Deficit per vivacchiare o regole per investire?

Corriere Economia

Il Vecchio Continente ha ignorato la distinzione keynesiana tra spesa corrente e per la crescita. Ci si potrebbe ripensare, lasciando da parte lamenti inascoltati

In tempi di stagnazione economica e tassi sotto lo zero, è normale che si torni a pensare a Keynes. Il grande economista contribuì come nessun altro a forgiare con il pensiero e l’azione la risposta dell’occidente alla Grande Depressione degli anni Trenta. Nell’impostazione di Keynes rilievo centrale assume, come noto, la gestione del bilancio pubblico, tanto che «keynesianismo» è diventato nelle interpretazioni più frettolose sinonimo di espansione fiscale in deficit, sempre e comunque. Purtroppo, Keynes viene spesso citato a sproposito; vale la pena quindi ripassare in estrema sintesi quello ha veramente detto in materia, scusandomi per qualche semplificazione:

  1. Nel bilancio pubblico, il conto capitale (investimenti) va tenuto distinto dal conto corrente (tasse, consumi, trasferimenti…);
  2. n conto corrente deve essere mantenuto in pareggio, o meglio ancora in lieve surplus al netto dei fattori ciclici ed eccezionali (operano quindi qui i cosiddetti stabilizzatori automatici);
  3. Gli investimenti pubblici vanno usati per fornire alla società il capitale pubblico di cui ha bisogno e per supplire alla cronica insufficienza di investimento privato rispetto al risparmio di piena occupazione;
  4. Gli investimenti pubblici devono avere un adeguato ritorno, che provvede nel tempo a coprire il disavanzo di bilancio creato inizialmente per il loro finanziamento. Oltre a essere piena di buon senso economico, questa impostazione a me ricorda molto quella sottostante alle regole fiscali in vigore oggi nell’unione europea, con una fondamentale differenza: manca in Europa la distinzione numero uno, quella fra investimenti e bilancio corrente. Torno su questo punto fra un momento, dopo una breve digressione.

Olivier Blanchard, forse il più influente economista keynesiano oggi in attività, ha riesaminato recentemente il tema arrivando a conclusioni per certi versi sorprendenti. La sua analisi guarda alla politica di bilancio in una situazione in cui i tassi di interesse siano stabilmente inferiori al tasso di crescita dell’economia. Quello che lui osserva è che quando il tasso di interesse è inferiore a quello di crescita dell’economia, il governo può indebitarsi senza costo: il debito si finanzia spontaneamente per effetto della crescita. La seconda osservazione è che, grosso modo alle stesse condizioni, l’indebitamento pubblico aumenta il benessere collettivo anche se riduce l’investimento privato, perché quest’ultimo è scarsamente produttivo.

Si può concludere allora che siamo oggi nelle condizioni ideali per aumentare il debito pubblico? Il sasso è lanciato, anche se alla fine Blanchard nasconde l’autorevole mano affermando che il suo intento non è consigliare aumenti del debito pubblico ma stimolare il dibattito, cosa che in effetti ha fatto. Purtroppo, a ben vedere le Condizioni alla base dei suoi risultati si applicano oggi a ben pochi paesi, forse alla sola Germania. Negli altri, soprattutto in quelli ove la tentazione a indebitarsi è più forte perché la crescita è bassa, i tassi di interesse sono alti perché incorporano un premio per il rischio (il famoso spread) alto e crescente all’aumentare del debito. In questi Paesi il tasso di interesse tende a collocarsi sopra al tasso di crescita, non sotto. Ogni riferimento all’italia, paese in cui la sfiducia degli investitori, fomentata anche da affermazioni antieuropee da parte di autorevoli esponenti pubblici, ha fatto lievitare lo spread su livelli altissimi, è puramente casuale.

Chiusa la parentesi, torniamo a Keynes. Alla fine degli anni Novanta, quando l’ europa scrisse le regole di bilancio per la moneta unica, decise di ignorare la distinzione fra consumi e investimenti auspicata dall’economista di Cambridge, e di sottoporre a controllo in modo indistinto il saldo di bilancio complessivo. Alla base di questa scelta fu la difficoltà, suffragata da esperienze negative soprattutto in Germania, di separare in maniera affidabile i due tipi di spesa. Purtroppo questa scelta ha un costo crescente nel tempo. Infatti, se è pur vero che la separazione si presta a confusione e abusi, è anche vero che è emersa negli anni in Europa una carenza di investimento pubblico, in Italia (ne ha parlato il governatore Visco nelle ultime Considerazioni) e altrove. Quando il vincolo di bilancio è stringente, l’investimento (il futuro) tende a essere sacrificato prima delle spese correnti (il presente). Non si può neppure escludere che l’eccessiva complessità delle regole di bilancio europee e la tendenza a eluderle o addirittura ignorarle siano dipese anche dalla presenza di questo elemento di rigidità, privo di giustificazione economica.

È auspicabile, forse prevedibile, che si realizzino in un futuro condizioni per un ripensamento delle regole europee volto a escludere almeno determinate categorie di investimento dal disavanzo sottoposto a controllo. In Germania esiste una corrente di pensiero in questo senso, originata dalla diffusa sensazione della carenza di capitale pubblico nel Paese. La modifica consentirebbe di riavviare la formazione di capitale pubblico materiale e umano, con effetti benefici per la crescita e il lavoro e con una potenziale valenza anticongiunturale. Si renderebbe evidentemente necessario un controllo rigoroso, anche europeo, sulla programmazione, selezione e attuazione dei progetti, oltreché sul loro finanziamento. L’obiettivo è ambizioso, il risultato non garantito. Ma mentre si rinnovano le istituzioni europee (Commissione, Parlamento) e insieme a esse strategie e alleanze, cercare di lavorare in questo senso sembra più ragionevole che reclamare a gran voce, senza ascoltatori, ulteriori margini per aumentare le spese correnti in deficit.

La condizione ideale per il debito statale è tassi più bassi della crescita, ma i Paesi a bassa crescita pagano un premio di rischio