Angeloni: «Fra l’Italia e la Ue ora serve un grande accordo»

Corriere Economia
Intervista di Federico Fubini

L’ex Bce: azzeriamo gli orologi, va ricreata fiducia per ripartire 

Investimenti Il Paese ha bisogno di investimenti in capitale umano e fisico, oltre che di riforme 

Il piano Se l’Italia si presentasse con un piano credibile di investimenti e riforme, ci sarebbe disponibilità 

L’intervista 

di Federico Fubini 

Ignazio Angeloni è stato ai vertici della ricerca della Banca centrale europea dal 1998 ed è fra i pochissimi che nel 2014 hanno avviato la vigilanza dell’Eurotower sulle banche europee. Venerdì il suo compito si è esaurito e lui si prepara a un incarico a Harvard. Per la prima volta, è libero di dire la sua sul ruolo dell’Italia in Europa.

L’economia va male. Colpa delle guerre commerciali, dalla frenata europea o dell’Italia stessa?

«La tempistica del rallentamento, iniziato già nella seconda metà dell’anno scorso, e il peso della frenata della domanda, legata a un calo della fiducia, fanno pensare che hanno giocato i fattori italiani. Poi sicuramente si sono fatte sentire entrambe le componenti, interna e estera».

Se l’Italia cresce sempre un punto meno dell’Europa, non è normale essere fermi se l’Europa cresce all’ido?

«Un ingrediente della recessione è legato a carenze strutturali che frenano la crescita rispetto agli andamenti europei. Ma preoccupa che l’Italia abbia rallentato prima e di più. Servirebbero riforme che eliminassero quello zoccolo dell’u fra noi e 1Turopa».

Data la debolezza del potere d’acquisto delle persone, il governo cerca di sostenere la crescita con la spesa pubblica. Può funzionare?

«Vanno usati tutti gli spazi di bilancio che non rischino di essere controproducenti. I Paesi che hanno margini, hanno più libertà di manovra. Quelli che subiscono oneri aggiuntivi causati dalla sfiducia, eliminabili senza costi, come prima cosa devono eliminarli. Una volta che la fiducia sia ristabilita, magari ci sono dei margini di manovra che si possono usare. Ma l’esigenza primaria è la fiducia. Senza, nessuno spende né investe».

Il debito e il deficit stanno salendo: l’Italia dovrà affrontare una forte correzione del bilancio?

«Il 2019 è andato, ormai si ragiona sul 2020. E lì che bisogna stare attenti a non uscire dai vincoli. Dobbiamo trovare un accordo positivo e produttivo con l’Europa. Il calo della fiducia in parte è generato dalla sensazione che si è data in Italia di voler entrare in conflitto con le istituzioni europee. Ha pesato il rischio che Italia uscisse dal cordone di sicurezza. Per questo un atteggiamento più costruttivo può aiutare molto».

L’Europa chiede riforme, il governo sostegno ai redditi e agli investimenti. Un compromesso è possibile?

«Certo. Anche in altre capitali ci si rende conto che qualche errore in passato è stato fatto e ora si tratta di aiutare anche l’Italia a stabilizzarsi. Dobbiamo azzerare gli orologi e raggiungere un grande accordo. Se l’Italia si presentasse con un piano credibile di investimenti e riforme, credo ci sarebbe disponibilità a prenderlo in considerazione».

Cos’è un piano credibile? 

«Il sostegno alla domanda dev’essere qualificato, con investimenti e non con spesa corrente. Italia e anche Germania hanno entrambe bisogno di investimenti. Se l’Italia si proponesse con un piano serio, anche sulla base di un aiuto europeo sottoposto a un vaglio, l’Europa non si volterebbe dall’altra parte. Tutti sanno che il Paese ha bisogno di investimenti in capitale umano e fisico, oltre che riforme per liberare il mercato dal lato dell’offerta. Ma tutto resta bloccato perché si ha la sensazione che l’Italia sia un Paese che non collabora».

Spiega così il fatto che i tedeschi resistono a un piano di rilancio dell’area euro con investimenti pubblici?

