Intervista di Gianluca Zapponini

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Di Gianluca Zapponini

Per molti è un toccasana. Per altri solo un contentino, destinato a rimanere tale. All’indomani della decisione della Banca centrale europea di ridurre il costo del denaro di 25 punti base, dopo due anni e dieci rialzi consecutivi, è tempo di chiedersi il senso e il messaggio sotteso a tale scelta. Formiche.net lo ha fatto con Ignazio Angeloni, economista di lungo corso e docente presso il Robert Schuman Center of the European University Institute of Florence, per diversi anni parte del Comitato esecutivo della Bce.

Ieri il primo taglio dei tassi dopo 5 anni e due di rialzi. Un buon segnale per i mercati, eppure la sensazione che si ha è che sarà un caso isolato o quanto meno non l’inizio di un ciclo: è così?

La riduzione del tasso base dal 4% al 3,75% era largamente attesa. Quel che sorprende è che essa sia avvenuta quando tutti gli altri indicatori puntavano altrove, segnalando una resilienza dell’inflazione o perfino un rialzo.

Che cosa vuole dire?

Mi riferisco non solo alle ultime letture sui prezzi ma anche alla crescita economica, che lo staff Bce ha rivisto al rialzo, e alla dinamica dei salari, in aumento nel primo trimestre. Nei 25 anni di vita della Bce non era mai successo che essa riducesse i tassi quando l’inflazione era al tempo stesso oltre l’obiettivo e in aumento negli ultimi dati sia dell’indice complessivo sia di quello sottostante.

E questo, secondo lei, che cosa significa?

Che la Bce si è fidata delle previsioni del suo staff, che a dispetto delle altre evidenze ritiene si vada comunque verso una normalizzazione al 2%, peraltro rimandata al 2026. Una decisione quindi non data dependent, come si sente ripetere spesso, ma basata sulle aspettative, o meglio sulla fiducia che le previsioni dello staff si riveleranno corrette.

Insomma, una decisione poco connessa alla realtà dei numeri. Ma la sua previsione per il futuro dell’inflazione, quale è?

Ritengo che nelle prossime occasioni, cioè a settembre e dicembre, non basterà quella fiducia di cui parlavo. Per vedere ulteriori ribassi dei tassi sarà necessario che la disinflazione sia convalidata dai dati effettivi. Se questo accade, da allora in poi diventerà importante capire dove la banca centrale ritiene si trovi il tasso naturale di interesse, ossia quello di equilibrio. Un tema sul quale la presidente non si è espressa. A mio avviso le stime pubblicate recentemente dalla Bce, di un tasso reale, al netto cioè dell’inflazione), appena sopra lo zero, sono troppo basse.

Il che vuol dire che…

Che in equilibrio, con crescita e inflazione sotto controllo, il tasso reale non dovrebbe essere troppo lontano da quello di crescita dell’economia, che la Bce colloca all’1,5 o poco sopra a partire dal 2025. Un tasso di interesse cioè né troppo alto da frenare gli investimenti, né così basso da scoraggiare il risparmio.

Le previsioni sull’inflazione sono state aggiornate al rialzo dalla Bce. Che cosa sta davvero spingendo i prezzi? E davvero dobbiamo aspettarci un costo della vita saldamente sopra il 2% per i prossimi mesi?

Gli effetti di trascinamento dell’inflazione passata sui salari, ora soprattutto nella componente contrattuale, sono importanti. Le altre componenti dei prezzi continueranno a essere erratiche, come ha detto la presidente. Ulteriori progressi nella disinflazione non sono né facili né scontati. Riguardo ai salari, non condivido del tutto i frequenti richiami della Banca centrale alla loro moderazione. L’erosione inflazionistica va recuperata in larga parte, soprattutto nelle frange salariali più basse, a maggior ragione ora che le ragioni di scambio stanno tornando verso l’equilibrio. Non possiamo permetterci un aumento ulteriore delle disuguaglianze e della povertà.

La decisione di allentare i tassi ha sancito la separazione monetaria dalla Fed. Negli Usa un’economia che tira e con un mercato del lavoro a pieno regime, spingono la domanda e dunque i prezzi e per questo la Fed temporeggia. Quando si aspetta, lei, una inversione di rotta da parte della Banca centrale americana?

La separazione monetaria dagli Stati Uniti mi preoccupa meno. Già negli anni dal 2015 al 2019 si era verificata, quando la Fed aumentò i tassi mentre la Bce li portava sempre più in zona negativa. E poi comunque una variazione di 25 punti base non fa molta differenza: prova ne sia che il cambio euro-dollaro non si è mosso. La banca centrale americana non ha al momento ragione di abbassare i tassi, sento addirittura voci di un aumento. E in un anno elettorale difficile come questo, nel quale il tema dell’inflazione è cosi sentito dall’opinione pubblica americana, la Fed farà ben attenzione a non prestare il fianco a strumentalizzazioni.

