Intervista con Class CNBC
Class CNBC – Intervista con Carla Signorile
Class CNBC – Intervista con Carla Signorile
Class CNBC – Intervista con Adolfo Valente
La Repubblica – Intervista con Eugenio Occorsio
I mercati hanno reagito male ma credo che gli effetti negativi di questa manovra non siano stati ancora percepiti appieno». Ignazio Angeloni, economista e banchiere, PhD alla University of Pennsylvania, a lungo direttore per la stabilità finanziaria della Bce e membro del suo consiglio di vigilanza, oggi “senior fellow” in Bocconi, è convinto che alla lunga le conseguenze del licenziamento di Lisa Cook «potrebbero essere ancor più dirompenti di quelli del Liberation Day, che in fondo si è rivelato il primo passo di un processo negoziale che è ancora in corso.
Invece stavolta?
L’assoggettamento della banca centrale Usa al potere politico (a questo potere politico, aggiungo, privo di senso delle istituzioni e noncurante della storia che ci sta dietro) è una svolta netta che avrà conseguenze in tutto il mondo.
Quali possono essere le prossime mosse di Trump?
I membri del board della Fed sono 7: contando i due che già si sono espressi per un ribasso dei tassi, il neonominato Stephen Miran (sostenitore che sia il momento di porre fine all’indipendenza della Fed) e l’eventuale sostituto di Cook, già ci sarebbe una maggioranza per il controllo del bilancio e dello staff. Per le votazioni sui tassi si aggiungono a rotazione cinque dei dieci presidenti della Fed regionali: tutti dovranno essere rinnovati in febbraio e approvati dalla maggioranza del Board. Ecco perché la questione di Cook è cruciale. Se viene sostituita entro febbraio, i sostenitori di Trump possono arrivare a controllare la politica monetaria USA.
Ma qual è la situazione legislativa, com’è possibile una trappola di queste dimensioni?
Negli Usa le difese costituzionali e legislative della banca centrale sono sempre state deboli. La costituzione è stata scritta prima della nascita della Fed, e le leggi successive non sono riuscite a creare un quadro chiaro. Si parla genericamente di “giusta causa” per il licenziamento di un membro del board, ma serve una pronuncia decisa e forte della Corte Suprema, i tempi ci sarebbero ma le certezze molto meno. In Europa i presidi intorno alla Bce sono più forti, ma prepariamoci a effetti- imitazione: talune forze politiche sarebbero (anzi, saranno) tentate di imboccare la stessa strada.
Nelle stesse ore, insinuandosi anche qui in un quadro legale incerto, Trump sta cercando di creare un sistema di “partecipazioni statali”: prima UsSteel, ora Intel. E dopo?
Come ha scritto sul Wall Street Journal il politologo Greg Ip, gli Usa di Trump stanno abbandonando la linea del libero mercato e imboccando quella del capitalismo di Stato stile Xi Jinping. Con l’aggiunta specifica di promuovere a dismisura gli interessi della famiglia Trump. Ma quello che è sempre stato vero ovunque e’ vero anche negli Stati Uniti: il capitalismo di stato alla fine non porta crescita, fa solo crescere le clientele scoraggiando concorrenza e innovazione. Nella stessa direzione spinge anche la guerra che Trump sta conducendo contro le istituzioni accademiche.
La battaglia sui dazi sembra ad un punto fermo. Come ne esce l’Europa?
Non condivido le opinioni negative che sono state espresse da molti osservatori in Italia sulla linea seguita da von der Leyen. A mio parere l’Europa finora ha gestito questa partita abbastanza bene date le circostanze. L’ostilità di Trump contro l’Ue fin dall’inizio era molto forte, e il 15% spuntato è comunque meglio della tariffa imposta al Canada e a molti altri paesi storicamente alleati degli americani. Io penso e spero che la pressione ad alzare le tariffe si attenuerà nel tempo, magari almeno con esenzioni e attenuazioni di vario genere. Ora bisogna vedere che cosa implica l’ultima sparata sulla tassazione e la regolamentazione del digitale: ogni giorno si apre un nuovo fronte.
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Milano Finanza – Intervista con Luca Gualtieri
Un’operazione anomala che rischia di ostacolare alternative più promettenti per il sistema finanziario italiano e, in particolare, per Generali. Così Ignazio Angeloni, economista ed ex membro del Consiglio di Vigilanza della Bce, critica la scalata del Montepaschi a Mediobanca alla vigilia dell’assemblea di Piazzetta Cuccia che deciderà sull’ops per Banca Generali.
