Fusioni bancarie e Unione Europea

Il Foglio – Intervista con Mariarosa Marchesano


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Il temuto impatto della discesa dei tassi d’interesse sulle banche italiane non c’è stato. A guardare i conti del primo trimestre dei principali istituti di credito del paese (all’appello manca ancora Unicredit) sembra che l’età dell’oro continui: da Intesa Sanpaolo a Banco Bpm, da Mediobanca a Mps, i profitti sono ovunque in crescita rispetto allo stesso periodo del 2024. Come si spiega? “Per la verità, i margini d’interesse delle banche si sono ridotti – risponde al Foglio l’economista Ignazio Angeloni – come ci si aspetterebbe in una fase in cui i tassi Bce sono stati abbassati. Ma le banche hanno più che compensato l’effetto negativo sui conti con l’aumento delle commissioni, che si confermano ancora una volta la componente più dinamica e promettente del panorama bancario italiano”.

In pratica, meno utili da intermediazione, che è il mestiere tradizionale del credito, e più dalla gestione dei risparmi e della ricchezza privata? “Esatto, ma non escluderei anche una componente da trading su titoli, considerata la grande volatilità dei mercati che ha caratterizzato il primo trimestre di quest’anno”. Le banche italiane stanno anche facendo a gara per mostrare solidità finanziaria e patrimoniale dentro a uno scenario di risiko particolarmente agguerrito che vede alcune di loro preda e altre predatori. E’ d’accordo con chi pensa che ci sia troppa confusione? “Direi che le banche, che sono più solide, profittevoli e risanate rispetto al passato, stanno cercando di espandersi in Italia e a livello internazionale. Ma incontrano difficoltà sul piano delle regole, soprattutto quelle europee che non facilitano le fusioni cross border, e sul piano politico”.

Considera una novità l’intervento del governo italiano nelle partite in corso? “Non è una novità perché un certo attivismo nel dirigere le dinamiche del settore bancario si era visto anche in passato, ma mi sembra che il ruolo di questo governo sia più energico e più esplicito, anche rispetto ad altri paesi in Europa”. La Germania, però, si è arroccata con la scalata di Unicredit a Commerzbank. ” È vero, abbiamo visto la reazione scomposta del governo tedesco, peraltro solo verbale, all’intervento di Unicredit su Commerzbank. Speriamo che il nuovo governo cambi direzione. Ma ultimamente in Italia gli interventi per orientare il consolidamento sono più frequenti e sistematici”. Si riferisce al caso Unicredit-Banco Bpm? Crede che ci siano le condizioni per un intervento della Commissione europea? “Le attuali regole comunitarie sulle concentrazioni mi pare siano abbastanza chiare e offrono margini a una banca di poter ricorrere alla Commissione nel caso in cui fossero posti ostacoli a un’acquisizione senza che questa violi l’interesse nazionale così come viene definito dalla norma. Se si escludono rischi per la sicurezza nazionale, in altri casi gli interventi dovrebbero essere discussi dai governi con la Commissione e comunque le legge nazionali non prevalgono sul diritto europeo”.

Pensa che le fusioni debbano avvenire tra realtà affini, per esempio tra banche commerciali e basta, oppure è un bene che vi siano unioni miste, tra istituti tradizionali e banche più orientate alle gestioni patrimoniali? Se ne discute intorno al caso Mediobanca-Mps-Banca Generali. “Penso che un’aggregazione ibrida possa funzionare bene, andando verso il modello banca universale che l’Europa tende a incoraggiare. Ma penso anche che di regola debba essere la realtà più grande, per dimensione del bilancio e capitalizzazione, ad acquisire quella più piccola. In caso contrario aumentano i rischi”.

Era proprio al “modello misto” che i regolatori europei pensavano quando hanno potenziato il cosiddetto Danish Compromise, l’agevolazione prevista per le fusioni tra banche e assicurazioni, poi però la Bce si è espressa a sfavore nel caso di Banco Bpm-Anima, creando anche una certa incertezza tra gli operatori. “Devo dire che in questo caso la posizione espressa dalla Bce ha sorpreso anche me. Una decisione a mio avviso non del tutto chiara. Spero che col tempo possa esserci un ripensamento”.  

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Mps-Mediobanca? È come Goldman Sachs scalata da una banca regionale USA

Milano Finanza – Intervista con Jole Saggese

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Guardando al risiko bancario, il monito che arriva a Class Cnbc da Ignazio Angeloni, economista, ex membro del consiglio di sorveglianza della Bce, è che la priorità oggi è rafforzare le banche su base europea. Gli interessi nazionali vanno promossi con operazioni di mercato che offrano la prospettiva di far crescere le banche italiane. In alcuni Paesi, in primis gli Stati Uniti, quanto sta accadendo oggi da noi non sarebbe mai successo.