«Questo è vero a tutto campo, nella politica di bilancio e nella regolamentazione bancaria. Se l’Italia dà la sensazione di non voler far parte compiutamente del quadro di regole europee, dà una scusa a quelli che vogliono frenare nella messa in comune dei debiti bancari, nell’assicurazione sulla disoccupazione o nei rischi di bilancio. Chi frena ha un argomento incontrovertibile: non possiamo fidarci dell’Italia. Il problema è che nessuno si fida più di nessuno. È il punto da cambiare per costruire condizioni migliori».

Lei dice che in Europa si capiscono certi errori nei confronti dell’Italia. Pensa al divieto di usare il Fondo di tutela dei depositi per stabilizzare le banche? I giudici Ue dicono che era infondato.

«Se il giudizio sarà confermato, ciò vorrà dire che la Commissione ha sbagliato nell’applicare le nuove regole sugli aiuti di Stato alle banche in modo frettoloso e impreciso. Ma non che sostenere a oltranza banche che non stanno sul mercato fosse una buona politica. Né che se si fosse potuto usare il Fondo di tutela per ricapitalizzare le banche, sarebbe cambiato tutto. In fondo con Atlante e con il fondo volontario molti costi dei dissesti bancari sono comunque ricaduti sul settore del credito».

Si sarebbe evitato di colpire i risparmiatori, con tutto ciò che ne è seguito…

«Vero. Però si dovevano togliere prima i titoli subordinati dai loro portafogli. Ora bisogna ripartire ripensando a come meglio applicare le regole europee, senza demolire il bailin e cioè l’idea che certe categorie devono essere consapevoli del rischio che si assumono comprando titoli bancari a più alto rendimento. Ma evitiamo di dire “avevamo ragione noi” per gestire ancora i problemi delle banche decotte addossandole alle banche sane». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

Angeloni (Bce): “Sistema bancario italiano è più solido che in passato”

Repubblica Economia & Finanza
Intervista di Ferdinando Giugliano

La versione integrale dell’intervista al membro del Consiglio di vigilanza della Bce: “Non vi è dubbio che il Fondo Atlante sia un passo nella direzione giusta”

Angeloni, ritiene anche lei che il sistema bancario italiano sia solido? 

Ho detto in diverse occasioni che il sistema bancario italiano è più solido che in passato, e lo ripeto ora. Molte banche hanno passato la nostra “Valutazione Approfondita”. Alcune, in seguito, hanno effettuato una ricapitalizzazione. L’analisi della vigilanza si è ampliata nello SREP, il regolare processo di  revisione e valutazione prudenziale. Ci sono delle criticità, che riguardano solo alcune banche, che sono sufficientemente importanti da rendere complessa la situazione generale. Sono stati espressi timori di pericoli sistemici e la vigilanza sta lavorando per consolidare ulteriormente il sistema.

Lei crede che l’operazione Atlante, che vede molte banche contribuire a uno stesso fondo, possa aumentare il rischio sistemico in Italia?

Non vi è dubbio che il Fondo Atlante sia un passo nella giusta direzione. Il fatto che sia stato creato è positivo e ha avuto un effetto positivo sul mercato. Come tutti gli annunci e le cose nuove, gli investitori si aspettano di vedere l’implementazione. Il fondo ha una dimensione limitata, non rispetto alla prima operazione che si propone di fare, ma rispetto alla dimensione complessiva del problema dei crediti deteriorati. La scommessa è mettere Atlante in condizione di dare un contributo positivo alla riduzione dei rischi e lo può fare. La domanda non è se Atlante aumenta il rischio sistemico, è di quanto lo ridurrà e le cose che bisogna fare per essere sicuri che lo riduca in maniera sostanziale. Se il fondo si muoverà bene, e se la Banca Popolare di Vicenza, di cui Atlante è ora azionista quasi totalitario, risponderà in maniera positiva a questa sollecitazione, allora si potrà innescare un circolo virtuoso. È auspicabile che altri investitori entrino, che il fondo cresca, e credo che i dirigenti del fondo stiano lavorando in questo senso. È importante ci sia capitale fresco e che ci siano investitori internazionali, perché anche questo è un segnale.

Alessandro Penati, che guida il Fondo Atlante, ha dichiarato che la BCE valuterà le indicazioni fornite dal comitato degli investitori. E’ vero?