Indubbiamente, se si arrivasse a scorporare da Mediobanca la partecipazione in Generali, che di quella banca è stata per anni elemento di forza, verrebbe meno una parte importante dell’attrattiva che l’ops riveste per Montepaschi e per i gruppi azionari che la promuovono. Rimarrebbe tuttavia Mediobanca stessa, un marchio importante con annesso un florido business specialmente se unito a Banca Generali. Posso sbagliare, ma non credo che quella strategia da sola sia sufficiente a scoraggiare l’azione di Mps.
Basta leggere la stampa internazionale per convincersi di questo. La maggior parte degli osservatori ha rubricato questo caso come un curiosum tipicamente italiano, in cui gruppi di potere forti all’interno ma non altrettanto fuori dai confini si contendono piccole fette di potere finanziario nel mercato domestico. Ma l’opinione degli osservatori non è quello che più conta. La bussola per giudicare deve essere se, quanto e come tutto questo aiuta a rafforzare il sistema finanziario italiano come parte di quello europeo.
In due parole direi che direttamente è ininfluente, ma indirettamente la ostacola. È ininfluente nell’immediato, perché anche qualora l’operazione riuscisse, la combinazione Mps – Mediobanca sarebbe ben lungi dal costituire un soggetto rilevante in Europa, e tando meno globalmente. Il soggetto risultante dovrebbe anzitutto fare autoanalisi per capire cosa vuole fare di se stesso, come combinare due anime tanto diverse fra loro. Indirettamente però è un ostacolo, perché allontana o rende più difficili operazioni alternative e più promettenti. Siamo chiari: vogliamo veramente che l’Italia sia protagonista di una nuova stagione di crescita del settore finanziario europeo, con ricadute positive per il Paese e per il continente? Allora prendiamo una banca italiana di grande dimensione, con una rete europea sviluppata e provate capacità nel gestire fusioni, e mettiamola insieme al più grande soggetto assicurativo e di gestione del risparmio del Paese. Non mi chieda di fare nomi perché non li farò.
Difficile fare previsioni. Verosimilmente una vittima potrebbe essere la combinazione fra Generali e Natixis-Bpce, prospettata mesi fa ma di cui si sente parlare poco ultimamente. Combinazione anch’essa interessante per gli scenari europei, ma che per essere bilanciata dal punto di vista del nostro Paese dovrebbe avere alle spalle un gruppo bancario italiano forte. E si ritorna a quanto detto prima.
Il fenomeno preoccupa anche perché è diffuso: abbiamo visto anche i governi tedesco e spagnolo intervenire a gamba tesa nei rispettivi sistemi bancari. La reazione tedesca è quella che mi ha deluso di più: non si capisce neanche bene si vi siano genuine ragioni politiche o si tratti solo di debolezza nei confronti delle lobbies del settore. In Spagna la questione catalana è molto seria, ma mi pare che il Bbva sia deciso da andare avanti.
Quando ci sono ragioni politiche importanti, come minacce alla sicurezza nazionale, esse devono passare in prima linea. Ma questo non era certamente il caso per il golden power invocato dal governo italiano sull’operazione Unicredit-Banco Bpm, come la Commissione europea sta giustamente facendo notare.
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Class CNBC – Intervista con Carla Signorile
Class CNBC – Intervista con Adolfo Valente
Milano Finanza News
Fra le tante notizie che agitano l’estate calda delle banche quella più sorprendente è che Montepaschi, a Iungo pecora nera del nostro sistema del credito, più volte salvata coi miliardi dei contribuenti, che valeva quasi zero poco più di due anni fa, punta a controllare Mediobanca, riferimento storico del capitalismo italiano, istituto solido amministrato da sempre con criteri di sana e prudente gestione.
Follia del mercato, vicenda dai contorni oscuri come alcuni sostengono, o dimostrazione che le cose cambiano e anche i salvataggi più improbabili possono creare valore? Il futuro lo dirà. Per ora tentiamo di rispondere a tre domande rilevanti per chi segue queste questioni e ha a cuore le sorti del Paese.
Anzitutto: ha sbagliato la Bce ed autorizzare Io scambio azionario che è il primo atto di questo processo? E se quella decisione non è la fine della storia, come non lo è, a chi spetta il giudizio di fondo su questa operazione nell’interesse italiano e del «sistema Europa» che, a detta di tutti, dobbiamo rafforzare? Infine, il giudizio più difficile, quali sono i criteri che devono guidarci nel valutare la maggiore o minore «bontà» di una combinazione fra due banche quali quelle in questione?
