrebbe coinvolgere una grande banca straniera, verosimilmente francese, come Bnp Paribas o l’Agricole. Difficile però pensare a un benestare del governo, soprattutto con Lega e Fratelli d’Italia parte della compagine. Vicolo cieco? No.

Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce e gran conoscitore di Mario Draghi, nei giorni scorsi ha lanciato una sua proposta: un pool di banche italiane per rilevare la quota del Tesoro. Intervistato da Formiche.net, va oltre e spiega genesi e ratio di una soluzione dal sapore tutto sistemico.

Dopo la rottura tra Tesoro e Unicredit, il futuro di Mps appare quanto mai incerto. Lei ha proposto il coinvolgimento di alcune banche italiane che possano rilevare la quota di controllo del Mef. Perché dovrebbe funzionare?

Intendiamoci, neanche io considero quella proposta come l’ideale in senso assoluto, cioè se potessimo riscrivere la storia partendo da diversi anni fa. La vedo piuttosto come l’ultima chiamata per Mps, al punto in cui siamo arrivati, per evitare la prospettiva o di una soluzione peggiore, come la strategia stand alone o il coinvolgimento di una banca decisamente meno robusta, oppure della dissoluzione della banca con o senza il coinvolgimento dell’autorità di risoluzione Ue.

L’ultima ipotesi spaventa e non poco. La fine della banca più antica del mondo…

Quest’ultima ipotesi è quella che prevederebbe il manuale europeo per una banca che non riesce a reperire sul mercato capitale sufficiente. Non mi sembra però che il Sistema Italia, inteso come politica ma anche includendo una parte del settore finanziario, sia pronto a percorrere quest’ultima strada. Vedo piuttosto il rischio di quell’esito che gli americani chiamano calciare la lattina più avanti lungo la strada, ovvero, procrastinare ancora. Dopo quel che è successo nel 2017, procrastinare ancora è proibito.

Va bene, ma allora, come se ne esce?

Allora dico: con un’operazione collettiva, che non costerebbe troppo a nessuna delle banche coinvolte e che costerebbe al contribuente meno di quanto sarebbe costato il deal con Unicredit, possiamo chiudere la questione e mostrare anche ai partner europei che l’Italia è più coesa e decisa di quanto si creda. Questo penso sia nell’interesse a lungo termine di tutti. La condizione naturalmente è che partecipino tutte le banche principali. Nessuna, per esempio, dovrebbe chiamarsi fuori perché ha appena fatto una fusione, o perché ne sta progettando una. E che l’operazione sia davvero definitiva.

Questo significa che il nuovo Mps (un bell’ossimoro, per la banca più vecchia del mondo) dovrebbe avere numeri di bilancio eccellenti, essere parecchio più piccola e specializzata su prodotti e servizi importanti per il territorio di riferimento, e con un attivo interamente ripulito. Il che comporta una Asset Quality Review indipendente e rigorosa. Tutte cose che nel 2017 non sono state fatte.

Qualcuno ha tirato in ballo due grandi banche francesi. Ma il governo difficilmente darà il benestare. Lei che dice?

Sono assolutamente favorevole a un’ulteriore integrazione del settore bancario in Europa. Penso anzi che la legislazione europea dovrebbe essere modificata per favorire questo sviluppo. Nel caso specifico, però, mi sembra che questa prospettiva sia meno preferibile di un intervento italiano. Le banche francesi sono già presenti in modo significativo in Italia. Sarebbe bene inoltre che la soluzione non rischiasse di essere vista come un segnale di debolezza del nostro sistema, che deve ricorrere all’estero dopo vari tentativi non riusciti.

Torniamo alla sua proposta. Quando si pensa al soccorso di più banche verso un unico istituto (il caso Carige insegna), il pensiero ricorre subito al Fondo Interbancario. In cosa si differenzia la sua proposta da uno schema già visto in passato, quale quello del Fitd?

Mi ha preceduto solo di un attimo, avrei toccato questo punto proprio ora.

Poco male, allora. Prego.

La mia idea non coinvolgerebbe in nessun modo il Fitd. Per due ragioni. La prima è che il Fondo dovrebbe occuparsi della protezione dei piccolo depositanti, non di finanziare e gestire salvataggi bancari. Il punto di riferimento per un’istituzione di questo tipo deve essere quella che opera negli Stati Uniti, la Federal Deposit Insurance Corporation, o Fdic, come ha sostenuto anche il governatore Visco. La Fdic non ricapitalizza banche, le liquida quando falliscono rimborsando i depositi sotto una certa soglia. L’altra ragione è proprio il fatto che gli esempi passati non hanno dato buona prova.