Noi non vigiliamo sul Fondo o sulla società che lo gestisce. Banca d’Italia vigila su di essa, noi vigiliamo sulle banche. Naturalmente ci importa che le azioni di questo fondo siano orientate in modo deciso verso un rafforzamento prudenziale della banca che ha acquisito, e delle altre banche che verranno. Voglio sottolineare due cose: Atlante si dovrà occupare di questioni che attengono la governance interna, la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione, la valutazione del management. Tutte queste scelte devono dare un segnale di chiara discontinuità rispetto alla gestione storica della banca che è alla base dei problemi attuali. La seconda cosa è che esiste un Comitato di investitori le cui deliberazioni non sono vincolanti. Questo è un aspetto importante perché alcuni di questi investitori sono banche, potenzialmente in concorrenza con le banche in cui Atlante investirà. È importante che la dirigenza del fondo agisca in maniera indipendente. Noi siamo supervisori di banche e faremo di tutto perché questa operazione  abbia successo e per quello che possiamo, nei limiti del nostro mandato, cercheremo di appoggiare le azioni del Fondo Atlante.

A che prezzi il fondo Atlante opererà sui crediti deteriorati? 

Non c’è dubbio che l’operazione dovrà avere caratteristiche di mercato, questo è importante anche per la fiducia degli investitori. Nel caso dei crediti deteriorati, esiste una forchetta tra il prezzo offerto dai compratori e il prezzo richiesto dalle banche. Questa forchetta deve essere ridotta anche attraverso provvedimenti legislativi che rendano più facili la riscossione dei crediti e la liquidazione del collaterale. Il governo ha adottato un provvedimento la settimana scorsa, lo studieremo per valutare in che misura agevolerà questo processo.

E’ in grado di dire se questo provvedimento ridurrà in maniera significativa i tempi medi di riscossione?

Il comunicato stampa della Presidenza del Consiglio, in cui si citavano alcuni aspetti, sembrava indicare che i provvedimenti di pegno non proprietario e patto marciano valessero essenzialmente sui nuovi crediti. Stiamo valutando il testo completo, che è appena uscito, per capire che effetto può avere sui crediti esistenti. È su quello che gli investitori e lo stesso fondo contano.

Sembra che il fondo Atlante non sia riuscito a incoraggiare gli investitori a comprare le azioni della Banca Popolare di Vicenza. Piuttosto, il contrario. Non la spaventa questa dinamica?

L’iniziativa Atlante è stata varata pochi giorni fa, è una cosa nuova e già i mercati hanno risposto in maniera non negativa. Gli investitori prima di impegnarsi vogliono vedere maggiori dettagli e questo farà parte del lavoro che il fondo farà nei prossimi mesi. Non vedo segnali di sfiducia in questa iniziativa in questo momento.

Avete richiesto molti aumenti di capitale per le banche italiane. Ci sono state carenze nella vigilanza della Banca d’Italia prima della creazione del SSM?

Gli aspetti storici e il pregresso di questi problemi non sono di nostra competenza, né sono una cosa su cui ci concentriamo. Andiamo avanti, guardiamo la situazione com’è. Il lavoro con la Banca d’Italia è continuo e serrato, condividiamo le finalità. La Banca d’Italia fa parte dei gruppi di vigilanza e poi è rappresentata nel Consiglio di Vigilanza. Siamo in sintonia per quanto riguarda gli obbiettivi. La scommessa della vigilanza della BCE, specialmente nella fase di avvio, sta nel combinare la conoscenza approfondita delle singole banche che è ancora proprietà delle autorità nazionali, con la chiarezza del mandato, l’indipendenza e la capacità di iniziativa della BCE. Se queste due cose si mettono insieme, il potenziale della vigilanza unica è notevolissimo e non parlo solo d’Italia. Siamo al lavoro in parecchi Paesi, sia del centro-nord, sia della fascia mediterranea dell’Europa.

Una critica che vi viene mossa in Italia è quella di accanirvi contro le banche italiane, di concentrarvi in maniera esagerata sui crediti deteriorati e di tralasciare altri problemi come i derivati nelle banche tedesche. Come risponde a queste critiche?

