Addio all’era dei tassi zero e deficit più “pesante” del debito lezioni dai saliscendi dei mercati

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“La complessità del mondo eccede la nostra capacità di comprenderlo”. Questa frase, attribuita al finanziere George Soros, scoraggia ogni tentativo di proporre spiegazioni sbrigative per fenomeni complessi. Ma tant’è: la natura umana ama semplificare, il tempo è poco, la pazienza ancora meno. Ecco quindi che prevalgono interpretazioni affrettate, che durano lo spazio di poche ore, presto superate da nuovi fatti o nuove letture degli stessi fatti. La memoria è ancora più corta, quindi raramente la gente se ne accorge.

Un esempio si è visto qualche giorno fa con riferimento ai mercati internazionali dei titoli. All’inizio di settembre la stampa americana sventolava timori di crisi dei titoli di stato Usa, a causa dell’esorbitante e crescente debito americano, gonfiato ancor più in prospettiva dal BBB (la legge finanziaria, che Trump chiama “Big Beautiful Bill”), e del tentativo dello stesso Trump di controllare la Riserva Federale. Neanche il tempo di finire l’articolo, ecco che il problema si è invertito: bisognava spiegare le ragioni della caduta improvvisa dei tassi, ovvero specularmente della risalita del valore di quegli stessi titoli di cui prima si spiegava la crisi. Qualcosa di simile sospetto stia avvenendo in questi giorni riguardo ai titoli di stato europei, investiti dalla crisi francese. Per vederci più chiaro giova guardare agli andamenti su un arco di tempo lungo, nel quale emergono i fattori di fondo, e distinguere i livelli dei tassi di interesse (e i differenziali fra di essi) dai movimenti di breve periodo, erratici e di solito reversibili. Se uno guarda gli sviluppi dall’inizio dell’anno (cioè grosso modo da quando tutto è cambiato nella politica americana), si notano tre cose.

La prima è una conferma di quanto si era già capito: l’era dei tassi di interesse vicini a zero o addirittura sotto lo zero è definitivamente (nel futuro prevedibile) tramontata. Fino a tempi molto recenti la maggior parte degli economisti diagnosticava la stagnazione secolare e l’eccesso di risparmio come tendenza prevalente a livello globale. Cosa è successo? A quelle tendenze di fondo, che in parte permangono (bilancia commerciale cinese in forte e crescente attivo, invecchiamento demografico) se ne sono aggiunte altre (riduzione post-pandemica dell’offerta di lavoro, rallentamento del commercio globale e connessi rischi geopolitici, infine i dazi americani) che spingono nella direzione opposta. Inflazione attesa o temuta e premi per il rischio spingono i tassi di interesse verso l’alto. Guardando alle dinamiche recenti si ricava l’impressione che le ultime tendenze siano non meno persistenti dei fattori pregressi che avevano portato alla riduzione dei tassi nell’era della “grande moderazione”. Vivremo dunque a lungo con tassi di interesse almeno sui livelli attuali. Un segnale anche per le banche centrali, fra cui in parte la Bce, che avevano fino a poco fa sperato di potere continuare ad allentare la politica monetaria.

Il secondo fatto suggerito dagli andamenti di medio periodo è che i livelli dei tassi nelle diverse aree risentono in primo luogo della forza delle economie sottostanti. Non si spiegano diversamente i differenziali di rendimento fra Usa ed Europa, in un momento in cui la politica economica americana, dal lato fiscale come da quello monetario, suscita così tanti timori. Le dinamiche di fondo, trainate dagli investimenti nei settori innovativi, spingono l’economia dal lato dell’offerta dando luogo a rendimenti elevati sia nel mercato azionario sia nei comparti a reddito fisso. Un tendenza destinata a durare. Secondo Nouriel Roubini, economista tradizionalmente pessimista ma oggi convertito, «gli Stati Uniti andranno bene per il resto del decennio, non grazie a Trump, ma nonostante lui» e «…sono al centro di alcune delle più importanti innovazioni tecnologiche della storia. Queste provocheranno un ampio shock positivo dell’offerta aggregata che aumenterà la crescita e ridurrà l’inflazione». Al confronto con questi fenomeni, gli attuali segni di debolezza del mercato del lavoro possono rivelarsi di secondaria importanza.

La terza riflessione riguarda l’incidenza del fattore fiscale: problema che ha afflitto l’Italia per decenni e sembra ora essersi trasferito in Francia. Anche qui, rilevano i livelli tendenziali più che le oscillazioni momentanee. Negli ultimi giorni ha fatto molto rumore l’azzeramento dello spread fra Italia e Francia, ma ciò che più vale è la progressiva erosione del differenziale nei mesi e anni recenti. Al governo italiano viene giustamente riconosciuto il merito di una politica di bilancio prudente. Ma da questo importante successo si trae anche un altro insegnamento. Il fattore decisivo nel tranquillizzare gli investitori è dare un segnale di governabilità dei flussi, essere cioè in grado di tenere i disavanzi sotto controllo. Il valore elevato del debito pubblico che tuttora sfavorisce l’Italia può, in quel caso, essere di minore importanza.