Ho la sensazione che si riferisca al caso di Banca Carige…

Il caso che lei ricorda è uno di essi. Si tratta di una banca che dopo molti anni si trova ancora in condizioni precarie. Non credo sia colpa essenzialmente del Fondo, piuttosto si tratta di un compito per cui non hanno risorse e strumenti adeguati. Ho invece ipotizzato una joint venture, nella quale le banche di comune accordo affiderebbero a un team di manager il compito di presentare un progetto in tempi brevi che soddisfi determinati requisiti di sostenibilità. La natura collettiva dell’operazione sarebbe garanzia che la soluzione non rifletta l’interesse particolare di nessuno, sospetto che qualcuno aveva avanzato nel caso di Unicredit. E che non pesi in modo eccessivo su nessuno.

E il Tesoro, che ruolo dovrebbe avere nella partita?

Credo sia consigliabile è che il Tesoro non partecipi al negoziato, fissando semmai solo alcune condizioni generali in partenza.

Angeloni, secondo molti osservatori e anche secondo lo stesso ministro Franco, Unicredit si sarebbe sottratta al confronto perché il Tesoro non era disposto a sostenere un aumento di capitale molto sostanzioso. Secondo lei non c’era davvero più spazio di manovra?

Non ho informazioni su come si è svolta la trattativa, al di là di quello che si è potuto leggere sui giornali. Non sono pertanto in grado di rispondere a questa domanda.

La pandemia avrà come primo effetto quello di aumentare il tasso di incagli presso le banche italiane. Chi perde il lavoro o ridimensiona l’attività, difficilmente riesce a rimborsare un prestito. Dobbiamo aspettarci altre crisi bancarie dal sapore sistemico?

Le condizioni del sistema bancario sono una delle grandi incognite della fase post-pandemia, di cui non conosciamo ancora la risposta. L’effetto ci sarà, non c’è dubbio, anche se personalmente spero e credo che sarà inferiore a quello che la Bce, con giusta cautela, aveva stimato nei mesi centrali della crisi del Covid. I tassi di crescita elevati che l’economia italiana sta registrando in questo momento fanno ben sperare. Nel caso in cui, una volta sollevata la coperta dei provvedimenti anti-pandemia si dovesse scoprire che la crisi lascia strascichi insostenibili in certe banche, si potrà ancora intervenire con sostegni, ma in maniera più selettiva.

C’è da stare abbastanza tranquilli, insomma.

Quello che io pavento piuttosto è un’altra cosa: cioè, che passata la pandemia ritornino i persistenti problemi irrisolti del nostro sistema bancario, che, dobbiamo riconoscere oggi con una certa delusione, neanche l’unione bancaria è riuscita a risolvere appieno negli anni pre-Covid. Anche per questa ragione, metterci dietro le spalle il nodo Mps sarebbe un passo avanti importante.

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Le regole sui bilanci servono, anche al Pil dell’Italia. Parla Angeloni

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Intervista di Gianluca Zapponini


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Di Gianluca Zapponini

Il varco è stato ormai aperto. Ursula von der Leyen ha mandato un messaggio sufficientemente chiaro a quei Paesi, Austria in testa, che sognano un ritorno delle vecchie regole di bilancio, non certo aggiornate alla pandemia e i suoi effetti catastrofici sull’economia. Quelle regole non possono tornare, non devono, perché il coronavirus ha stressato come non mai le finanze pubbliche.

Attenzione però, avverte  Ignazio Angeloni, economista alla Harvard Kennedy School, ex membro del Consiglio di Sorveglianza della Bce proprio negli anni di Mario Draghi al vertice dell’Eurotower e con un passato in Bankitalia: non sarà un tana libera tutti, delle regole su debito e deficit ci saranno sempre. Insomma, rigore forse no, ma vincoli sì. E chissà che le elezioni in Germania di fine settembre non siano in qualche modo decisive…

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen ha imposto la necessità di nuove regole europee, aggiornate alla pandemia. Possiamo considerare tramontata la stagione del vecchio Patto di Stabilità?

