Tempi risicati e vasti programmi, Draghi e Biden alla grande sterzata

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Due distinti signori di una certa età chiacchierano seduti in un giardino, a due passi da una spiaggia assolata. Se non indossassero completi scuri e cravatte sembrerebbero due pensionati che si godono il meritato riposo scambiandosi ricordi. Solo che quello a sinistra è Mario Draghi, ex banchiere centrale entrato nella storia per aver fermato la speculazione con tre parole, armato solo di credibilità e carisma. Oggi è il capo del governo italiano. Quello a destra è Joseph R. Biden, per 36 anni senatore dello Stato del Delaware, per due mandati vice di Barack Obama alla Casa Bianca e oggi presidente degli Stati Uniti. Non parlano di ricordi, ma dei destini del mondo, declinati nell’agenda del G7 riunito sulle coste della Cornovaglia. Ma verosimilmente la loro mente è altrove, sulle sfide che attendono i rispettivi Paesi. Italia e Stati Uniti sono entrambi a un crocevia della loro storia recente; i due leader sono stati chiamati per imprimere una sterzata che faccia uscire i rispettivi Paesi dal vicolo cieco – politico, economico, sociale – in cui si sono infilati.

Per capire la storia che raccontiamo bisogna ripercorrere quattro decenni. Dagli anni ottanta, Stati Uniti e Italia intraprendono due linee di governo diverse, ma “fatali” per entrambi. Gli Usa, con Ronald Reagan, varano una strategia economica fatta di detassazione dei ricchi e delle imprese, riduzione della presenza pubblica nell’economia (a parte la spesa militare) e deregolamentazione. Il settore pubblico, che dal New Deal a Jimmy Carter aveva accompagnato e sostenuto la crescita economica e sociale del Paese, cessa di essere la soluzione dei problemi e diventa “il problema”. La riforma fiscale fallisce l’obiettivo principale, invertire la stasi della produttività, come già avevano previsto economisti avveduti come Albert Ando e Alan Auerbach: la produttività in America riparte solo vent’anni dopo, con la rivoluzione hi-tech. In compenso, smentendo i guru reaganiani, si apre un disavanzo pubblico senza precedenti; il debito federale cresce a dismisura. Prende avvio l’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza che sarebbe proseguito, anche sotto amministrazioni democratiche, fino a oggi. Il capitale pubblico e infrastrutturale si deteriora in tutti settori – viabilità, trasporti, istruzione, ambiente, risorse idriche, ecc. – come ben documentato nei rapporti della American Society of Civil Engineers.

L’Italia intraprende negli stessi anni un percorso diverso, ma con effetti in parte simili. La strategia prevede – più o meno consapevolmente – di ammodernare economia, finanza e istituzioni attraverso la combinazione di privatizzazioni, flessibilità del lavoro, apertura del mercato dei capitali e riforme nel governo monetario ed economico del paese. Il “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro (1981), l’eliminazione della scala mobile (1985), la liberalizzazione dei movimenti di capitali e l’adozione della “banda stretta” dello Sme (1989-90), le privatizzazioni (anni 90), l’entrata nell’euro (1999) sono passi in questa strategia. Si tralascia però di riformare il Paese per rafforzarne la resilienza, cosa che sarebbe invece necessaria nel nuovo contesto. Crescono il debito pubblico, i divari territoriali fra nord e sud e il disavanzo esterno. Restano indietro i servizi pubblici, fondamento della competitività del Paese, primi fra tutti giustizia e ordine pubblico; le mafie alzano la testa. Mancando la volontà di affrontare le lobby della spesa pubblica corrente, si sacrificano gli investimenti: inizia il deterioramento del capitale infrastrutturale, geologico, idrico, scolastico del Paese. E sorprendentemente, nella patria del buon cuore, crescono anche le disuguaglianze. A parte le differenze di scala fra Stati Uniti e Italia, i grafici che ne mostrano l’andamento nel tempo sono simili nei due Paesi.

Che la via intrapresa sia un vicolo cieco si tarda a capirlo. In Italia, la convergenza verso l’euro provoca una fiammata benefica di breve durata, fatta di disinflazione, boom immobiliare e bassi tassi di interesse. Altri Paesi ne approfittano per realizzare aggiustamenti strutturali: non noi – la spesa pubblica corrente continua a crescere e gli investimenti pubblici produttivi restano bassi. Una politica di corto respiro non sente in quegli anni né l’urgenza né la necessità di approfittare del “bonus” dell’euro per attaccare i problemi strutturali del Paese. Fino alla Grande crisi.

Diversamente, ma con conseguenze analoghe, gli Stati Uniti al passaggio del millennio sono “distratti”. La caduta del Muro sembra risolvere la questione strategica: il politologo Francis Fukuyama preconizza «la fine della Storia». La new economy indotta dalla rivoluzione tecnologica sembra infine riuscire ad allentare i vincoli alla produttività e all’innovazione che frenano la macchina produttiva statunitense dagli anni 70. Contro ogni aspettativa, però, la questione strategica si ripropone in modo drammatico l’11 settembre 2001; con la Guerra al terrorismo, la priorità torna a essere strategico-militare e gli squilibri sociali ed economici restano in secondo o terzo piano. O meglio, si cerca di affrontarli con lo strumento politicamente più facile: la finanza allegra. Sono gli anni della bolla immobiliare e dei crediti a rischio, le cui premesse erano già state poste da Bill Clinton, ma che esplodono negli anni di George W. Bush.

La Grande crisi evidenzia i nodi irrisolti di entrambi i Paesi ed è foriera di riforme, ma – come sempre – quelle fatte nelle fasi di difficoltà sono più complicate. Negli Stati Uniti come in Italia, l’azione si concentra sul settore finanziario; si tarda ancora ad affrontare i nodi del capitale pubblico e delle disuguaglianze. Squilibri che, nel frattempo, hanno attaccato anche il sistema politico. Negli Stati Uniti, partigianeria e polarizzazione portano al rifiuto, dall’ampia parte del Paese che si ispira a Trump, dei princìpi base della democrazia americana. In Italia l’emersione del populismo produce effetti più sfumati, ma analoghi, che indeboliscono la coesione politica.

«Il governo è come un transatlantico – ha scritto Barack Obama – possiamo muovere il timone, ma serve tempo prima che la rotta cambi». Dopo quattro decenni di abbrivio, la grande sterzata non sarà semplice né rapida. In un’epoca che esalta parità di genere, ricambio generazionale e rifiuto dell’establishment, può sorprendere che a imprimerla siano stati chiamati due uomini non più giovani, da decenni parte delle élite. Adam Tooze, storico della Columbia University, tracciando un parallelo fra Draghi e Janet Yellen (economista, già presidente della Federal Reserve, oggi a capo del Tesoro Usa), scrive: «Se le democrazie trovano difficile vivere con la competenza, sembra che non possano neanche vivere senza di essa». Competenza e visione lunga che emana dall’aver capito la storia che abbiamo alle spalle saranno necessarie per il compito che li attende, nel breve tempo che il calendario politico assegna loro. Speriamo siano anche sufficienti.

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