La critica l’ho sentita, ma non la condivido. Naturalmente ogni critica è positiva e stimolante. Il nostro modello di vigilanza non è sbilanciato né a favore né contro alcun particolare modello di business. Quello che guardiamo sono i rischi. I rischi nel sistema sono rischi di credito e di mercato. In questo momento i rischi di credito sono particolarmente consistenti, ma non dimentichiamo assolutamente i rischi di mercato. Per esempio, abbiamo in corso un’analisi sui modelli interni, per capire se siano tecnicamente fondati e tengano conto dei rischi in maniera corretta. Esiste una normativa di cui dobbiamo tenere conto. Una di queste è la normativa sulla leva finanziaria (leverage). Questo requisito entra in vigore nel 2018. Noi non possiamo imporre un vincolo di leverage; possiamo monitorarlo, farlo pubblicare e essere sicuri che tutte le banche lo calcolino in maniera corretta. I rischi di mercato beneficiano anche di questo. Il problema dei NPL in Italia e altrove non va minimizzato –   i numeri parlano da soli –   dunque non si può parlare di accanimento. Questa è una percezione errata.

In un’intervista a Repubblica, il commissario Margrethe Vestager ha detto che non ci sono eccezioni al bail in per ragioni di stabilità finanziaria. Condivide questa interpretazione?

L’interpretazione della normativa spetta in primo luogo alla Commissione, quindi non commento quello che il Commissario ha detto. Ci sono state due fasi di normativa sugli aiuti di stato. Una è la comunicazione del 2013, la seconda è l’entrata in vigore dei provvedimenti sul bail in nella BRRD di quest’anno. Nella prima, che è ancora in vigore e che si applica se la banca non è in risoluzione, si dice che in caso di rischi di stabilità finanziaria o di effetti sproporzionati, sono ammesse eccezioni al bail in del debito subordinato. Anche la BRRD contiene un paio di provvedimenti  in proposito. Uno riguarda eccezioni al bail in di determinati strumenti, sempre in caso di rischio di contagio o di effetti sproporzionati. In un altro si prevede che la risoluzione non scatti, anche in caso di aiuti di Stato, se vi sono seri disturbi economici e finanziari, purché l’aiuto avvenga in determinate forme. In ogni caso, anche questo provvedimento non è un’esenzione: le banche devono comunque predisporsi a priori al fatto che ci debba essere un 8% di passività a cui si può applicare il bail in. In caso di crisi sta alla Commissione, insieme al Comitato di Risoluzione Unico (Single Resolution Board), in consultazione con la vigilanza BCE, applicare queste norme.

I rimborsi automatici fatti dal governo italiano sono compatibili col bail in?

Questi rimborsi riguardano investitori che avrebbero investito sulla base di un’informativa non completa. È un caso a parte, non riguarda la cornice generale del bail in. È un caso specifico nel quale, sulla base di determinate valutazioni, si ritiene che alcuni investitori abbiano effettuato degli investimenti senza possedere le informazioni necessarie e corrette. In questo caso si è deciso di intervenire con questo provvedimento specifico. Non andrei a collegare questo provvedimento con la disciplina sul bail in altrimenti sembra una cosa che avviene in ogni caso. Questo mi dà lo spunto per dire che informazione e trasparenza sono una cosa fondamentale. Questi provvedimenti sul bail in sono stati approvati da tutti gli Stati ed erano scritti da parecchio tempo: è importante che ci sia piena informativa e trasparenza. Questi aspetti sono di competenza dell’autorità nazionale e delle banche. Gli aspetti regolamentari e l’applicazione spettano alle autorità europee e alla Commissione per le banche principali che sono vigilate direttamente dalla BCE.

La Banca d’Italia crede che il bail in aumenti l’instabilità finanziaria e il governatore ha chiesto una revisione delle norme alla prima occasione utile. Lei è d’accordo con questa interpretazione? 

Le revisioni sono previste dalla normativa, e consistono nel guardare come la normativa sia stata applicata in casi concreti e, laddove necessario, se ci possano essere degli aggiustamenti. Questo fa parte della prassi. Sarebbe nella natura delle cose, che quando viene il momento di fare questa revisione,  ci possano essere dei chiarimenti o degli aggiustamenti. La BRRD va vista nel suo complesso. Prevede due cose molto importanti, tendenti a ridurre il rischio sistemico: la prima è che le autorità di risoluzione devono predisporre dei piani di risoluzione per ogni banca. Questa è una cosa che va nella direzione di ridurre i rischi, perché riduce il “too big to fail”. Secondo, le banche devono avere abbastanza risorse per la risoluzione. Una volta che queste cose sono fatte il sistema è più stabile. Non c’è dubbio che la transizione vada gestita in maniera accorta perché partiamo da una situazione con dei rischi bancari.

