Angeloni: «La lotta all’inflazione è una sfida che si può vincere»

Il Messaggero – Intervista con Rosario Dimito

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Come valuta il calo dell’inflazione al 6,4%?
«E’ una buona notizia, che conferma la tendenza dei mesi precedenti. Conforta anche l’ultimo dato dell’inflazione Usa, già sotto il 3%. Questi dati dimostrano che l’inflazione che abbiamo vissuto nell’ultimo biennio non è invincibile. La sua “persistenza” (cioè la resistenza all’azione correttiva della banca centrale) è minore che in passato. La Bce dovrebbe quindi trovare in questo conferma della correttezza della linea da essa seguita nell’ultimo anno. Si tratta di continuare su quella linea, portando i tassi a breve in territorio moderatamente positivo al netto dell’inflazione. E al tempo stesso riducendo la liquidità in eccesso che si è accumulata sul mercato. Il tutto con gradualità e cautela, a mano a mano che si va avanti e ci si porta vicino all’obiettivo». 


A cosa è dovuta questa discesa?
«I prezzi energetici sono calati vistosamente negli ultimi mesi, sia indirettamente per l’azione monetaria delle banche centrali, sia più direttamente perché i mercati a livello globale si sono aggiustati più rapidamente di quanto molti avevano previsto alla crisi geopolitica e alle sanzioni imposte alla Russia. Solo un anno fa temevamo la crisi energetica, si parlava di razionamento; oggi la maggiore offerta e la riduzione della domanda per effetto del risparmio spingono il mercato nella direzione opposta. Anche l’aumento dei prezzi alimentari sembra aver raggiunto un picco, pur rimanendo ancora alto. Rimane da portare sotto controllo la dinamica inflazionistica nel settore dei servizi. Anche lì, l’azione della politica monetaria è fondamentale».


Quale dovrà essere la reazione della Bce difronte al calo dei prezzi?
«Non mi sento di fare previsioni. In prospettiva, però, i tassi a breve devono tornare positivi in termini reali. Determinazione e cautela sono le parole chiave che dovrebbero guidare l’azione della Bce nei prossimi mesi». 
I rischi di una eventuale fiammata dei prezzi a cosa potrebbe essere legata, alle tensioni in Ucraina sul grano?
«Non si può mai escludere a priori, ma personalmente sono incoraggiato dalla facilità con cui i mercati dell’energia hanno trovato un equilibrio dopo lo shock iniziale della guerra in Uctraina e delle sanzioni». 


Ci sono fenomeni speculativi dietro l’aumento dei prezzi registrati in questi mesi?
«Eviterei la tentazione di prendersela con gli speculatori, come a volte si fa in Italia e anche altrove quando i prezzi aumentano. Con l‘inflazione diventa più difficile comprendere i prezzi, capire cioè se quello che paghiamo è giusto oppure chi ci vende le cose se ne sta approfittando. Nell’incertezza, può anche accadere che coloro che fissano i prezzi si “portino avanti”, aumentando magari un po’ di più di quanto sarebbe giustificato dai costi che sopportano. Anche questo fenomeno genera persistenza. L’azione della politica monetaria e la concorrenza di mercato sono gli strumenti per evitare che questi effetti prendano piede e si perpetuino».


A fine anno l’inflazione a che livello potrà arrivare?
«Lo scorso anno, quando ancora c’era chi pensava che l’inflazione fosse temporanea e che in breve si sarebbe esaurita senza far nulla, prevedetti che essa sarebbe durata fino al 2024. In assenza di nuovi eventi negativi e imprevisti, penso che quella previsione sia ancora valida. Per considerare l’obiettivo raggiunto sarebbe sufficiente, a mio avviso, che l’inflazione si portasse stabilmente in prossimità del 2%, senza accanirsi sui singoli decimali». 


Il calo dell’inflazione che impatto avrà sulle fasce più deboli?
«Sono state già ampiamente colpite, quindi è giusto e fisiologico che ci sia un recupero da parte dei salari soprattutto nelle fasce più basse».