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Perché l’operazione Unicredit e Mediobanca può funzionare

Il Foglio – Intervista con Mariarosaria Marchesano

Il Foglio >>

Un matrimonio tra Unicredit e Generali attraverso Mediobanca? “Potrebbe essere la fusione giusta per l’Italia”. Ignazio Angeloni, economista già membro del supervisory board della Bce, commenta così l’ipotesi di un’aggregazione tra le tre grandi istituzioni finanziarie del paese tornata d’attualità dopo che il Foglio ha rivelato l’esistenza di uno studio di fattibilità da parte di una grande banca d’affari internazionale. Rispetto a ipotesi analoghe circolate in passato, la novità consiste nella modalità con cui avverrebbe l’operazione e cioè un’offerta pubblica di scambio di Unicredit su Mediobanca, con un premio del 20 per cento per gli azionisti di Piazzetta Cuccia.“Le banche d’affari fanno il loro lavoro e non ho aggiornamenti sui vari dossier – ragiona Angeloni – Ma ho sempre pensato che questa operazione abbia un senso. Il gruppo sarebbe forte in Europa, non solo in Italia, e aiuterebbe l’integrazione europea. La complicazione è la governance, particolarmente complessa per quanto riguarda Generali e Mediobanca”.

Non è la prima volta che Angeloni esprime un parere positivo su questo tema, forte della posizione super partes che gli deriva dagli incarichi ricoperti anche in seno a organismi di vigilanza bancaria. Proprio nei giorni scorsi, il Parlamento europeo ha pubblicato un suo rapporto sulla necessità di favorire un processo di aggregazione tra istituti di credito di diversi paesi: “Progredire – dice – verso un’unione bancaria integrata è più facile ora di quanto non sia mai stato negli ultimi dieci anni: quindi il momento di agire è adesso”. Angeloni si riferisce alle più favorevoli condizioni patrimoniali e finanziarie in cui si trovano le banche oggi, spesso con riserve di capitale in eccesso (Unicredit, per esempio, conta 10 miliardi) che potrebbero essere utilizzate in un’ottica di consolidamento in chiave europea “processo che andrebbe favorito anche rimuovendo gli ostacoli di carattere normativo”.

Qui, però, si sta parlando di un’operazione domestica e non transfrontaliera. Quale sarebbe il vantaggio per l’Italia? “Esprimere un gruppo sufficientemente grande e diversificato vorrebbe dire competere in Europa al pari livello con paesi che possono contare su veri colossi nel settore, come per esempio la Francia”, ribatte l’economista. 

La creazione di un campione bancario-assicurativo, italiano ma di dimensione europea e globale, resta in Italia una sorta di sogno proibito. Se ne è parlato molto nel 2021 ma l’ultima volta che questa ipotesi ha suscitato un ampio dibattito pubblico è stato nel 2009. In quell’occasione, il Financial Times stroncò l’ipotesi di una fusione tra Unicredit, Mediobanca e Generali. La crisi finanziaria, questa era la tesi dell’articolo che trovò consenso, avrebbe dovuto insegnare quanto fosse pericoloso mescolare insieme business diversi tra loro. Insomma, la creazione di un colosso finanziario tricolore era “discutibile” in ragione dei rischi che queste unioni comportano pur nella consapevolezza che ci sarebbe stato bisogno di grandi gruppi per sostenere la crescita industriale italiana. Da allora sono passati quindici anni. E’ ancora un tabù parlarne? “No, perché la creazione di un soggetto con vocazione e dimensioni europee è esattamente quello che manca al nostro sistema. E date le caratteristiche del mercato continentale oggi, questo soggetto non può che essere una banca universale, con una presenza forte in tutti i comparti rilevanti, da quello bancario tradizionale all’assicurazione, dalla gestione del risparmio alla consulenza d’impresa”.

Per Angeloni una fusione tra Unicredit e Generali, che non dovrebbe trovare obiezioni da parte dell’antirust europeo, sarebbe un progetto di grande ambizione ma non facile da realizzare, per dimensione industriale e poiché coinvolgerebbe persone (azionisti e manager) che hanno mostrato in passato di avere visioni e ambizioni differenti. “I potenziali vantaggi per il paese però sono innegabili sia perché si farebbe trovare pronto per una prossima stagione, tutt’altro che improbabile, di aggregazioni bancarie europee, sia per fornire un punto di riferimento solido per le imprese italiane che operano all’estero, che tuttora per certi servizi tendono a rivolgersi a colossi bancari d’oltre oceano”, conclude l’economista.

Intanto, la Borsa sembra dare credito all’ipotesi di un’aggregazione o, comunque, a uno scenario di risico che coinvolga Mediobanca, che nell’ultima settimana ha guadagnato oltre il 10 per cento, in buona compagnia con Generali (più sei per cento) e con Unicredit (più 3,7 per cento). Gli analisti si dividono tra chi, vede l’ipotesi come improbabile e chi, al contrario, la considera molto sensata dal punto di vista industriale e quindi possibile. Su tutti, comunque, prevale l’idea che, quand’anche non si trattasse esattamente di questa fusione, nel settore bancario, qualcosa di grosso sta per accadere. 

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