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Il posto di Lisa Cook alla Fed è cruciale, gli effetti saranno dirompenti

La Repubblica – Intervista con Eugenio Occorsio

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I mercati hanno reagito male ma credo che gli effetti negativi di questa manovra non siano stati ancora percepiti appieno». Ignazio Angeloni, economista e banchiere, PhD alla University of Pennsylvania, a lungo direttore per la stabilità finanziaria della Bce e membro del suo consiglio di vigilanza, oggi “senior fellow” in Bocconi, è convinto che alla lunga le conseguenze del licenziamento di Lisa Cook «potrebbero essere ancor più dirompenti di quelli del Liberation Day, che in fondo si è rivelato il primo passo di un processo negoziale che è ancora in corso.

Invece stavolta?

L’assoggettamento della banca centrale Usa al potere politico (a questo potere politico, aggiungo, privo di senso delle istituzioni e noncurante della storia che ci sta dietro) è una svolta netta che avrà conseguenze in tutto il mondo.

Quali possono essere le prossime mosse di Trump?

I membri del board della Fed sono 7: contando i due che già si sono espressi per un ribasso dei tassi, il neonominato Stephen Miran (sostenitore che sia il momento di porre fine all’indipendenza della Fed) e l’eventuale sostituto di Cook, già ci sarebbe una maggioranza per il controllo del bilancio e dello staff. Per le votazioni sui tassi si aggiungono a rotazione cinque dei dieci presidenti della Fed regionali: tutti dovranno essere rinnovati in febbraio e approvati dalla maggioranza del Board. Ecco perché la questione di Cook è cruciale. Se viene sostituita entro febbraio, i sostenitori di Trump possono arrivare a controllare la politica monetaria USA.

Ma qual è la situazione legislativa, com’è possibile una trappola di queste dimensioni?

Negli Usa le difese costituzionali e legislative della banca centrale sono sempre state deboli. La costituzione è stata scritta prima della nascita della Fed, e le leggi successive non sono riuscite a creare un quadro chiaro. Si parla genericamente di “giusta causa” per il licenziamento di un membro del board, ma serve una pronuncia decisa e forte della Corte Suprema, i tempi ci sarebbero ma le certezze molto meno. In Europa i presidi intorno alla Bce sono più forti, ma prepariamoci a effetti- imitazione: talune forze politiche sarebbero (anzi, saranno) tentate di imboccare la stessa strada.

Nelle stesse ore, insinuandosi anche qui in un quadro legale incerto, Trump sta cercando di creare un sistema di “partecipazioni statali”: prima UsSteel, ora Intel. E dopo?

Come ha scritto sul Wall Street Journal il politologo Greg Ip, gli Usa di Trump stanno abbandonando la linea del libero mercato e imboccando quella del capitalismo di Stato stile Xi Jinping. Con l’aggiunta specifica di promuovere a dismisura gli interessi della famiglia Trump. Ma quello che è sempre stato vero ovunque e’ vero anche negli Stati Uniti: il capitalismo di stato alla fine non porta crescita, fa solo crescere le clientele scoraggiando concorrenza e innovazione. Nella stessa direzione spinge anche la guerra che Trump sta conducendo contro le istituzioni accademiche.

La battaglia sui dazi sembra ad un punto fermo. Come ne esce l’Europa?

Non condivido le opinioni negative che sono state espresse da molti osservatori in Italia sulla linea seguita da von der Leyen. A mio parere l’Europa finora ha gestito questa partita abbastanza bene date le circostanze. L’ostilità di Trump contro l’Ue fin dall’inizio era molto forte, e il 15% spuntato è comunque meglio della tariffa imposta al Canada e a molti altri paesi storicamente alleati degli americani. Io penso e spero che la pressione ad alzare le tariffe si attenuerà nel tempo, magari almeno con esenzioni e attenuazioni di vario genere. Ora bisogna vedere che cosa implica l’ultima sparata sulla tassazione e la regolamentazione del digitale: ogni giorno si apre un nuovo fronte.

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Corsa ai token, non è tutto oro. Sicurezza e stabilità: i limiti di una economia “gettonizzata”

La Repubblica

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Ogni epoca ha le sue sue mode: nella finanza oggi la parola magica è tokenization. “Gettonizzare” significa esprimere le caratteristiche di un asset (valore, rendimento, rischio, specifiche giuridiche, frazionamento), in forma digitale per poterlo gestire e scambiare; così come il vecchio gettone telefonico dava al possessore la certezza di poter effettuare una chiamata. L’asset “gettonizzato” viaggia col suo bagaglio elettronico su ogni circuito con annesso registro elettronico, centralizzato oppure – questa è la reale novità – distribuito, senza bisogno di altra informazione o supporto. Portata all’estremo, l’ambizione è una finanza “gettonizzata” che prescinde da ogni intermediario, pubblico o privato, oltreché – desiderio spesso inconfessato – da ogni controllo.