Partiamo dall’offerta di Mps su Mediobanca. Come si legge l’apparente bocciatura del mercato?

 Glielo spiego con un paragone. È un po’ come se una banca regionale americana, di quelle che fanno credito alle piccole e medie imprese in uno o più stati all’interno degli Stati Uniti, volesse comprarsi Goldman Sachs. Si tratta di soggetti diversi per cultura, esperienze e modello di affari, che non si comprendono a vicenda e non si combinano facilmente. Hanno poco o niente da offrire l’uno all’altro: la banca regionale non ha la rete distributiva per offrire i servizi sofisticati di GS a livello globale e quei servizi non sono quelli che interessano alla clientela locale. In una parola: mancano le sinergie. Le stesse considerazioni valgono nel caso italiano.

È soltanto l’assenza di sinergie a non convincere o anche la narrazione di una banca salvata che non può andare all’assalto del tempio della finanza italiana?

Mps è stata ripetutamente salvata con costi elevati per il contribuente. A fronte di perdite passate le sono stati attribuiti crediti fiscali (Dta o Deferred Tax Assets ndr ) che ora fanno parte della sua dotazione e la aiutano a riprendersi e ripartire, in un processo di risanamento che dura da diversi anni. Certo, il fatto che questa dotazione conferitale a spese del contribuente possa venire usata oggi per aiutare un’acquisizione abbastanza azzardata colpisce. Ma bisogna guardare avanti. Piuttosto, vanno notate altre due cose.

Quali?

I vantaggi che derivano dai crediti fiscali dipendono dai ricavi futuri. Personalmente non ho studiato il piano, ma se quei ricavi sono sovrastimati, il che succede fra l’altro se le sinergie sono sovrastimate, il vantaggio dei Dta si riduce. In secondo luogo, il miglioramento dei conti di Mps negli ultimi due o tre anni è stato dovuto in larga parte all’allargamento dei margini di interesse dovuto al rialzo dei tassi in Europa. Anche se al management va riconosciuto il merito di avere anche ridotto i costi. Tuttavia rimane il fatto che la discesa dei tassi, in parte già avvenuta ma che molti prevedono debba continuare anche nel prossimo futuro, penalizzerebbe i ricavi.

Alcuni si chiedono se sia anche un’operazione politica. Lei cosa pensa?

Se l’obiettivo vero dei due gruppi Delfin e Caltagirone, che con il Tesoro detengono le principali partecipazioni in Mps, fosse quello di arrivare, con il sostegno del governo, al controllo indiretto di Generali, come sostengono vari osservatori in questi giorni, si avrebbero due conseguenze negative. Primo, lo squilibrio del progetto dal punto di vista industriale diventerebbe ancora più grande: Mediobanca è una banca d’affari importante ma con una presenza in larga parte italiana, mentre Generali è un colosso globale. Secondo, assisteremmo a un’influenza del tutto impropria dello Stato in un’operazione nella quale non si comprende quali siano gli interessi del contribuente, che il Tesoro dovrebbe rappresentare.

La Bce ha sempre chiesto il consolidamento bancario. Sarà contenta adesso?

Da molti anni in Europa si cerca di avanzare verso un mercato finanziario integrato e più forte, anche nel settore bancario. È chiaro a tutti che l’unione bancaria e la vigilanza Bce hanno aiutato ma non bastano, e i piani della Commissione Ue di creare un’unione del mercato dei capitali finora sono rimasti sulla carta. Il rapporto Draghi recentemente ha riaffermato l’importanza di avanzare in questa direzione, per finanziare le esigenze di investimento in Europa. Servono quindi fusioni transfrontaliere che creino soggetti di dimensione tale da poter competere globalmente e aiutare la crescita all’interno dell’Europa.

Che ruolo ha avuto nella ripartenza del risiko il Danish Compromise favorendo le banche con partecipazioni nelle compagnie assicurative?

Non credo sia stato queIlo. Il Danish Compromise aiuta le aggregazioni fra banche e assicurazioni consentendo di ponderare le partecipazioni incrociate anziché sottrarle al capitale. A mio avviso il fattore più importante dietro la recente ondata di progetti di aggregazione è il fatto che le banche siano tornate profittevoli ed è naturale che si guardino intorno e cerchino di crescere. Questo momento positivo va usato per rafforzare il sistema con fusioni adatte, principalmente a livello europeo oppure anche nazionale se aiutano chiaramente a rafforzare la struttura del sistema.

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