Luna di miele finita per Lagarde è giunto il tempo di reagire

Corriere Economia

Presentare la sfortunata congiuntura attuale come una congiura dell’Europa nei nostri confronti è controproducente

Come i presidenti americani, anche Christine Lagarde ha avuto la sua «luna di miele» alla testa della Bce; cento giorni in cui ha goduto di un credito iniziale di fiducia senza la necessità di meritarselo. Ha usato il bonus per promuovere una revisione della strategia monetaria e per diversificare l’attenzione verso temi a lei più famigliari, come l’agenda verde. Ha giustamente evitato di scontrarsi subito con il dilemma di fondo dell’istituzione che è andata a dirigere: cosa deve fare la banca centrale quando vi è una latente carenza di domanda e gli strumenti per stimolare la stessa sono o spuntati (la politica monetaria) o difficilmente utilizzabili (quella fiscale).

Adesso però la realtà presenta il conto sotto forma del «mostro» più temuto dalle banche centrali: uno shock di offerta, ovvero una riduzione spontanea della quantità di beni e servizi prodotta dal sistema economico. In una parola, Covid-19. Da fenomeno circoscritto, l’epidemia diventa globale e porta venti di recessione non solo in Cina e in qualche paese sfortunato come l’Italia, ma nel mondo intero. Negli ultimi vent’anni la Cina è diventata un gigante che rappresenta quasi il 20% del prodotto mondiale (aggiustando i cambi per le differenze di prezzo; gli Usa non arrivano al 16%). Nei paesi in cui il virus si espande, la gente non esce, la produzione si ferma. L’Ocse, su dati ancora di metà febbraio (quindi forse sottostimati) prevede un effetto negativo sull’economia mondiale del meno 0,5%, ovvero fino a -1,5% se l’epidemia si diffonde; in questo caso l’area euro andrebbe in recessione.

La Bce deve decidere rapidamente come orientarsi nel nuovo scenario, senza aspettare la riforma della «strategia». Tre elementi vanno considerati. Primo, nessuno shock di offerta avviene senza che ne risenta anche la domanda. Se le fabbriche chiudono, chi da esse trae reddito e fiducia rinuncia a spendere. Se la Cina rallenta, la domanda rivolta verso gli esportatori in quel paese (un ottavo del commercio mondiale) si esaurisce. All’inizio ci può essere qualche acquisto precauzionale; in questi giorni si vede, per la prima volta a memoria d’uomo, qualche scaffale vuoto nei supermercati tedeschi. Ma è fenomeno di breve durata; l’effetto vero sulla domanda non può che essere restrittivo.

Il secondo elemento da considerare è che l’aumento dei prezzi che normalmente si associa allo shock di offerta difficilmente si verificherà questa volta; le tendenze dei prezzi sono al ribasso da anni per effetti strutturali e globali. Questo accentua la necessità di una politica espansiva. Il terzo e più difficile punto da capire, però, è come intervenire. Sulla politica monetaria, quasi tutti concordano che oltre un certo punto ulteriori iniezioni di liquidità siano inefficaci e i tassi negativi rischino addirittura di diventare dannosi. La Federal Reserve Usa, pur posizionata meglio della per un’espansione (tassi di partenza più alti e inflazione più alta) ha fatto un flop la settimana scorsa, riducendo i tassi oltre le attese senza dare una spiegazione convincente; il mercato ha reagito male.

La Bce, pur sotto pressione, deve evitare quell’errore. La banca centrale può rassicurare che la liquidità non verrà a mancare (il che può anche richiedere qualche segnale o intervento aggiuntivo), e magari attenuare al momento qualche azione della vigilanza, ma in sostanza deve ricevere sostegno dalla politica di bilancio. Entrano in campo i governi; l’Europa deve stimolarne e coordinarne l’azione, con l’obiettivo di evitare che l’epidemia blocchi i consumi o causi fallimenti di imprese e crisi bancarie.

In Italia, il paese europeo più colpito finora, il governo ha messo in atto un intervento misurato, cercando di essere efficace senza compromettere i delicati equilibri della finanza pubblica. Ha annunciato ulteriori azioni se la situazione lo richiede. Il ministro Gualtieri interviene come può e ci mette anche coraggiosamente la faccia, instillando quel po’ di tranquillità e ottimismo che la situazione consente. Ancora una volta però è nel modo in cui l’intervento viene presentato, dall’opposizione e a tratti anche dal governo, che sta l’errore. Il tono con cui l’Italia si presenta è: vogliamo flessibilità, diciamo no ai burocrati di Bruxelles ossessionati dai loro decimali, strumento della congiura anti-italiana dei tedeschi e dei loro alleati. Premessa errata: questa congiura e quei burocrati, come vengono descritti, non esistono. Stiamo chiedendo flessibilità a noi stessi, impiegando le nostre risorse future. Oltre il coronavirus, che passerà, guardiamo avanti e chiediamoci come il nostro paese riuscirà a tirarsi fuori dal «buco nero» di arretramento in cui sta sprofondando. Non certo contro l’Europa. Dopo anni di ritardi e promesse disattese, l’Italia non ha la forza e la credibilità per affrontare la sfida da sola. Oggi si invocano un «cambio di passo» e un «grande piano di rilancio» per il paese. Ma nessuna strategia nazionale potrà prescindere da un’operazione di recupero della fiducia e della credibilità, nei confronti dell’Europa e dei mercati finanziari. È bene prepararsi, e a questo scopo anche le parole contano. 

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