Fino agli anni Novanta, i titoli di Stato venivano stampati su carta; i possessori dovevano staccare fisicamente le cedole per incassare i rendimenti. Il passaggio al supporto elettronico ha portato enormi vantaggi di efficienza e sicurezza, ma la riforma ha riguardato solo alcune categorie di attività finanziarie standardizzate, come i titoli di Stato, appunto. Essendo il token un passo nella stessa direzione, gode degli stessi vantaggi – maggiore efficienza e velocità delle transazioni – ma ha anche gli stessi limiti. Non si adatta a tutti i tipi di asset. Solo quelli che possono essere riassunti in pochi parametri possono essere rappresentati e scambiati come un gettone. Secondo il Wef, solo lo 0,02% della capitalizzazione globale del reddito fisso è scambiato in forma di token. La percentuale per il comparto azionario  scende a un millesimo di quel valore. Queste percentuali cresceranno, ma il tasso di “gettonizzazione” resterà più alto in settori contrassegnati da minore complessità.

La principale attrattiva dei token è la possibilità di scambiarli su registri distribuiti, prescindendo dai costi e dalle lungaggini dei depositari accentrati di titoli (CSDs). In linea teorica, lo scambio di token su registri distribuiti può avvenire istantaneamente, senza ostacoli e costi. Anche qui, però, fra pratica e realtà c’è grande distanza.  Anche nel mondo gettonizzato è difficile fare a meno dei depositari centrali. La stragrande maggioranza dei token in circolazione è custodita presso depositari. Si tratta di istituzioni poco regolamentate: le principali sono Tether e Circle, emittenti dei due principali stablecoin USDT e USDC. Emittenti e depositari coincidono, con evidente conflitto di interessi. Gli Usa hanno appena approvato una legge che dovrebbe disciplinare il settore, il Genius Act, sulla cui efficacia ci sono però dubbi. La normativa europea (MiCA) sembra più robusta ma è tuttora incompleta. Il timore è che una legislazione permissiva favorisca il passaggio da istituzioni centralizzate magari inefficienti ma migliorabili a soggetti opachi e poco vigilati.

A parte la questione della sicurezza, non è affatto sicuro che registri distribuiti siano più efficienti di quelli centralizzati. Costi e tempi di negoziazione dei registri distribuiti “aperti”  tendono a essere più elevati di quelli disponibili su registri centralizzati. Esiste incompatibilità fra le tre caratteristiche desiderabili dei circuiti di scambio: il decentramento, la sicurezza delle transazioni e la scalabilità. Data la sicurezza delle transazioni, al crescere del numero dei partecipanti il decentramento diventa inefficiente. Senza neanche considerare il problema principale dei registri distribuiti e delle criptovalute che su essi viaggiano, e cioè il fatto che per la loro opacità essi sono ricettacolo e mezzo di influenza ideale per crimine organizzato, terrorismo e Stati canaglia.

I rischi crescono se l’oggetto della gettonizzazione è lo strumento finanziario attorno a cui ruota l’intera economia: la moneta. Non è un caso che gli asset gettonizzati oggi più diffusi siano gli stablecoin, token monetari scambiati su registri distribuiti ed emessi da cripto-intermediari specializzati. La capitalizzazione di questo settore negli Usa è pari oggi a circa l’1% delle attività monetarie, ma secondo stime Citigroup potrebbe crescere nel prossimo quinquennio fino al 20%. Questa moneta emessa da privati, scambiata su circuiti debolmente regolati e non soggetta al controllo delle banche centrali, mette a rischio la stabilità finanziaria, perché mezzi di pagamento redimibili a vista vengono emessi da banche e altri intermediari a fronte di attività liquide ma non prive di rischio; il pericolo di “corsa agli sportelli” con annessa crisi sistemica aumenta. E anche la stabilità monetaria, perché si amplia la componente di moneta che sfugge ai meccanismi attraverso cui opera la politica monetaria.

Niente di quanto detto implica che la gettonizzazione, e i sistemi di scambio distribuiti che li intermediano, non siano innovazioni potenzialmente utili. La questione è come regolarli e con quali salvaguardie. Nel dibattito abbondano giudizi distorti da interessi costituiti, proclamati in nome del progresso. È bene essere preparati e non farsi impressionare.