Lei crede che avere molti titoli di stato nei propri bilanci aumenti i rischi per il settore bancario?

Non vi è dubbio che i titoli di stato siano rischiosi: in maniera diversa a seconda delle caratteristiche dei singoli paesi, ma non sono privi di rischio. Gestirli come se fossero privi di rischio crea degli incentivi a canalizzare i fondi in maniera non corretta e, alla lunga, a penalizzare il reddito e l’occupazione se il settore privato non riceve i finanziamenti adeguati. Ribilanciare gli incentivi in maniera corretta è un principio innegabile. Questo va fatto però con cautela, gradualità e tenendo presente alcune cose. Primo, i titoli di Stato in alcuni paesi hanno un ruolo fondamentale nel funzionamento del sistema finanziario. Questo va salvaguardato. Secondo, è necessaria una certa gradualità per evitare contraccolpi. C’è una transizione da fare e in un caso come questo vanno evitati vincoli rigidi. Bisogna lavorare con dei provvedimenti che abbiano gradualità e flessibilità, per esempio attraverso ponderazioni, per esposizioni o per la concentrazione, che entrino in vigore in maniera graduale.  È evidente poi che una riforma di questo genere deve tenere conto anche del contesto fuori dall’Europa. Il comitato di Basilea è al lavoro dall’anno scorso su questo argomento. Ci sono dei punti di vista molto diversi.  Quello che l’Europa fa deve iscriversi, come normalmente accade, nell’ambito di una riflessione che ha rilevanza internazionale.

Lei ritiene che fino a quando non c’è un accordo su questo tema è impossibile avere una garanzia comune sui depositi?

No, assolutamente. Quella è la terza gamba dell’unione bancaria, quindi va realizzata, secondo un progetto. La Commissione ha pubblicato un progetto che è un’ottima base di partenza. È  graduale ma indica chiaramente il punto di arrivo. Questa gradualità permette anche di realizzare in parallelo una riduzione dei rischi mentre si aumenta la mutualizzazione delle garanzie. Quello che posso dire con chiarezza è che la vigilanza BCE sta contribuendo in maniera determinante alla riduzione dei rischi. L’idea che la vigilanza BCE avrebbe gradualmente ridotto i rischi e questo avrebbe lasciato spazio per una maggiore mutualizzazione era già presente con la creazione dell’unione bancaria. La riduzione dei rischi e la creazione di garanzie devono procedere di pari passo.

Ci sono delle banche di cui oggi un italiano deve essere preoccupato? 

Noi lavoriamo su tutte le banche per migliorarle, perché ci sono situazioni individuali, interconnessioni, situazioni di sistema. Detto questo, ci sono differenze fra le banche.

Monte dei Paschi di Siena vi preoccupa? 

Il Monte dei Paschi è un caso specifico perché è molto grande rispetto a quelle su cui il Fondo Atlante sta cominciando a intervenire. Ha una elevata quantità di crediti deteriorati. È ancora in corso la ricerca di un partner. La soluzione cartolarizzazione più Atlante, data la dimensione del fondo e data la dimensione di MPS, a bocce ferme, evidentemente non è proponibile. Un intervento di questo tipo su MPS richiederebbe risorse di ordini di grandezza diverse. È un caso su cui bisogna lavorare.

Crede che i tassi d’interesse così bassi possano portare a rischi di instabilità finanziaria?

Questa situazione con i tassi d’interesse molto bassi e ora addirittura sotto zero è evidentemente nuova, sia per chi gestisce la politica monetaria, sia per chi supervisiona le banche. C’è molta meno esperienza. Quello che è evidente è che da un lato le banche vengono colpite perché i margini si riducono, e dall’altro si avvantaggiano se questa politica avvantaggia l’economia reale o se procura delle plusvalenze sui titoli a lunga. Bisogna vedere il bilanciamento fra i due aspetti che dipende anche dal modello di business. Poi c’è la questione di cui alcuni si preoccupano, della ricerca del rischio, per cui aumenterebbero i rischi sistemici. Questo sconsiglierebbe di tenere i tassi d’interesse a livelli bassissimi per lunghi periodi. Non c’è dubbio che le banche devono adeguare i loro modelli di business ad una realtà in cui i tassi d’interesse sono bassi per un periodo molto prolungato. Noi guardiamo anche l’attitudine al rischio all’interno delle banche per verificare che questi pericoli non si manifestino.

