Non accontentiamoci di un’Europa a somma zero

Corriere Economia

Ancora fuori dal radar dell’attenzione la nuova frontiera del 21° secolo: la conquista dello spazi

Per un europeo viaggiare in America è sempre un’esperienza che emoziona e stimola. Se poi, come capita in questo momento a chi scrive, uno vi si ferma per qualche mese dopo averci vissuto a lungo in anni più giovanili e formativi della vita, l’esperienza diventa un’occasione per osservare i cambiamenti avvenuti nella società e nel costume che vi si accompagna. E naturalmente per confrontare tutto questo con quanto avviene in Europa.

La prima cosa che colpisce oggi è il tono della comunicazione politica, riflesso per esempio nei notiziari televisivi. Poco importa il contenuto delle notizie: il messaggio «partisan» è ciò che conta, insieme al tono forzato con cui viene trasmesso. Purtroppo, tutti i canali televisivi si sono allineati almeno in parte a questo stile. Con il risultato di alimentare divergenze e generare sfiducia; i tre quarti degli americani oggi non credono più neanche ai fatti che vengono loro raccontati (inchiesta Pew dello scorso settembre).

Dietro a questo stile si nascondono le fratture della società americana di questi anni. Prime fra queste, le disuguaglianze. I divari di reddito e ricchezza fra i segmenti ricchi e poveri della popolazione continuano ad aumentare; l’«ascensore sociale» (la probabilità che i figli stiamo meglio dei padri) si è arrestato. A questo si aggiungono i divari fra le regioni: il problema delle cosiddette aree abbandonate. Una ricerca cofirmata da Larry Summers della Harvard Kennedy School mostra che negli ultimi anni i divari fra le aree all’interno del paese hanno ricominciato a crescere, invertendo la tendenza precedente e smentendo le teorie che prevedono che concorrenza e mobilità dei fattori produttivi tendano a livellare le differenze nel tenore di vita. Nelle regioni impoverite tutti gli indicatori della qualità di vita — reddito, occupazione, istruzione, salute, condizione femminile, dipendenza dalle droghe, ecc. — peggiorano. Da quelle zone chi può emigra, accentuando ulteriormente le differenze; chi non può sprofonda. Con un effetto anche politico, perché il sistema elettorale presidenziale, basato sui voti elettorali, tende ad aumentare la rappresentanza politica delle aree depresse. Una distorsione che ha già portato nel 2016 all’elezione di Donald Trump con una netta minoranza dei voti popolari e che non potrà che aumentare in futuro. Che cosa sta diventando la democrazia, nella democrazia più grande del pianeta?

Il World Happiness Report 2019, scritto da un gruppo di ricercatori indipendenti per conto delle Nazioni Unite, misura le conseguenze del fenomeno. Dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi, gli indici aggregati di felicità negli Stati Uniti sono in costante flessione, e la loro divergenza all’interno della popolazione aumenta. Il contrario avviene in Europa, anche se le differenze dei redditi sono aumentate. La classifica globale degli indici di felicità vede gli Stati Uniti al 19 posto; dei 18 paesi che li precedono, 13 sono europei. L’Italia, ahimè, è solo al 36 posto. Evidenze parziali ma suggestive, che autorizzano dubbi sulla possibilità dell’odierno modello americano non solo di consentire a ogni cittadino la ricerca della felicità, diritto sancito dalla Costituzione, ma anche di offrire al resto del mondo libero un modello di democrazia liberale attraente.

La grande domanda per tutti noi europei è se il nostro modello possa costituire un’alternativa realistica ed esportabile. I trattati europei, a dispetto di tutte le critiche, offrono un modello di umanesimo applicabile su scala non solo continentale, basato su principi di libertà e solidarietà, sostenibilità sociale e ambientale e non discriminazione. L’Europa ha l’opportunità, se lo vuole, di coltivare quell’ambizione.

Appunto: se lo vuole. Perché per affermare i propri valori bisogna affermarli ed essere pronti a pagarne i costi. L’Europa di oggi sembra rinchiusa in se stessa, preoccupata dei propri meccanismi interni più che della propria posizione nel mondo. Provincialismo e pigrizia traspaiono un po’ ovunque, a cominciare dalle questioni economiche in una disciplina della concorrenza troppo preoccupata del mercato interno e troppo poco di quello globale, in regole fiscali che sembrano fatte apposta per mettere gli uni contro gli altri, in una disciplina bancaria che prima si enuncia poi non ci si preoccupa di completare e applicare con coerenza. Il problema è anche culturale: l’Europa vista come gioco a somma zero. Si va nelle istituzioni di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte per difendere l’interesse nazionale contro l’Europa, non per costruire l’Europa nell’interesse di tutti.

Ancor più cruciali di quelle economiche sono le questioni strategiche: una politica dell’accoglienza inadeguata a una potenza continentale, politiche estera e di difesa comuni inesistenti, come evidenziato in modo drammatico e imbarazzante nelle recenti vicende mediorientali. E sullo sfondo, ancora fuori da tutti i radar dell’attenzione europea ma sempre più presente nelle strategie pubbliche e private negli Stati Uniti, la nuova frontiera del 2,1° secolo: la conquista dello spazio. Chi controllerà lo spazio fra 5o anni? Jeff Bezos con la sua Blue Origin, o Elon Musk con SpaceX? O altre grandi imprese americane che, favorite da contratti governativi miliardari, gareggiano oggi per dotarsi delle tecnologie necessarie per tornare nello spazio e restarci? Chi controllerà lo spazio domani forse controllerà il mondo. Europa, dove sei? Nei suoi ultimi discorsi, Mario Draghi ha richiamato all’umiltà e al coraggio. Ha chiesto più Europa nelle aree in cui l’Europa non ha alternative. Messaggi che vanno oltre la politica monetaria e investono tutte le aree del nostro vivere civile, costringendoci a una riflessione: cosa vogliamo essere domani, e cosa siamo disposti a pagare per esserlo?