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Stablecoin e monete possono essere complementari ma non vanno confuse

La Repubblica

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Il giudizio negativo espresso anni fa da Paul Volcker sull’innovazione finanziaria (“la cosa più importante inventata dalle banche è il bancomat”) appare, in restrospettiva, esagerato. Le varie piattaforme online, applicazioni telefoniche e orologi paganti oggi disponibili rendono la spesa quotidiana più rapida e meno tediosa di un tempo. Pagare la parcella del medico, il conto del supermercato, la paghetta dei figli toccando uno smartphone, seduti sul divano o viaggiando in metropolitana, ci fa risparmiare tempo e stress.

Non tutte le innovazioni però sono uguali, o ugualmente sicure. Un esempio oggi alla ribalta sono i cosiddetti stablecoin – non mi pare esista una traduzione italiana, anche se tanti italiani li posseggono. Nati per facilitare gli scambi in criptovalute più sofisticate come il Bitcoin, di recente sono cresciuti di popolarità e sembrano sul punto di diventare strumenti di pagamento al dettaglio. Donald Tump ha emesso un ordine esecutivo per promuoverli. Una delle ragioni della loro popolarità è che sono anonimi, quindi si prestano ad attività illecite; ma non solo. Pagheremo il caffè mattutino con stablecoin, invece che con il vecchio contante o un’app nel telefono? Questa eventualità allarma le autorità monetarie europee, preoccupate di perdere la “sovranità monetaria”.

A dispetto del loro nome gli stablecoin non sono né stabili, né simili a monete. Come tutti gli asset assistiti da garanzie, il loro valore oscilla. Normalmente, di poco; nelle crisi, quando il valore delle garanzie è incerto, di molto. Nella struttura assomigliano ai fondi monetari; come essi derivano stabilità dal pool di asset che li garantisce. Ma in ultima analisi nessun asset è stabile, tranne la moneta delle banche centrali. Il crollo di molti fondi monetari nella crisi finanziaria fu proprio uno dei motivi che convinsero Volcker a essere pessimista sull’innovazione finanziaria.

I sistemi di pagamento si basano ancora oggi su principi introdotti oltre un secolo fa, con la fondazione della Riserva Federale americana. Tutti i pagamenti sono alla fine regolati sui conti delle banche centrali. Il ruolo di queste ultime come guardiani del sistema dei pagamenti e regolatori finali conferisce fiducia e garantisce l’“unicità” della moneta. Gli stablecoin, il cui valore varia di continuo, non hanno questa caratteristica. Né beneficiano della supervisione della banca centrale, poiché regolano su libri mastri distribuiti (distributed ledgers) non regolamentati.

La sfida dei regolatori è mantenere viva l’innovazione e la sperimentazione conservando al tempo stesso intatte la stabilità e la fiducia. Ciò significa anche fiducia nella moneta come misura del valore e mezzo affidabile per regolare le transazioni. Stablecoin e moneta non sono equivalenti a questo scopo e non dovrebbero essere considerate o regolamentate come tali.

I circuiti dello stablecoin e quelli tradizionali possono coesistere ma non devono consentire una perfetta osmosi l’uno con l’altro. Interoperabilità e convertibilità alla pari vanno assicurate all’interno di questi ultimi, ma fra i due sistemi devono esserci delle frizioni – ritardi di regolamento, commissioni e limiti di trasferimento, in modo che la sostituibilità non sia mai perfetta.

Il regolamento UE sulle cripto-attività (MiCA) disciplina emittenti e fornitori di servizi con l’obiettivo di proteggere gli investitori. Esso dovrebbe essere integrato da disposizioni che salvaguardino l’integrità della moneta, limitando la connettività tra le criptovalute il denaro tradizionale. Ciò significa, tra l’altro, che non dovrebbe essere concessa la convertibilità alla pari tra i due, invece attualmente prevista per gli stablecoin (cosiddetti e-money tokens nella terminologia MiCA).

Negli USA, una task force ad hoc è al lavoro per redigere la legislazione delle criptovalute. Ne vedremo fra breve il risultato. È fondamentale che le nuove regole proteggano l’integrità del settore dei pagamenti e l’unicità del denaro dalle potenziali minacce che una confusione con gli stablecoin genererebbe non solo nel sistema dei pagamenti in dollari ma in quello globale. È importante anche mantenere un ruolo di vigilanza della Fed, cui invece non è stato chiesto di far parte della task force.

Secondo alcuni, l’euro digitale in preparazione alla BCE – applicazione di pagamento al dettaglio messa a disposizione dei cittadini in piccoli ammontari attraverso i canali bancari – potrà difendere la sovranità monetaria europea dalla minaccia rappresentata dagli stablecoin. È dubbio che sia così. L’euro digitale verrebbe offerto sul mercato in concorrenza con tanti altri strumenti efficienti e già affermati. Il suo successo commerciale è incerto. Esso non avrebbe un vantaggio particolare nel contrastare quelle potenziali minacce.