Non mi sembra che il discorso del presidente della Commissione Europea contenga indicazioni precise su questo, al di là dell’auspicio, forse ottimistico, che un accordo sarà raggiunto presto.

Eppure quanto udito ieri aveva tutta l’aria di una svolta…

Certamente non si tornerà alle procedure pre Covid, giudicate da tutti complicate e inefficaci. Ma una sorveglianza europea sui conti pubblici rimarrà e Paesi indebitati come l’Italia sono i primi a trarne vantaggio. Su questo punto, una parte del dibattito italiano è fuorviante.

Cosa intende dire?

Senza una cornice europea, di cui quella sorveglianza fa parte, l’Italia sarebbe sola a gestire i rischi del suo debito pubblico enorme contro future crisi di mercato, che non sono affatto improbabili. L’importante è che le nuove regole siano realistiche e vengano seguite.

Angeloni, però alcuni Paesi, come l’Austria, sognano un ritorno di Maastricht nella sua applicazione più pura. Non lo trova surreale alla luce dell’attuale situazione e del fatto che le principali economie del Continente, Francia, Germania e Italia, abbiano un deficit abbondantemente oltre i parametri?

Un ritorno a Maastricht potrebbe invece proprio essere la via. Quelle regole sono scritte nel trattato, quindi sono state condivise da tutti e richiedono unanimità per essere cambiate. Sono regole semplici, al contrario di tutte le sovrastrutture introdotte negli anni successivi. Un deficit del 3% porta, se il prodotto nazionale cresce del 3-4% a prezzi correnti con un’inflazione al 2%, che è l’obiettivo Bce, a un debito tendenziale attorno al 90% del Pil. Un obiettivo ragionevole per noi, escludendo nuove crisi, e coerente colla posizione degli altri Paesi.

Sta dicendo che il Trattato di Maastricht è tutt’altro che superato?

Sì, ma un passo avanti sarebbe escludere dal calcolo certe categorie di investimenti NgEu, su cui c’è un vaglio europeo. Se poi la crescita economica fosse maggiore, come si sperava ai tempi di Maastricht, si potrebbe fare anche meglio sul debito, senza sforzo. La strategia vincente per l’Italia in questa fase non è mettersi di traverso nel negoziato o porsi obiettivi irrealizzabili, ma ridurre il debito gradualmente rimanendo in linea con l’Europa.

Parliamo della Germania, baricentro d’Europa. Il 26 settembre finirà ufficialmente l’era di Angela Merkel. Che cosa dobbiamo aspettarci dal voto tedesco? Prevede qualche impatto di sorta sulla politica monetaria della Bce, ormai prossima a un piccolo ma primo disimpegno?

I sondaggi indicano come possibile un governo di centro-sinistra (Spd), con partecipazione dei Verdi e possibile innesto dei liberali. Tutti e tre questi partiti sono contrari a regole fiscali eccessivamente restrittive, tipo schwarze-null, pareggio di bilancio ma nessuno dei tre, credo, punterebbe a rinegoziare il trattato.

Prevede qualche impatto di sorta sulla politica monetaria della Bce, ormai prossima a un piccolo ma primo disimpegno, dopo il voto?

La prospettiva di una pace fiscale di lunga durata in Europa aprirebbe spazi anche per la Bce, oggi condannata a tassi negativi e a politiche di acquisto di titoli non più efficaci. Migliorerebbe il cosiddetto policy-mix, la combinazione delle politiche fiscale e monetaria, a tutto vantaggio dell’economia europea. Ma tutto questo per ora è fantasia: bisogna attendere il 26 settembre per capire quali saranno le combinazioni di governo possibili.

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La variante Delta è una minaccia, la Fed aspetterà a ritirare gli aiuti

La Stampa
Intervista di Fabrizio Goria

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Di Fabrizio Goria

Le armi in dotazione alle banche centrali sono spuntate, e si spera che le varianti del Covid-19 non costringano a rallentare il ritiro degli stimoli monetari. Questo perché quelli fiscali sono più efficaci. Ignazio Angeloni, già membro del Single resolution board (Srb) della Banca centrale europea (Bce), il consiglio di vigilanza di Francoforte, traccia un quadro chiaroscurale per i prossimi mesi. Che metterà a dura prova anche la Federal Reserve di Jerome Powell, che si riunisce oggi a Jackson Hole per il simposio annuale. Ma l’economista italiano, ora fellow all’Harvard Kennedy School, passa anche in giudizio l’Italia, che ha ritrovato una nuova credibilità internazionale attraverso l’esecutivo a trazione Mario Draghi.