Vede dei particolari rischi di stabilità finanziaria sulle banche tedesche a causa dei tassi così bassi?

Nell’immediato, assolutamente no. Ma bisogna evitare che i tassi bassi portino a prendere rischi ingiustificati e bisogna fare in modo che la ridotta profittabilità non vada ad aumentare i rischi. Però abbiamo visto che le banche si difendono abbastanza bene sul fronte dei margini d’interesse, rispetto alla riduzione dei tassi. Ultimamente le banche sono più colpite nella loro redditività dagli accantonamenti per i crediti deteriorati, piuttosto che dal lato dei margini.

La BCE ha inviato questa settimana a Veneto Banca una lettera che sottolinea i criteri di indipendenza e professionalità nella nomina dei consiglieri. Perché?

Siamo convinti che un passaggio obbligato e fondamentale nel consolidamento di molte banche, specie quelle con alti livelli di crediti deteriorati, sia essere più rigorosi proprio nei requisiti di indipendenza e professionalità degli amministratori. I codici etici più avanzati, che oggi tendono a diventare la regola ovunque, impongono di prevenire qualunque rischio di conflitto di interesse, o anche la percezione di esso. La normativa oggi mette in mano alla vigilanza strumenti più efficaci che in passato. La vigilanza BCE ha lavorato molto su questi temi negli ultimi mesi, mettendo a punto criteri e metodologie che verranno presto utilizzate. Contiamo molto sulla loro efficacia.

La Bce avverte le banche: “Basta intrecci con lo Stato, cautela sui titoli pubblici”

Repubblica Economia & Finanza
Intervista di Federico Fubini

Angeloni: “Giusto fare accantonamenti per i bond sovrani, Visco ha ragione, ma rafforzare il capitale aiuta il credito”

ROMA – Ignazio Angeloni, 61 anni, è l’economista milanese al quale Mario Draghi si è affidato nella Bce per gestire il passaggio della vigilanza bancaria a Francoforte. Oggi Angeloni siede per la Bce nel Consiglio di supervisione, il super-regolatore che raccoglie anche i rappresentanti di ciascuno dei Paesi dell’euro. E anticipa la prossima svolta per le banche: in futuro, non potranno più riempire i bilanci di centinaia di miliardi di titoli dei loro governi come fossero carta priva di rischio.

La vigilanza è passata a Francoforte a novembre scorso. Per ora come valuta questa transizione? 

“Molto positivamente. Il sistema funziona da appena tre mesi, non avrei mai pensato che saremmo già arrivati a questo livello di messa a punto. Certo ci sono aspetti da migliorare, vigiliamo direttamente oltre 120 banche e per ciascuna c’è un gruppo di lavoro multinazionale. Ma il Consiglio di supervisione sta diventando sempre più efficiente. Da parte delle banche centrali e degli altri regolatori nazionali c’è interesse anche per gli istituti degli altri Paesi. La peer review, il controllo fra pari, prende piede “.

Il governatore Ignazio Visco chiede di “calibrare con cautela le ulteriori richieste di aumenti di capitale per non ostacolare i segnali di ripresa “. È una critica nei vostri confronti?

“Le parole di Visco sono estremamente ben calibrate. Il governatore si riferisce a ulteriori richieste di capitale, non ai risultati della valutazione cui abbiamo sottoposto le banche l’anno scorso. E mi pare condivisibile. Usciamo da una crisi pesantissima, in cui le banche erano in larga parte sottocapitalizzate. Non c’è incompatibilità fra l’aumentare il capitale delle banche e i prestiti, le due cose vanno insieme”.

Neanche nel breve periodo vede questa contraddizione tra imporre una stretta sulle banche e lasciarle lavorare?

“No, se le operazioni si fanno per tempo e nei modi giusti”.