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La via stretta di Fed e Bce tra i rischi di inflazione e recessione

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La giravolta di Donald Trump – il ritiro temporaneo dei dazi reciproci a pochi giorni dalla loro introduzione – è clamorosa ma non cambia il dato di fondo: l’economia mondiale rischia grosso in questo momento. Le dinamiche che possono portare alla recessione globale sono innescate e contineranno a dispiegarsi. La tassa generalizzata del 10 per cento è di per se stessa esorbitante. I dazi sugli scambi fra USA e Cina – snodo cruciale di tutto il commercio mondiale – sono senza precedenti. E via elencando. Dunque, nonostante le borse abbiano inizialmente festeggiato, i dati di fondo restano pesanti. Ulteriori crolli delle quotazioni sono da attendersi; in particolare fra meno di un mese, quando  si conosceranno i primi dati dell’inflazione USA post-tariffe e la Fed agirà di conseguenza. Messaggio per tutti gli interessati: mantenere le cinture allacciate.

Cosa possono fare le autorità per minimizzare i rischi?

In prima linea, come sempre nelle crisi, ci sono le banche centrali. Il problema in questo momento è assicurare la liquidità del sistema. Gli operatori che subiscono perdite, fondi speculativi in prima linea, sono portati e in molti casi anche forzati a smobilizzare le posizioni, in cerca di liquidità. Possono non trovarla, se i mercati cessano di funzionare e i prezzi non ritrovano l’equilibrio fra domanda e offerta; in questo caso rischiano di fallire con possibili effetti a catena. La banca centrale deve intervenire offrendo liquidità. I campanelli di allarme stanno già suonando; nei mercati USA negli ultimi giorni cedevano sia le azioni sia i titoli di stato. Cosa del tutto insolita; di solito i due mercati si muovono in controtendenza. Segno che gli operatori stanno vendendo di tutto, pur di accaparrarsi liquidità. La Fed, che da diversa mesi stava smobilizzando il portafoglio titoli accumulato nelle crisi precedenti (come mostra il grafico), ha già rallentato le vendite.  

Il problema non è solo americano ma globale: crisi di liquidità possono verificarsi ovunque e in qualunque valuta. Negli anni scorsi le banche centrali hanno perfezionato forme di coordinamento per fronteggiare queste situazioni: la valuta domestica viene offerta sulla propria piazza, mentre sulle altre piazze la liquidità origina da operazioni di scambio di valute (swaps) fra banche centrali. Il sistema ha funzionato egregiamente: all’inizio della pandemia, la Fed rifornì di dollari il resto del mondo, soprattutto l’Europa e il Giappone, per un ammontare vicino al mezzo miliardo in pochi giorni. Il sistema finanziario superò il panico e ritrovò l’equilibrio. Funzionererà anche questa volta? Sulle banche centrali e su coloro che le governano (Powell, Lagarde, Bailey, Ueda e altri) possiamo contare, ma questa rete di sicurezza implica un alto grado di coordinamento internazionale, ingrediente a cui è violentemente allergico il nuovo inquilino della Casa Bianca. Nelle crisi la Fed normalmente agisce in collaborazione con il Tesoro. Ci sono oggi le condizioni per questa collaborazione? La Fed rischia l’isolamento, con Powell esposto ad altri attachi da parte di Trump, già intensi negli ultimi giorni.

Al di là dell’immediato, diventa cruciale la manovra dei tassi di interesse. Questa crisi è diversa dalle precedenti nella distribuzione dei suoi effetti. La crisi finanziaria del 2008-2009 colpì l’economia soprattutto dal lato della domanda, mentre le pandemia interessò inizialmente l’offerta. La prima ebbe dunque un impatto tendenzialmente deflazionistico, la seconda inflazionistico. Quella attuale è una crisi “stagflazionistica” (il lettore perdonerà questa brutta parola), che produce sia inflazione (inizialmente soprattutto in America) sia recessione (ovunque, anche in ragione dell’incertezza che essa genera). Le banche centrali devono scegliere fra combattere l’inflazione, come il loro mandato richiede, o sostenere l’economia – compito statutario che formalmente riguarda solo la Fed. Cosa sceglieranno? Il presidente Powell si è già espresso con grande trasparenza: si darà la precedenza, ha detto, alla variabile che è più lontana dall’obiettivo. Se questo è il criterio, sarà il controllo dell’inflazione a prevalere, perché essa è già oggi sopra l’obiettovo del 2 per cento. L’economia, anche alla luce degli ultimi dati, marcia ancora a tutto vapore. Lo stesso Powell ha dichiarato candidamente che la Fed non ha alcuna fretta di ridurre i tassi. Bisognerà aspettare per vedere come evolverà lo scenario delle politiche commerciali e quale sarà l’effetto delle tariffe che resteranno effettivamente in vigore.