Oggi si apre Jackson Hole. Cosa bisogna aspettarsi, dopo oltre un anno e mezzo di pandemia?

«Non mi aspetto grandi novità. La situazione dell’economia americana è troppo fluida; i contagi e i decessi del Covid hanno ricominciato a crescere dall’estate, e questo potrebbe portare a nuovi rallentamenti nell’economia. Powell di solito è molto prudente nelle sue scelte; secondo alcuni anche troppo. Darà indicazioni sul “tapering” (tempistica della riduzione degli acquisti di titoli) solo quando quelle incertezze saranno dissipate. Sullo sfondo va considerato anche il fatto che Powell deve essere riconfermato a breve, ed è personalmente debole, accusato com’è di essere poco indipendente e poco esperto di questioni monetarie. Lo stesso presidente Usa, che deve decidere se riconfermarlo, è fortemente indebolito dalla questione Afghanistan. Una situazione delicata su più fronti, che non consiglia mosse azzardate».

L’anno scorso avvenne la grande deviazione di Jerome Powell, con la Federal Reserve che tollererà fluttuazioni temporanee dell’inflazione. E proprio l’inflazione continua a essere al centro delle discussioni. A torto?

«Quell’annuncio fatto lo scorso anno diventa rilevante oggi: consente alla banca centrale di ritardare la restrizione monetaria per un certo periodo di tempo. Il fatto che l’inflazione sia molto alta (oltre il 5 per cento) non è quindi decisivo per le decisioni che la Fed prenderà a breve. Personalmente ritengo che una dinamica inflazionistica sostenuta e duratura non sia possibile, nelle nostre economie (quindi anche in Europa) senza una ripresa della dinamica salariale. La rincorsa dei salari ai prezzi fu la causa determinante della “grande inflazione” degli anni 70: non ne vedo le condizioni oggi. Le organizzazioni sindacali sono state indebolite in tutto il mondo dalla concorrenza del lavoro asiatico a basso costo e dall’automazione dei processi produttivi. Queste condizioni strutturali del mercato del lavoro possono cambiare, ma ci vorrà del tempo».

Si parla con sempre maggiore insistenza del tapering della Fed. Lei aspetterebbe ancora all’exit strategy o vede le condizioni (macro e sanitarie) in un miglioramento tale da giustificare un ritiro degli aiuti pandemici?

«L’impressione è che la politica ultra-accomodante abbia scarsa efficacia nello stimolare l’economia, e anzi possa essere addirittura controproducente in certe situazioni – per esempio, quando i tassi negativi penalizzano i bilanci delle banche e le inducono a restringere l’offerta di credito. Credo che le banche centrali condividano questa valutazione, anche se comprensibilmente esitano ad ammettere che le loro armi sono spuntate. La politica fiscale mantiene invece intatta la sua efficacia nelle fasi di depressione economica. Dunque, quando le incertezze causate dalle varianti si dissiperanno, il che potrebbe avvenire sperabilmente nei prossimi mesi, matureranno le condizioni per invertire le politiche espansive, a cominciare da quella monetaria».

A proposito di quanto detto poc’anzi, i tassi di diversi bond sovrani continuano a essere negativi, ma gli investitori continuano a comprarli: è un ecosistema sostenibile?

«Da economista, che cerca di usare il buon senso oltre alla teoria, rispondo di no. I tassi di interesse negativi alla lunga non possono favorire un processo di crescita dell’economia reale sostenuto e sostenibile».

Powell si trova comunque in una situazione non semplice. Come giudicare il suo mandato, e la risposta pandemica?

«Powell non ha una formazione economica e in particolare monetaria, e un alcuni momenti del suo mandato questo si è visto e ha costituito un fattore di debolezza. Ma è una persona di buon senso e prudente, che ascolta pareri diversi e ne tiene conto. Sono caratteristiche importanti per un presidente, che non decide da solo ma deve soprattutto fare una sintesi di punti di vista e considerazioni diverse. Va considerato anche che nel comitato che decide la politica monetaria americana (il Federal Open Market Committee) ci sono economisti di primissimo ordine, che indubbiamente hanno su Powell un’influenza importante».

