Perché I primi cento giorni di Biden alla casa bianca saranno cruciali

Il Sole 24 Ore

Mentre la presidenza Trump va in archivio nel peggiore dei modi, con uno strascico di divisioni, recriminazioni, violenze e timori di altre violenze, si sente la mancanza di quello che sarebbe invece essenziale per voltare pagina e riprogrammare il futuro: una valutazione oggettiva della presidenza stessa, senza preconcetti e «alternative facts» ma anche senza demonizzazioni. Sull’eredità politica e istituzionale del magnate divenuto presidente scriveranno a tempo debito gli storici. Su quella economica, invece, gli elementi per una prima (e non molto lusinghiera) valutazione già ci sono.

Il trumpismo ha ripreso buona parte dalla piattaforma economica tradizionale del Partito repubblicano: tasse basse (soprattutto sui ricchi e sulle società); regolamentazione leggera” sull’impresa e sulla finanza; scarsa attenzione per gli aspetti distributivi e del welfare, lasciati al libero e poco compassionevole gioco del mercato. A questo bagaglio Trump ha aggiunto un elemento nuovo, in precedenza più proprio del Partito democratico: il protezionismo economico (dazi) in aggiunta a quello sociale (lotta all’immigrazione). L’obiettivo era attrarre il voto della classe media legata alla manifattura nella cosiddetta Rust belt, la “cintura della ruggine” industriale delle aree nord-orientali e centrali del Paese, messa in crisi dalle importazioni a basso costo dai Paesi emergenti. Un’area localizzata in larga misura in tre stati: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Il messaggio era: siete stati trascurati dalle élite liberaldemocratiche e globaliste, ma io renderò l’America ancora grande (Make America great again), proteggendo voi e le vostre industrie dalla concorrenza straniera e dalla regolamentazione dei burocrati.

Politicamente funzionò: i tre Stati, storicamente democratici, votarono Trump nel 2016 (con lievi maggioranze) decretandone la vittoria. Quello che non ha funzionato è la strategia economica. Nonostante la protezione dall’import e l’allentamento dei vincoli ambientali, il declino delle aree industriali è continuato senza sosta. Nel trienno 2017-2019 (cioè prima che la pandemia sprofondasse il Paese nella crisi), produzione e occupazione nel settore manifatturiero sono cresciute a un ritmo non diverso da quello visto negli anni di presidenza Obama: il contrario di quanto promesso. Nei tre Stati suddetti, la crescita economica del triennio è stata addirittura al di sotto della media nazionale. Una clamorosa sconfitta economica, che può spiegare anche la sconfitta politica finale: i tre Stati, tornati sotto bandiera democratica nel 2020, coni loro 46 voti elettorali sono stati decisivi per la vittoria di Biden.

Che cosa non abbia funzionato in un’impostazione che a priori poteva sembrare plausibile è oggi materia di dibattito. Gli osservatori più avveduti, fra cui spicca il Nobel dell’Economia Paul Krugman, ritengono che fosse comunque destinata al fallimento una strategia volta a mantenere in vita settori tecnologicamente obsoleti. Di fatto i dazi sull’import hanno nuociuto, essendo l’economia americana ormai inestricabilmente legata alle catene produttive globali. In queste condizioni il protezionismo è un boomerang, che ostacola anche i settori che intende proteggere; messaggio utile anche per i protezionisti nostrani. Ai settori in crisi andavano seminai destinati aiuti diretti, sotto forma di sussidi o commesse pubbliche disegnati in modo da favorirne la riconversione. L’imprenditoria americana dopo qualche incertezza è oggi schierata decisamente contro i dazi di Trump; Biden dovrà decidere e lo farà con cautela, vista la delicatezza politica della materia e il rischio di prestare il fianco alle critiche dei sostenitori del “vecchio regime”. Quello che è certo è che quelle aree e quei settori economici continueranno a essere cruciali non solo per la struttura produttiva del Paese, ma anche nel determinare gli equilibri politici nella macchina, per certi aspetti obsoleta, della democrazia americana.

Al di là della questione industriale, il giudizio sulla strategia economica complessiva è più sfumato, ma non meno problematico. A dispetto della propaganda che la presentava come “rivoluzionaria”, essa si configura come una sostanziale continuazione di quella del doppio mandato di Obama, con il piede premuto un po’ più sull’acceleratore. Gli indicatori di crescita, occupazione, partecipazione al lavoro e produttività mostrano nel decennio prima che arrivasse il Covid una crescita tutto sommato stabile, con riduzione progressiva della disoccupazione fino a livelli bassissimi (estesa anche alle componenti marginali del mercato del lavoro) e una riduzione delle disuguaglianze nelle fasce basse di reddito. L’amministrazione Trump ha inteso impartire un’accelerazione, abbattendo le tasse sulle imprese e sui redditi alti, nella convinzione che essa portasse a una maggiore crescita e per questa via anche al riassorbimento del disavanzo di bilancio. Una riproposizione dell’idea di Arthur Laffer già sperimentata dall’amministrazione Reagan negli anni 8o del secolo scorso.

Qui sta il secondo fallimento: come e più di allora, l’idea non ha funzionato. Non sono aumentati in modo rilevante gli investimenti delle imprese e la crescita, ma solo il disavanzo pubblico e il debito federale. A ciò si è aggiunto l’aggravamento degli squilibri finanziari, di cui si vedono segnali nell’aumento del debito delle imprese, contratto soprattutto nei confronti di istituzioni non bancarie soggette a scarsa o nulla regolamentazione ed escluse dalla rete di sicurezza di cui godono le banche (coefficienti patrimoniali, credito di ultima istanza, assicurazione dei depositi), e nel peggioramento della qualità di questo debito. I rischi che questo comporta per la stabilità finanziaria sono frenati per ora dai bassi tassi di interesse e dall’abbondante liquidità offerta dalla Fed, ma in assenza di una vigilanza efficace sul cosiddetto shadow banking emergeranno non appena il ciclo della politica monetaria si invertirà.

Sulla carta, l’insieme di queste esperienze delinea una strategia abbastanza chiara per l’amministrazione Biden, composta in primo luogo da un massiccio piano di azione contro la pandemia a livello federale, dalla rimozione graduale e selettiva delle misure protezionistiche e reintroduzione delle misure sul cambiamento climatico, il tutto aiutato da un massiccio sostegno fiscale per la ripresa e a sostegno delle fasce deboli e, dal lato finanziario, dal potenziamento della vigilanza sul settore non bancario. La debolezza della maggioranza parlamentare su cui Biden può contare ne ostacola l’attuazione. Ma il tempo stringe: la crisi non aspetta e fra due anni, nelle elezioni di medio termine, quella maggioranza potrebbe venire meno se non si vedranno risultati concreti. Biden non sembra avere alternativa all’azione immediata, e ne vedremo i segni già nei primi 100 giorni. 

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