In Europa la crescita è più debole, seppure in lieve aumento. L’inflazione è poco sopra l’obiettivo della BCE del 2%. Una differenza importante sta nel fatto che il tasso che la banca centrale controlla è molto più basso di quello americano: 2.5% invece del 4,5%. La BCE ha quindi meno spazio . per contrastare l’eventuale calo della domanda, avendolo già utilizzato nei mesi precedenti.

Il basso livello dei tassi espone inoltre l’Europa a una critica che l’amministrazione USA ci rivolge costantemente, quella di mantenere il cambio dell’euro artificialmente basso alimentando quindi l’avanzo commerciale. Questo elemento sarà importante quando entrerà nel vivo il negoziato sui dazi fra Unione Europea e USA. L’Unione Europea sembra orientata verso una prima mossa cauta, proponendo l’azzeramento reciproco di tutti i dazi, probabilmente con l’obiettivo di rendere permanente il livello-base del 10 per cento. La proposta però difficilmente verrà accolta, sia perché l’avversione nei confronti dell’Europa fra gli attuali governanti USA è viscerale, sia perché essi puntano il dito suprattutto sui “dazi impliciti”, con il cambio dell’euro in prima fila. A quanto viene riferito, la BCE si preparerebbe a ridurre iI tassi alla prossima riunione, il 17 aprile, mentre la Fed verosimilmente manterrà i tassi fermi fino a maggio, data della sua prossima riunione, o anche oltre. In questo contesto un ribasso da parte della BCE potrebbe complicare un negoziato già difficile.

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Banche Ue più forti, ma serve la spinta Berlino-Bce

Repubblica Affari e Finanza

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Il traffico delle fusioni annunciate nel mondo bancario italiano è congestionato come il cielo sopra l’aeroporto Reagan della città di Washington, teatro qualche settimana fa di una tragica collisione. Speriamo che la torre di controllo – anzi, le due torri: Banca Centrale Europea e Banca d’Italia – stiano ben attente a quanto accade, o meglio, a quanto non deve accadere. Prima cosa che non deve accadere: fusioni che coinvolgono banche deboli, magari per l’ambizione malriposta di manager desiderosi di non esser tagliati fuori dal “risiko”. Seconda cosa che è meglio che non accada, anche se meno dannosa della prima: fusioni inutili, che riducono la concorrenza senza sfruttare sinergie importanti.

Date le caratteristiche delle banche coinvolte, un ruolo decisivo spetta alla vigilanza di Francoforte. Personalmente ritengo che questa sia un’occasione unica per la BCE di stimolare e guidare lo sviluppo del sistema europeo, rendendolo più forte e integrato come richiesto anche da Mario Draghi nel suo recente rapporto. Per la BCE sarebbe un salto di qualità, dopo il ruolo positivo già svolto nel decennio addietro per risanare il sistema dopo la crisi. Per farlo dovrà avere ben chiari obiettivi e modi di realizzarli, potenzialità e limiti degli strumenti di cui dispone.

La bussola dei regolatori deve combinare due obiettivi in ordine gerarchico: la stabilità, compresa la sicurezza dei creditori e soprattutto dei depositanti, e in subordine il rafforzamento strutturale del sistema. La parola “gerarchico” è d’obbligo perché il mandato della vigilanza fa riferimento (quasi) solo al primo obiettivo. Ma il secondo obiettivo oggi è sempre più importante, per la consapevolezza che le banche europee non sono sufficientemente forti e dimensionate per sostenere l’economia del continente e competere con i giganti del credito targati USA o estremo oriente. Ogni progetto di aggregazione deve quindi essere valutato, da chi vigila, capendo se esso aiuta a raggiungere questi obiettivi nel rispettivo ordine. Il primo (la stabilità) è preminente nelle operazioni domestiche, il secondo (sviluppo strutturale del sistema) in quelle oltrefrontiera.

Va detto subito che la vigilanza non può proibire le fusioni: spetta ai manager proporre e realizzare combinazioni fra società private. Ha però strumenti per renderle più sicure: aumenti di capitale, condizioni dell’offerta, modifiche nella struttura del bilancio o del piano industriale, controllo dei costi, ecc. Il suo compito non è facile anche perché in questa materia non esiste una dottrina codificata e condivisa che guidi il giudizio, o almeno un corpo analitico a cui riferirsi per orientare le decisioni, come esiste, per esempio, per l’altra funzione della banca centrale, la politica monetaria.

Al lettore può interessare avere qualche parametro per discriminare le fusioni bancarie “buone” da quelle “meno buone”; sempre potenzialmente, sia chiaro, perche la bontà non dipende solo dal piano ma anche da come viene realizzato.