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Dovrà rivedere il piano di rilancio e prendere il Mes: alla sanità serve

Il Messaggero
Intervista di Rosario Dimito

Di Rosario Dimito

Parto dalle parole del presidente Mattarella prima che convocasse albo Draghi al Quirinale: anche a causa della pandemia, i tempi necessari per fare le elezioni avrebbero creato altri problemi». Quali? «Di sicurezza sanitaria che non possiamo permetterci adesso, quindi la via d’uscita è stata quella di chiamare una personalità di altissimo profilo. Questa la soluzione ottimale in questo momento delicato e critico per il Paese. A mio avviso è il primo segnale positivo che questa scelta ha dato e segnala alla comunità europea e internazionale che nel momento di crisi l’Italia fa le scelte giuste. Secondo segnale è che lo lascino lavorare». Ignazio Angeloni, economista, ha lavorato al fianco del neo premier per sette anni in Bce, fino a marzo 2019, dopo averlo conosciuto a Washington nel 1984. Ricorda quando nel 2012 Draghi gli affidò l’incarico di costruire la Vigilanza bancaria Bce. Ora l’economista è ancora in coolling-off, non può assumere altri incarichi istituzionali: è ricercatore ad Harvard e insegna all’università di Francoforte dove risiede.

In questa intervista al Messaggero, Angeloni affronta i temi chiave che il nuovo premier si troverà ad affrontare.

Quali le decisioni dei primi 100 giorni?

«Bisogna gestire l’uscita cauta graduale dalle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, perchè il paese fatica. Al tempo stesso occorre gestire e accelerare le vaccinazioni in modo da mettere in sicurezza la salute. Whatever it takes disse Draghi a luglio 2012 per salvare l’euro, ora bisogna fare qualsiasi cosa per vaccinare quanto prima gli italiani e immunizzarli».

Tutto qui e poi? 

«No, a marzo scade il blocco dei licenziamenti, quindi gestire la transizione, procedere con i trasferimenti, le riconversioni, assicurare i ristori a chi resta temporaneamente disoccupato. Per fortuna in questo momento i fondi non sono un problema. Con il sostegno della Ue e i vincoli rimossi alla politica di bilancio. A fine anno scade quota 100, bisogna decidere come assicurare nel tempo un regime pensionistico equo e sostenibile, dando certezza alle persone ed evitando situazioni di passaggio inique e dolorose. Per operare su questi fronti Draghi deve contare su una maggioranza stabile almeno per un anno».

Il Recovery fund, secondo lei, va cambiato? Come?

«Il modello presentato il 13 gennaio si articola in sei direttive, condivisibili, manca completamente il dettaglio operativo, per ognuno di questi grandi capitoli: secondo me è necessario specificare i progetti. Un esempio? Rete idrica, specificare che nella particolare provincia essa va rifatta perché ha un tasso di perdita enorme, indicando obiettivi, risorse materiali e umane, tempi, fasi di verifica in corso d’opera. A questo va aggiunta la governante del piano di resilienza, i responsabili dei singoli progetti che li realizzano.

Pensa sia meglio un governo dei tecnici, oppure un governo politico?

«Non mi esprimo su questo, Draghi è stato incaricato, faccian1s7)1avorare e diamogli fiducia, deve trovare sostegno parlamentare».

Il Mes è stato uno dei nodi del Conte bis: va utilizzato?

«Assolutamente sì, va preso, il settore sanitario deve essere potenziato, ha subito tagli significativi negli ultimi anni, va riformato per tener conto delle sfide future, le pandemie sono un rischio e questo rischio crescerà, 36 miliardi senza condizioni sono quello che serve per realizzare questo progetto».

Cosa devono fare la Vigilanza europea e gli organi della Ue per favorire il ruolo delle banche oggi chiamate a sostenere pmi e famiglie?

«La Vigilanza Bce ha usato la flessibilità necessaria, sia quella che la regolamentazione richiede anche quella che di cui dispone in autonomia. Ha dato spazio alle banche allentando i requisiti di capitale, alleggerendo vincoli e consentendo che esse potessero sostenere l’economia. Ora bisogna monitorare attentamente i loro bilanci: gli effetti della pandemia sui erediti deteriorati non si sono ancora visti. Secondo gli ultimi dati, gli Npl stanno scendendo. L’ondata non si è ancora manifestata, ne vedremo gli impatti con le semestrali, allora capiremo gli ordini di grandezza e i necessari aggiustamenti di capitale. La Vigilanza Ue ha fatto una verifica Srep statica mantenendo per ora invariati i requisiti. Andrà valutato l’effetto della crisi sulla redditività: i margini si sono ridotti, le perdite su crediti richiederanno accantonamenti. Per contro la domanda di credito è cresciuta, può esservi una compensazione tramite l’aumento di volumi prestati».

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