Cominciamo col dire che no, la Bce non ha sbagliato: almeno finora. Essa non ha autorizzato la fusione, e neppure un passaggio di controllo, ma solo la proposta al mercato di un concambio azionario il cui esito dirà se gli azionisti intendono attuare il progetto. La Iegge le impone di assicurare la sicurezza e solidità della banca risultante e di preservare la stabilità del sistema, eventualmente ponendo condizioni. La Bce ha chiesto di ricevere a tempo debito tutti gli elementi necessari per giudicare la nuova realtà sotto il profilo prudenziale. A quello stadio, si auspica e ci si aspetta, la Bce deciderà con il dovuto rigore.
Ma se il compito della vigilanza europea è limitato, a chi spetta il giudizio di fondo sul valore di quella combinazione in un contesto più generale? La risposta non può essere esclusivamente: al mercato. Sia perché il mercato in questione non è davvero tale, essendo dominato da pochi soggetti che possono distorcerne gli equilibri, sia perché informazioni cruciali non sono disponibili in misura uguale alla generaIità degIi azionisti. Ricade in primo luogo sulle autorità nazionali che tutelano il risparmio – Tesoro e Banca d’ItaIia anzitutto – spingersi oltre l’ambito prudenziale della Bce e valutare se il cambiamento degli assetti che ne deriverebbe crei valore, contribuendo, per citare l’ultima Relazione della Banca d’Italia, a «offrire a imprese e famiglie finanziamenti adeguati per quantità e costi; strumenti di impiego del risparmio efficaci, trasparenti e a condizioni eque; servizi qualificati e innovativi, coerenti con le esigenze di sviluppo del Paese».
In che modo la combinazione fra Montepaschi e Mediobanca aiuta a meglio conseguire queste cose? Non si chiede alle autorità di operare una regia occulta del sistema, ma d’assicurarne che corrette considerazioni e analisi entrino nei calcoli di chi nel mercato prende le decisioni. Nessuno più della Banca d’Italia conosce quegli istituti dal di dentro e certamente si è fatta un’idea in materia.
Sarebbe bene che la esprimesse, con cautela ma anche con coraggio. Dal Tesoro ci si attende poi assoluta imparzialità nei confronti delle parti in causa. Sarebbe grave se emergesse, come suggerito da alcuni e come la Commissione sta verificando, che esso ha favorito taluni soggetti.
Ci sono anche altri fattori da considerare. In questa operazione un soggetto più piccolo, per dimensione del bilancio e valore di borsa, ne acquisirebbe uno più grande. Situazione non proibitiva ma certamente anomala. Se l’operazione procede la Bce – qui si rientra nel suo campo – dovrà assicurarsi che gli assetti di governance non risentano in negativo dello squilibrio fra la parte acquirente e quella acquisita. E fare un’attenta valutazione dei rischi di integrare due soggetti con modelli operativi, presenze geografiche e culture aziendali che più diversi fra loro non potrebbero essere.
Ulteriore elemento – purtroppo l’ultimo, di cui nessuno è davvero responsabile – è l’impatto sugli assetti europei. Il sistema bancario europeo resta frammentato, a dispetto delle riforme varate dopo la crisi. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività, ha auspicato soggetti bancari europei competitivi a livello globale. La Commissione Europea sta preparando proposte in materia di Unione dei Risparmi e degli Investimenti che dovrebbero spingere anche verso un potenziamento dei settori assicurativo, pensionistico e della gestione del risparmio a livello europeo. Quanto contribuisce l’integrazione fra Montepaschi e Mediobanca in tutto questo? Poco o niente, almeno direttamente. Ma suscita perplessità che, a quanto viene riferito, intendimento indiretto di chi la promuove sarebbe anche contrastare l’accordo fra Generali e Natixis, gigante francese deII’asset management, che darebbe luogo a uno dei primi dieci gestori globali del risparmio (fra di essi, nove oggi sono americani).
Tutto considerato i dubbi su questa «sorprendente» operazione, dal punto di vista industriale e nell’interesse del sistema, sono molti. Speriamo che negli sviluppi futuri gli elementi di sostanza emergano e prevalgano sugli aspetti folcloristici di una vicenda a cui viene dato troppo spesso il nome di «risiko». La strada è ancora abbastanza lunga perché questo succeda.
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Class CNBC
Journal of Financial Crises: Vol. 7 : Iss. 2
Ignazio Angeloni was an adviser on financial integration, financial stability, and monetary policy to the Executive Board of the European Central Bank during the European Sovereign Debt Crisis and later became director general of financial stability. He coordinated the preparations for establishing the Single Supervisory Mechanism (SSM), a component of the European banking union. The SSM was created to address macroprudential gaps identified during the Global Financial Crisis and the Sovereign Debt Crisis. Angeloni has advocated in his academic papers for completing the work of the SSM by establishing a regional deposit insurance scheme that would backstop the work of the related Single Resolution Board of the European banking union, as the Federal Deposit Insurance Corporation does in the United States.
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