Nel Comitato di Basilea, il regolatore globale, si pensa di ricalcolare al ribasso il capitale delle banche a causa del rischio di perdite sui titoli di Stato nei loro bilanci. Non è una rivoluzione per l’Italia, dove le banche hanno 400 miliardi in titoli del Tesoro?

“Non riguarda solo le banche italiane. La maggioranza di quelle più significative in Europa ha in bilancio un volume di bond sovrani che supera il 100% della loro disponibilità di capitale. È una notevole concentrazione di rischio su un emittente unico. C’è un problema sui margini di capitale, perché abbiamo visto che i titoli di Stato non sono più sinonimo di sicurezza totale. E c’è una questione che riguarda le grandi esposizioni su un solo emittente di debito, spesso lo Stato do- ve la banca ha la sua base operativa “.

Dunque le banche dovranno accantonare capitale a fronte dei loro titoli di Stato?

“Non è un tema che affrontiamo noi da soli qui a Francoforte, perché riguarda il Comitato di Basilea. Ma va tenuto presente. C’è un rischio di credito anche sui titoli di Stato e il regime prudenziale delle banche ne deve tenere conto. Se un istituto di Stato diversifica in modo più equilibrato in titoli di diversi governi, riduce il rischio di concentrare troppo i suoi investimenti. In fondo l’Unione bancaria è nata proprio per questo: ridurre il nesso fra gli Stati e le banche”.

Il governo italiano lavora a misure per aiutare le banche a liberarsi dei crediti inesigibili. Che ne pensa?

“Ne abbiamo sentito parlare e seguiamo con attenzione. Non è stata un’iniziativa innescata da noi, ma a me personalmente sembra un’ottima idea. Altri Paesi lo hanno fatto, con successo. Mi sembra che ci si stia muovendo nella giusta direzione. E il ruolo dello Stato è abbastanza cruciale, perché c’è una finalità pubblica in queste misure”.

Se ci sono aiuti di Stato scatterà il “bail-in” all’europea, perdite per azionisti e creditori subordinati?

“Se la Commissione Ue giudica che ci sia aiuto di Stato, vale il quadro di regole in vigore. Ma è la Commissione che ha in mano le redini e giudica come vanno applicate. Per questo il governo deve sedersi al tavolo a Bruxelles e definire bene prima tutti questi aspetti”.

Angeloni (Bce): “Il sistema italiano è solido. Giudizi troppo severi su di noi? Non è vero”

Repubblica Economia & Finanza
Intervista di Federico Fubini

La Bce guidata da Mario Draghi ha bocciato 25 banche agli stress test, di cui 9 italiane. Ma per l’Eurotower il nostro sistema è solido. La parola al responsabile del dipartimento stabilità finanziaria della Banca centrale europea

COME responsabile del dipartimento stabilità finanziaria della Bce, Ignazio Angeloni è stato uno dei più stretti collaboratori di Mario Draghi. Ora questo economista milanese, allievo di Mario Monti alla Bocconi, siede nel consiglio di vigilanza dell’Eurotower. E non rinuncia a rispondere alle critiche della Banca d’Italia sui criteri degli esami agli istituti di credito.

Partirà un riesame sulle banche che hanno passato il test, ma solo di poco?

“C’è troppa enfasi su bocciature e promozioni. Il rischio è che si finisca per credere che chi è bocciato lo sia senza appello e chi è promosso possa incrociare le braccia. In realtà qui non ci sono né bocciature senza appello, né promozioni incondizionate. Le banche con uno shortfall, un’insufficienza di capitale, sono 25. Di queste nove sono italiane. Con le operazioni degli ultimi nove mesi questo gruppo scende a 13 e per l’Italia da 9 a 4. Queste ora hanno un percorso: la presentazione piani di capitale e la loro attuazione”.

E le altre banche, le “promosse “?

“Per loro abbiamo raccolto enorme quantità di informazioni: alcune sono positive a rassicuranti, altre mostrano criticità comunque gestibili. Dal 4 novembre la supervisione passa alla Bce e di lì si parte per avere un quadro più articolato. Non si prevede di ripetere periodicamente una revisione della qualità degli attivi. Ma gli stess test li useremo ancora”.

Bankitalia contesta gli scenari usati per lo stess test sulle banche, dicendo che hanno zero possibilità di realizzarsi.