Il primo parametro da guardare è la dimensione. Nel mare, di solito, pesce grande mangia pesce piccolo. La dimensione di una banca è una misura, rozza quanto si vuole, della disponibilità di risorse e strutture che quella acquirente può mettere in campo per gestire l’acquisizione, specie se questa comporta una fusione, senza esserne sconvolta nell’organizzazione e nella continuità della gestione. Il management della banca acquirente ha in generale un ruolo preminente nel formulare e realizzare le strategie che integrano i vari rami del business; è dunque necessario che disponga in modo relativamente ampio di quelle risorse.

Ma la dimensione non basta: può anzi diventare un handicap se struttura e disponibilità petrimoniale vengono utilizzate in modo inefficiente. Non esiste un criterio unico per misurare come l’elemento gestionale influisca sul valore. Una misura utile è il giudizio del mercato: in particolare la capitalizzazione di borsa (parliamo di società quotate) rispetto al valore di libro nelle due entità (price-to-book ratio). Se il rapporto fra capitalizzazione e patrimonio dell’acquirente è alto rispetto a quello dell’acquisito, il primo ha un vantaggio rispetto al secondo derivante da componenti intangibili del suo valore. Tale vantaggio è rilevante anche nel calcolo finanziario perché può dar luogo a vantaggi fiscali.

La terza cosiderazione cruciale è quella delle sinergie, cioè degli elementi di forza che derivano dalla congiunzione dei soggetti. Anche qui gli elementi che influiscono possono essere tanti, di carattere funzionale e geografico. Se le banche sono presenti fisicamente nelle stezze zone, potranno essere possibili risparmi di strutture e di personale, anche se l’esperienza insegna che i tagli non sono mai semplici e possono comportare perdite di professionalità e indebolire i legami con il territorio. È opinione diffusa che banche piccole abbiano un vantaggio nel mantenere rapporti di qualità con la clientela, anche se in realtà ciò che più conta non é la dimensione complessiva ma come la presenza sul territorio è articolata e diffusa. Considerazioni simili possono farsi per le duplicazioni funzionali, cioè casi in cui le banche svolgano funzioni o offrano servizi simili alla clientela.

Altre considerazioni entrano in gioco; per esempio, la qualità del credito, la diversificazione dei servizi offerti, la qualità e compatibilità dei sistemi informatici, o delle stesse culture manageriali, tanto per citarne alcuni. Ma molti questi elementi si trovano già in quanche modo riassunti nei tre criteri, in particulare nella valutazione del mercato.

Il quarto elemento oggi sempre più cruciale riguarda le aggregazioni cross-border. Quando si parla di struttura del sistema, della sua concorrenzialità e capacità di gestire il risparmio e indirizzarlo verso investimenti che rafforzano l’economia, sono le dimensioni europea e globale che bisogna avere in mente, non quella nazionale. La combinazione fra Unicredit e Commerzbank proposta soddisfa tutti i requisiti accennati sopra, ma finora è mancata la benedizione o almeno il nihil obstat dell’establishment politico tedesco. Dopo le elezioni abbiamo sentito il neocancelliere in pectore Friedrich Merz dichiarare che l’Europa deve rendersi indipendente dagli Stati Uniti; vale per la difesa così come per la finanza, dove la prima cosa da fare è costruire banche di dimensione continentale. La vigilanza Bce, presieduta dall’ex numero due della Bundesbank, sta per emettere il suo verdetto su questa operazione. Speriamo non ci deluda.

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Angeloni su Unicredit e Banco Bpm

La Repubblica


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MILANO — «Una piccola, cattiva notizia». Ignazio Angeloni, economista e già componente del Supervisory Board della Bce, commenta l’offerta pubblica di scambio (Ops) da 10 miliardi appena annunciata da Unicredit su Banco Bpm.

Come mai questa definizione?

«Il mio auspicio è che ci siano integrazioni nell’area dell’euro. Va in questo senso l’acquisizione di azioni Commerzbank da parte di Unicredit. L’Ops su Banco Bpm riduce le probabilità che si verifichi un’integrazione di respiro più internazionale. Per questo dico che è una cattiva notizia».

Ma perché piccola?

«Prima di tutto perché non è detto che l’operazione su Commerzbank sia tramontata. L’attuale governo tedesco, che la osteggia, ha i giorni contati. L’altra ragione è che una fusione domestica, anche se meno preferibile di una all’estero, va comunque nella direzione di rafforzare il sistema europeo. Che è la priorità in questo momento».

Unicredit ha precisato che l’operazione su Banco Bpm è indipendente dall’investimento in Commerzbank.

«Penso che per qualunque gruppo procedere con due fusioni di tali entità contemporaneamente non sia semplice. Non credo lo sia nemmeno per una banca forte e solida a livello sia patrimoniale sia manageriale come Unicredit».

Su Commerz potrebbe essere stata effettuata una valutazione circa l’ostilità della politica tedesca?

