Spesa, dazi, clima, tutte le spine di Joe Biden

Corriere Economia

Dovrà dar fondo alle sue doti negoziali. E, come Thomas Jefferson, sperare nella fortuna che assiste di più chi lavora molto

Dovrà dar fondo alle sue doti negoziali. E, come Thomas Jefferson, sperare nella fortuna che assiste di più chi lavora molto Attento a quel che desideri perché potresti ottenerlo; l’antico motto si adatta a Joe Biden, vincitore nelle elezioni presidenziali Usa contro Donald Trump. Era la terza volta che il vecchio Joe ci provava. Mai come prima, i problemi che stavolta si è candidato ad affrontare sono tali dar far tremare i polsi. In un modo o nell’altro tutte le questioni girano intorno all’economia. Il virus, in crescita esponenziale, porta recessione, povertà e tanto debito pubblico in più. I dazi di Trump hanno aggravato la situazione senza riuscire né a mettere in crisi il nemico cinese né a invertire il declino dell’industria, né a ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti. Le minacce esistenziali della disuguaglianza sociale e del cambiamento climatico, si sono aggravate imponendo a Biden un cambiamento di rotta. A legare il tutto è il bilancio pubblico, il cui deficit restringe lo spazio di manovra. Se oggi con tassi a zero la finanza pubblica non preoccupa, non appena l’economia si riprenderà il vincolo tornerà a mordere. La settimana scorsa è bastato l’annuncio sulla sperimentazione positiva di un vaccino per far balzare i tassi su tutte le scadenze.

Ci sono poi ostacoli politici. Fino a qualche giorno prima delle elezioni, la piattaforma Biden era abbastanza chiara: un nuovo pacchetto di spesa federale di enorme dimensione (3-4 trilioni di dollari, oltre tre volte il piano dell’Unione Europea) distribuito su tutti i fronti (sanità, lavoro, aiuti alle imprese, infrastrutture, sussidi verdi) finanziato in parte a debito e in parte con nuove tasse sui ricchi e con l’inversione parziale della detassazione d’impresa decisa dall’amministrazione precedente. Dopo il voto le prospettive sono cambiate. L’incentivo pre elettorale ad aumentare la spesa è svanito. Il partito repubblicano, frustrato dalla sconfitta presidenziale e incoraggiato dal probabile mantenimento della maggioranza in Senato, non appare disposto a collaborare (i provvedimenti fiscali devono essere approvati dai due rami del Congresso).

Prima del voto, il responsabile del Tesoro Steven Mnuchin e la portavoce democratica della Camera Nancy Pelosi si erano quasi accordati per un intervento di poco inferiore ai 2 trilioni. Oggi, si ritiene che la manovra ammonterà a meno di quella cifra, forse molto meno. Un colpo alle intenzioni di Biden di segnalare fin dai primi m giorni la sua leadership nella gestione dell’economia.

Nel commercio gli ostacoli non appaiono meno formidabili. La politica commerciale Usa è allo sbando, non tanto per l’aumento dei dazi ma per il rifiuto dell’amministrazione Trump di partecipare ai negoziati multilaterali e la volontà di ritirarsi dall’Organizzazione mondiale del commercio. Il problema per Biden è che che quella posizione non è partitica ma trasversale: la condivide anche l’ala sinistra del suo partito. L’istinto di Biden, multilateralista e negoziale, è sicuramente quello di ripristinare la leadership che tradizionalmente appartiene al suo paese. Anche se in questo ha bisogno dell’approvazione del Congresso, egli dovrà comunque mediare con i due lati dello spettro politico. L’Europa può sperare nella rimozione dei dazi messi su vini e formaggi. Ma su aree più strategiche — acciaio, alluminio, beni di consumo dei paesi emergenti — è improbabile un’inversione di rotta. Le guerre commerciali con la Cina e in parte con altri proseguiranno, così come le loro inevitabili ripercussioni su tutto il quadro delle relazioni internazionali.

Su clima e squilibri sociali (cavalli di battaglia del partito democratico) la nuova amministrazione gioca una partita politicamente decisiva. Compatto nella sostanza, il partito non lo è nel grado di ambizione, con una sinistra (rappresentata dagli ex candidati presidenziali Sanders e Warren e dalla giovane e popolarissima deputata Alexandria Ocasio-Cortez) favorevole a una drastica riforma tributaria a favore dei poveri e a obiettivi stringenti verso la no-carbon economy. La posizione moderata e gradualista di Biden ricalca nella sostanza quella dell’amministrazione Obama. In entrambe le aree, le decisioni richiedono collaborazione con le due camere parlamentari, una delle quali dovrebbe invece restare, salvo sorprese nel secondo turno a gennaio, sotto il controllo repubblicano.

Vi è insomma un alto rischio che l’avvio dell’amministrazione Biden deluda le aspettative. Il vecchio Joe dovrà impegnarsi facendo appello sulle due carte fondamentali di cui dispone: l’esperienza negoziale che gli ha fruttato fiducia personale e con-tatti in tutti gli ambienti di Washington, e la resilienza dell’economia americana, che proprio negli ultimi giorni, a dispetto dell’aggravamento della situazione sanitaria, ha dato segni di vitalità. Un po’ di fortuna — per esempio, la rapida diffusione di un vaccino — non guasterebbe.

Come un suo predecessore, Thomas Jefferson, pare abbia detto: «Sono un grande sostenitore della fortuna, e trovo che più lavoro, più ne ho». 

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