“C’è chi lamenta che gli scenari sono troppo severi, e chi protesta perché non prevedono la deflazione e dunque sarebbero ottimistici. Non credo si possa dire che l’intensità sia troppo estrema, né che lo scenario ipotizzato di caduta del Pil sia a probabilità zero. Uno stress test deve rappresentare andamenti che non sono previsti, ma neanche impossibili. Dobbiamo far sì che il sistema sia al riparo da situazioni estreme e con probabilità di avverarsi piccola, non zero. Tutti lo fanno, dalla Federal Reserve alla Bank of Canada”.

In Italia si critica un’applicazione dei criteri che sarebbe stata meno severa in Francia o Germania che qui.

“Queste critiche in parte sono frutto dell’enfasi eccessiva su bocciature e promozioni. Se si guarda meglio, non sono fondate. Nel nostro rapporto mostriamo l’impatto complessivo della valutazione generale. In tutta l’area euro sono 263 miliardi di impatto sul capitale, grosso modo bilanciati fra i principali Paesi. L’impatto maggiore è in Francia. Subito dopo c’è l’Italia, e a poca distanza la Germania. Vuol dire che l’esercizio è andato a scovare i problemi in modo equilibrato. Il processo era stato deciso all’inizio, concordandolo con tutti e applicandolo in modo identico a tutti”.

Allora perché fra le 25 banche che non passano sui bilanci del 2013, ben nove sono italiane?

“Perché le loro condizioni di partenza erano particolari, più vicine ai limiti. Per questo la stessa quantità di impatto della valutazione della vigilanza ha dato più shortfall , più carenza di capitale. Dipende tutto dalle condizioni di partenza, oltre a situazioni specifiche come ad esempio Mps”.

E perché le italiane si trovavano in questa condizione particolare?

“Il sistema bancario è affaticato dallo stato dell’economia, dall’andamento stagnante della produttività, degli investimenti, dell’occupazione. Su questi aspetti c’è stato più deterioramento che in altri Paesi. Le banche finiscono per soffrirne, si avvicinano ai limiti regolamentari e ciò le rende più vulnerabili all’impatto degli stress test. Questa però non è una bocciatura del sistema in Italia, che è solido: in aggregato il surplus di capitale supera il deficit e le due grandi banche sono passate con ottime valutazioni. Ora c’è solo una condizione specifica di alcune banche che va affrontata”.

Le banche italiane investono oltre 400 miliardi di euro in titoli di Stato del Paese. La nuova vigilanza della Bce vuole ridurre questa esposizione? E come?

“Nel codice genetico del supervisore europeo c’è l’obiettivo di rimuovere circolo vizioso fra banche e debito sovrano che ha avuto impatti così drammatici nel 2011. I Paesi ad alto debito come l’Italia sono portati ad avere sistemi bancari che in un modo o in altro si appoggiano e si collegano di più al settore pubblico. Il riequilibrio della finanza pubblica deve contribuire ad attenuare questo legame di dipendenza reciproca. Poi ci sono le questioni regolamentari”.

Investire in Btp era considerato senza rischio, dunque non erodeva il capitale delle banche. Ora cambierà?

“È venuta meno la premessa, oggi sappiamo che i titoli di Stato non sono più senza rischio. C’è un ripensamento, considerarli a rischio zero nei bilanci bancari non va più bene. Mi aspetterei che durante 2015, specie se va avanti il lavoro dei regolatori nel comitato di Basilea, avanti, anche in Europa ci sia consapevolezza crescente di questa realtà”.

Così si rischia di far salire gli spread, con le vendite di titoli di Stato, e indebolire il capitale delle banche e frenare il credito?

“Per questo è un processo da affrontare con cautela, il credit crunch va evitato”.

La Spagna ha avuto una banca bocciata e l’Italia nove perché Madrid ha preso un aiuto europeo per le banche?

“La Spagna ha fatto una ristrutturazione totale del sistema bancario. Ha creato una bad bank che sta gestendo gli incagli. Ha chiesto aiuto con un programma, condizioni particolari. Ha fatto una cura molto radicale, ha sofferto per un anno e mezzo ma adesso gli ultimi dati sono molto positivi. Non è solo questione di aver preso gli aiuti. L’Italia invece si è trovata in condizioni diverse perché ha scelto un percorso diverso, più graduale”.