Variante Delta, shortage nella supply chain globale, inflazione, infine le tensioni geopolitiche. Cosa deve intimorire, su ambo i lati dell’Atlantico, di più in vista dell’autunno?

«I rischi maggiori per la ripresa economica globale derivano a mio avviso da tre fattori: la situazione Covid (nel caso in cui intervengano delle nuove varianti difficilmente controllabili); il settore finanziario (leverage eccessivo delle grandi banche e sopravvalutazione del mercato azionario) e la situazione geo-strategica. In particolare la situazione in Afghanistan, gestita male dall’amministrazione USA, oltre a dare luogo a una dolorosissima crisi umanitaria, costituisce un fattore di rischio macroeconomico che prima non esisteva».

Sul fronte della politica monetaria, quale sarà l’eredità data dal Covid-19?

«La lezione più importante del Covid, dal punto di vista della politica economica, è che l’impatto economico della crisi pandemica può essere sì profondo e doloroso, ma viene superato rapidamente una volta che la situazione sanitaria si sia ristabilita. La pandemia lascerà, nell’economia, danni meno duraturi e meno gravi della crisi finanziaria precedente (i cui effetti sono ancora presenti sia in America sia in Europa). La politica economica (fiscale, monetaria, bancaria) deve quindi reagire rapidamente, ma anche essere pronta a ridurre rapidamente il sostegno quando le condizioni migliorano».

C’è un capitolo che è diventato sempre più importante con la pandemia, ovvero la consapevolezza dell’emergenza climatica. Quanto sarà cruciale nelle future decisioni di politica monetaria?

«A mio avviso la relazione fra cambiamenti climatici e politica monetaria è stato esagerata nel dibattito corrente. La politica monetaria da sola può fare ben poco contro i cambiamenti climatici. Perché i rischi climatici recedano devono cambiare i comportamenti delle persone, i modelli di produzione e di consumo, e insieme ad essi le politiche dei governi. Il tutto a livello globale. La politica monetaria può aiutare in qualche misura questi cambiamenti, facilitandoli dal lato finanziario, ma non determinarli».

Guardiamo all’Italia per un istante. Dall’inizio dell’esecutivo Draghi sono passate una primavera e un’estate. Quali sono stati i risultati più positivi e quali sono le incognite di lungo periodo per il nostro Paese?

«L’Italia ha acquistato con il nuovo governo una credibilità e un’autorevolezza che prima non aveva. Questo è importante, ma è solo l’inizio del percorso. I problemi dell’Italia e degli italiani sono ancora tutti lì, da affrontare. Abbiamo un piano di azione (il Pnrr) e abbiamo ricevuto dall’Europa gli strumenti finanziari per realizzarlo. Ora dobbiamo dimostrare volontà, costanza, continuità di intenti e di azione su un arco di tempo pluriennale. Da italiano, mi auguro che in questo lasso di tempo il Paese possa beneficiare della maggiore continuità politica possibile».

Mps e Unicredit hanno riaperto la stagione delle fusioni bancarie. È un’opportunità per l’Italia e l’Europa o vede più rischi che benefici?

«Il caso Mps è molto particolare: si tratta di dare sistemazione a un soggetto bancario importante che da troppo tempo sopravvive con un modello di affari e una struttura dei costi insostenibili. La strategia delle fusioni in Italia è un tema più ampio. Essa deve dare luogo, a mio avviso, a due-tre grandi banche universali, più grandi delle attuali, diversificate funzionalmente e geograficamente, capaci di competere a livello europeo e globale. Se Mps/Unicredit porta un quella direzione, ben venga, ma a questo fine va privilegiata la robustezza della struttura che deriverà dalla fusione, non le nostalgie per un modello bancario Mps del passato che a volte si sentono riemergere».

E in Europa?

«Il tema del consolidamento bancario si pone non solo in Italia, ma per l’Europa nel suo complesso. L’economia europea deve essere sostenuta da grandi soggetti bancari, attivi internazionalmente in tutti i campi rilevanti – retail banking, pagamenti, asset management, consulenza e investment banking. Questo era un obiettivo dell’unione bancaria che, a quasi 10 anni dal suo avvio, nel giugno 2012, non è stato raggiunto. Rimane necessario per rafforzare l’Europa, economicamente e anche politicamente».

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