Se vuole essere rilevante nell’Europa post Covid il Mes deve cambiare pelle

Il Sole 24 ore

Mentre l’Europa è alle prese con gli (sperabilmente ultimi) spasmi del Covid, sorge una domanda. Non è prioritaria per ora, ma lo diventerà presto. La domanda è: che cosa fare del Mes? Il Mes – Meccanismo europeo di stabilità – è il fondo che l’Unione europea ha creato per aiutare i Paesi dell’eurozona in crisi. Già prima della pandemia si sospettava che, nella forma attuale, il fondo rischiasse di non avere un gran futuro. Nell’ultimo anno, quell’impressione si è rafforzata.

Il cosiddetto “fondo salva Stati” fu creato nel 2010, dopo la Grande crisi, per affrontare in tutta fretta i problemi della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo, e poi riorganizzato nella forma attuale, che dal 2012 ha finanziato i programmi di Spagna, Cipro e ancora della Grecia. L’ultimo prestito, proprio ad Atene, è del 2015; l’anno del dramma di quel Paese, che vide il governo Tsipras da poco insediato prima respingere, e poi alla fine accettare, le politiche di aggiustamento proposte dall’Europa. La controversia su quel periodo non è mai cessata. I responsabili europei, e il Mes stesso, sostengono che i programmi sono stati un successo. C’è del vero in questo. La sopravvivenza dell’euro, in alcuni momenti in grave pericolo, è stata assicurata. Tutti e cinque i Paesi sono usciti dalla crisi, hanno riguadagnato la fiducia del mercato e sono tornati a crescere; quattro di loro più rapidamente del previsto. I prestiti Mes a basso costo hanno consentito loro di risparmiare decine di miliardi di interessi sul debito. I rimborsi dei debiti sono già iniziati e procedono senza traumi. La stessa Grecia, il caso più doloroso, prima del Covid ha beneficiato di un biennio di crescita economica attorno al 2%, non astronomica ma comunque superiore alla media dell’eurozona. Resta il fatto che quelle vicende hanno lasciato uno strascico difficile da cancellare, che condiziona il futuro dell’istituzione. L’impatto negativo delle misure di aggiustamento sull’economia greca fu sottovalutato, e la capacità di quel Paese di reagire alla cura sopravvalutata. Nel quinquennio 2009-2013 il Prodotto interno lordo del Paese è calato di oltre un quarto, l’occupazione è crollata e la povertà esplosa. Molti si sono chiesti se la ricetta propinata fosse sempre quella giusta. Non c’è una risposta facile a questa domanda. Quel che conta, oggi, è che quell’esperienza ha un lascito negativo, uno “stigma” che pesa sul Mes più che sulle altre istituzioni coinvolte – Commissione europea, Banca centrale europea (Bce) Fondo monetario internazionale (Fmi). L’effetto si è visto nella pandemia: i finanziamenti offerti dal Mes per riformare il settore sanitario, senza alcuna altra condizione e a costo conveniente, sono stati rifiutati da tutti. Si è preferito ricorrere a finanziamenti di mercato più onerosi. La riforma del Mes attualmente in fase di ratifica non migliora le cose. Il progetto prevede che esso diventi prestatore di ultima istanza del Fondo di risoluzione unico, aiutando a gestire le crisi bancarie. Tuttavia le condizioni di accesso a quel fondo sono oggi talmente onerose, e anch’esse gravate da stigma per le banche e i Paesi coinvolti, che è difficile prevederne un utilizzo senza una riforma preventiva dello stesso meccanismo di risoluzione, auspicata da varie parti. In secondo luogo il Mes acquisterebbe il compito di valutare “in quanto creditore” la solvibilità dei Paesi membri, avvalendosi di procedure semplificate per l’eventuale rinegoziazione del debito pubblico. Una modifica che, nella percezione di alcuni, aumenta la probabilità di crisi del debito. Scenari ipotetici, percezioni, ma che certo non aumentano la probabilità che Paesi in difficoltà trovino attraente affidarsi al Mes in futuro.

Già oggi sottoutilizzato, il Mes rischia quindi di esserlo ancor più in futuro. Il bilancio di 820 miliardi di euro (dati di fine 2019), il 4,5% del Pil dell’eurozona, è ingente ma l’operatività è relativamente ristretta. A fronte di un plafond di prestiti erogabili di 500 miliardi, i prestiti effettivi ammontano a go miliardi (di cui 6o alla Grecia), e la raccolta sul mercato a poco più di 100 miliardi. Il leverage è trascurabile. La maggior parte delle forme tecniche con le quali il fondo può prestare non è stata mai usata. Quando nel prossimo decennio andranno a rimborso i prestiti di Spagna e Cipro, se nessun altro Paese deciderà di ricorrervi il Mes avrà un unico “paziente” in avanzata convalescenza: la Grecia, appunto. Potrebbe sembrare un segnale di salute: lo è meno se i potenziali pazienti temono le cure del medico più dei male che li affligge. Tutte queste considerazioni suggeriscono l’opportunità di un ripensamento strategico della sua missione. Non ci sarebbe niente di strano: l’Fmi, per certi versi analogo al Mes in diversi tempi e contesto, ha cambiato pelle più di una volta dalla sua nascita. Creato per aiutare i grandi Paesi emersi dalla guerra a mantenere un sistema di cambi fissi fra loro, dopo la fine di quel sistema si è riconvertito in prestatore di Paesi emergenti, gestore di crisi finanziarie e fornitore di assistenza tecnica ai Paesi poveri, rafforzando la collaborazione con le istituzioni di aiuto allo sviluppo.

Un’evoluzione analoga sarebbe opportuna per il Mes. Una proposta circolata di recente prevederebbe che esso diventi un’agenzia del debito europeo, acquistando parte dei debiti sovrani ed emettendo propri titoli di debito. L’idea ha il duplice merito di essere vicina alla missione originaria dell’istituzione e di diffondere nel sistema finanziario internazionale un nuovo asset con matrice genuinamente europea; un importante segnale della presenza dell’Europa sulla scena finanziaria globale. Il suo successo dipende tuttavia dalla volontà politica dei principali Paesi (Germania e Francia anzitutto) di sostenerlo, muovendo passi verso l’unione fiscale e di bilancio, da cui la credibilità di un asset sovrano europeo dipenderebbe e senza la quale il Mes da solo rischia di non avere le spalle sufficientemente larghe. Andrebbe anche rafforzato il ruolo dell’istituzione come valutatore delle riforme del settore finanziario, nel contesto dell’unione bancaria (ancora da completare) e del mercato dei capitali (che l’Europa ha in programma di avviare). Una funzione analoga a quella che l’Fmi svolge a livello globale e complementare a quella di prestatore del fondo di risoluzione che il Mes assumerà con la riforma in corso. A fianco di tutto questo, e senza abbandonare la funzione originaria di prestatore, il Mes potrebbe anche impegnarsi sul fronte dell’assistenza tecnica in campo economico, soprattutto a Paesi emergenti europei, collaborando con le altre istituzioni già attive in questo campo.

Come già detto, si tratta di questioni non prioritarie né da affrontare nell’immediato. Ma è probabile che lo diventino dopo l’uscita dalla pandemia e quando la riforma attuale sarà ratificata. Ed è un bene che lo diventino al momento del rinnovo del direttore generale, Klaus Regling, che è in carica dalla fondazione e il cui mandato scade nell’ottobre 2022.

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