«Continuo a sperare che l’operazione vada in porto. La vera cattiva notizia, ribadita ancora di recente dal nuovo ministro delle Finanze Jörg Kukies, è che l’establishment tedesco sia così fortemente contrario. In questi termini, l’Ops su Banco Bpm potrebbe rappresentare una sorta di carta di riserva».

Anche il nostro governo si è espresso dopo la mossa su Banco Bpm: il ministro dell’Economia Giorgetti, tirando in ballo il golden power, ha detto che l’Ops è stata comunicata ma non concordata.

«Non commento le specifiche parole, ma ricordo che la reazione dell’Italia all’acquisizione di azioni di Commerzbank da parte di Unicredit era andata nella giusta direzione, perché aveva valutato l’operazione in un contesto di libero mercato».

L’offerta di Orcel su Bpm andrebbe a rafforzare uno dei due poli bancari esistenti anziché favorire la nascita del terzo. Ciò danneggia la concorrenza?

«Qualcuno pone questa questione, perché con una concentrazione su due poli potrebbe essere più facile imporre prezzi e commissioni maggiori. Tuttavia, questo problema può essere scongiurato garantendo, anche grazie al lavoro delle Vigilanze, l’esistenza di banche più piccole, sane e operanti in condizioni di economicità, che siano in grado di fare concorrenza anche ai gruppi più grandi nei prodotti rivolti alla clientela al dettaglio. Una situazione che negli Stati Uniti è realtà».

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Quella legge sulle banche andrebbe subito abolita

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La lettera

Caro Direttore,
in un recente intervento su Repubblica, il presidente dell’Abi Patuelli chiama in causa la Vigilanza di Francoforte, a suo dire responsabile di regole troppo rigide sulla tempistica degli accantonamenti delle banche – il cosiddetto “calendar provisioning”. Patuelli nota correttamente che le disposizioni dell’Unione bancaria furono definite quando la pandemia non era né prevista né immaginata, e che regole prudenziali valide in tempi normali possono, in un contesto dì crisi, produrre effetti negativi. Alla sua critica manca tuttavia un elemento importante, senza il quale non si comprende né come andarono le cose quando il “calendar provisioning” fu introdotto, né cosa bisognerebbe fare adesso.

Nel 2015, la Vigilanza Bce si preoccupò del fatto che le banche europee – soprattutto in alcuni Paesi fra cui l’Italia – avevano accumulato molti crediti dubbi, per la crisi economica e in parte anche per la cattiva gestione del credito. Basandosi su dati e confronti internazionali essa indicò scalette temporali distinte per tipo di credito, entro le quali era prevedibile che le banche effettuassero accantonamenti a mano a mano che il passare del tempo rendeva evidente che le perdite non erano reversibili. Erano indicazioni non vincolanti, adattabili alle situazioni specifiche; avevano il vantaggio di dare alle banche un’indicazione sui tempi appropriati di copertura in condizioni normali e al tempo stesso assicurare flessibilità.

L’iniziativa ebbe successo: grazie ad essa, le banche del nostro Paese hanno affrontato la pandemia in una posizione più forte. Al tempo tuttavia sollevò il timore che la “operazione verità” avrebbe costretto gli istituti italiani, molti dei quali fino a quel momento non avevano prestato sufficiente attenzione al fenomeno, a cospicui accantonamenti e ricapitalizzazioni. Il Parlamento europeo giudicò che la avesse oltrepassato i propri poteri, emanando disposizioni che erano di competenza del legislatore. Il Consiglio europeo nel 2017 chiese alla Commissione di verificare i poteri della Bce e di predisporre se necessario testi di legge in proposito. La legge sul “calendar provisioning” entrò in vigore nell’aprile 2019.

Qui nacque il Problema. Regolare questa materia per legge e un errore: la Vigilanza esercita discrezione e flessibilità mentre una legge è per sua natura rigida. Purtroppo la Bce non argomentò con sufficiente efficacia contro quell’iniziativa; fu timida, proprio perché i suoi poteri erano stati messi in dubbio.

Due lezioni da questo. Primo, la vigilanza bancaria va regolata con strumenti normativi dotati della dovuta flessibilità, fatta salva la certezza giuridica. La legge bancaria europea oggi non soddisfa questo requisito su molte questioni. non solo sui crediti deteriorati. La seconda è che i poteri della vigilanza Bce scritti nel suo statuto dovrebbero avere forza di legge in quanto tali. Per quanto sia contrario al buon senso, oggi cosi non è. Oggi la legge sul “calendar provisioning” andrebbe semplicemente abolita, o almeno sospesa sine-die. I poteri corrispondenti andrebbero affidati senza ambiguità alla Vigilanza Bce.

Ignazio Angeloni
Fellow della Harvard Kennedy School ed ex componente del Consiglio di Vigilanza Bce