L’Europa rimette mano alla riforma del mercato dei capitali. Prima di Natale la Commissione europea ha pubblicato proposte che dovrebbero, nelle intenzioni, raggiungere l’obiettivo già fallito nel 2015 e 2020 di creare un mercato finanziario unico, vitale ed efficiente.
Che l’Europa ci riprovi è un buon segno. I problemi sottostanti sono reali. Tutte le analisi, incluse quelle del rapporto Draghi, dimostrano che la crescita asfittica del continente e l’incapacità di generare occupazione ad alto valore e reddito dipendono in parte – solo in parte, come mostra il grafico – dalla difficoltà dei settori più dinamici di reperire risorse finanziarie. Positivo è il fatto che questa riedizione del progetto miri a coinvolgere le banche, che detengono il quasi monopolio della raccolta di risparmio. La chiave di volta deve consistere nel potenziare il mercato ampliando il loro modello di business. Che sia il momento giusto lo dimostra il fatto che, risanate negli attivi e nella redditività, le banche Ue cercano sinergie con i settori assicurativo e della gestione del risparmio. Un processo che va favorito rafforzando le strutture del mercato.
Purtroppo l’iniziativa europea ripresenta debolezze antiche che fanno temere un nuovo insuccesso. Nella lista interminabile di emendamenti proposti riesce difficile individuare le linee di fondo e distinguere gli elementi irrinunciabili da quelli negoziabili. Non ci sono chiare “pietre miliari”, con obiettivi concreti misurabili e relativi tempi. L’iter legislativo nel Consiglio e nel Parlamento Ue durerà anni; se mai arriverà a compimento il mondo sarà cambiato.
Un gruppo di esperti coordinato dall’Università Bocconi (QUI IL TESTO), composto in prevalenza da operatori di mercato – banche, società assicurative, gestori del risparmio, piattaforme di negoziazione – ha presentato una proposta per liberare risorse finanziarie per i settori innovativi e ad alta produttività. Le proposte non richiedono radicali modifiche legislative né l’adesione unanime dei Paesi membri. Per la maggior parte, è sufficiente una massa critica di iniziativa privata con sostegno politico nazionale.
La sintesi delle proposte

Canalizzare il risparmio delle famiglie
Le raccomandazioni mirano anzitutto a canalizzare il risparmio delle famiglie – di cui l’Europa è ricca – verso un utilizzo più produttivo. Il risparmio è l’ingrediente primo della crescita; la benzina che ne alimenta il motore. Conti di risparmio e pensionistici ben strutturati offrirebbero ai risparmiatori canali semplici e fiscalmente agevolati per investire a lungo termine. I conti di investimento svedesi (Investeringssparkonto o ISK) forniscono il modello; strumenti in parte simili già esistenti verrebbero estesi e allineati. Anche una piccola riallocazione del risparmio libererebbe risorse importanti per finanziare le imprese ad alto potenziale di crescita.
Le difficoltà agli investimenti della UE

La piattaforma di negoziazione
Il secondo passo consiste nel creare una piattaforma di emissione e negoziazione di capitale di rischio per imprese in fase di espansione pronte per la quotazione. L’analisi dei dati su 64.000 imprese europee innovative nell’ultimo quarto di secolo mostra che, contrariamente a quanto si pensa di solito, l’Europa produce un buon numero di startup innovative, ma non riesce a portarle a maturazione. La carenza di capitale a rischio si aggrava nella fase di scale-up: il financing gap fra Europa e Stati Uniti nel settore del venture capital, pari al 50% nel comparto startup, sale al 90% in quello delle scale-up. Le aziende più promettenti raccolgono capitali all’estero, soprattutto negli Usa, il che spesso le porta poi a trasferire le operazioni altrove. Altre rinunciano del tutto alla quotazione e vengono acquisite. Questi dati mostrano che l’Europa crea innovazione, ma fatica a sfruttarne il valore. Una piattaforma di raccolta di capitali con accesso ai bacini di risparmio Ue costituirebbe il motore che, rifornito della benzina del risparmio, darebbe alle aziende la spinta di cui necessitano per quotarsi e rimanere in Europa.
Anche rifornita e motorizzata, la macchina della crescita non viaggia sicura se non è sostenuta da una struttura solida. Nel mercato europeo questa struttura manca per i molti ostacoli che si frappongono a una efficiente creazione, custodia e scambio dei titoli, per varie ragioni: mercato delle cartolarizzazioni sottosviluppato, barriere fra le strutture nazionali di deposito titoli, costi elevati e asimmetrici, attriti nei regolamenti. Il settore post-trading può migliorare con un utilizzo generalizzato di T2S, il sistema di regolamento titoli della Bce, e con accordi di custodia semplificati e interoperabili fra i depositari. Un quadro normativo per la cartolarizzazione rivitalizzato – trasparente, standardizzato e favorevole al mercato – alimenterebbe l’offerta di titoli di debito privato, complementare al capitale di rischio.
Il rapporto propone la creazione di una piattaforma di market making con offerte bid-ask per una gamma di prodotti cartolarizzati standard. Sarebbe privata ma supportata dalla presenza come investitore della Bei, funzione che già svolge in parte ma andrebbe potenziata.
Nessuna di queste proposte sostituisce riforme più ambiziose, come l’armonizzazione fiscale e fallimentare o la creazione di una vigilanza unica sui mercati. A lungo termine, l’Europa trarrebbe beneficio da un contesto giuridico, fiscale e di vigilanza più coerente. Ma l’attesa di questo futuro idealizzato è già costata oltre un decennio di ritardi. Queste misure offrono un percorso più realistico, capace di portare progressi limitati ma più rapidi e concreti.
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